La crisi è nel carrello. Ipermercati e supermercati (leggi grande distribuzione organizzata) hanno vissuto il 2025 come un film drammatico: volumi di vendita in caduta libera con margini sotto pressione per l’intero settore. E allora? Ecco che a qualcuno è venuta l’idea del secolo (o del secolo scorso): chiudere i supermercati la domenica per dare una bella sforbiciata ai costi.
A pensarci è stata Ancc-Coop, la galassia di cooperative che gestisce circa 2.200 supermercati in tutta Italia e serve 9 milioni di clienti a settimana. In pratica, si tornerebbe ai canonici sei giorni di apertura e alla domenica tutti a casa.
Nel mondo reale, lavorare di domenica costa. Costa a chi fa i turni e non si può godere la famiglia e costa alle aziende, perché il lavoro festivo ha maggiorazioni di circa il 30-40% rispetto a quello dei giorni feriali. Secondo l’Ufficio studi di Coop, dunque, rinunciare alle aperture domenicali potrebbe portare a un risparmio complessivo stimato tra i 2,3 e i 2,6 miliardi di euro all’anno per l’intero sistema della grande distribuzione organizzata (Gdo).
Secondo Coop, inoltre, circa un italiano su tre non fa comunque la spesa la domenica, quindi teoricamente il giorno è sacrificabile senza troppe perdite. Ecco quindi la proposta alternativa per far quadrare comunque i conti: risparmi su costi operativi, più promozioni, più felicità per i dipendenti che non amano più di tanto sacrificare il dì di festa.
Naturalmente, la proposta ha scatenato subito reazioni diverse. Chi applaude? Alcuni sindacati, che vedono nella domenica libera una chance di più tempo per famiglia e vita vera. Chi storce il naso? Le associazioni di categoria, in particolare Federdistribuzione, che definiscono la proposta antistorica, contro le imprese e contro i clienti.
C’è quindi chi pensa che la domenica sia sacra e chi invece la considera un’opportunità di ripensare il retail in maniera più laica. Coop, però, non parla solo di orari: invoca un vero e proprio reset delle abitudini, dopo anni di aperture senza troppi freni, nate con il decreto “Salva Italia” del governo Monti nel 2011.
I tempi però sono cambiati e il 2026 non sembra peraltro destinato a essere “la festa dei consumi”: le famiglie tirano un po’ la cinghia e cercano di concentrarsi su spese essenziali e su prodotti migliori. E allora, visto che compriamo meno, ma forse meglio, dice la Coop, potremmo cercare di archiviare la pratica entro il sabato sera. Vai col dibattito.