Opinioni - 23 gennaio 2026, 12:53

LA RIFLESSIONE. «Ragazzi violenti? La soluzione non è la repressione, ma l'educazione»

Riceviamo e pubblichiamo un contributo dell'assessore ai Servizi Sociali di Varese, Roberto Molinari, sul tema dei crescenti episodi di violenza tra i giovanissimi, culminati nell'omicidio a scuola a La Spezia: «Io credo che oggi occorra un moto di ribellione capace di porsi il problema per ciò che è: amnesia educativa. C'è un grido di dolore in quello che scrivo perché vedo centinaia di minori che ci sono affidati dai tribunali a cui tutti e non solo noi dei Servizi Sociali dovremmo dare un senso della vita alto, dovremmo riuscire a dare risposte per guarire le loro ferite e le loro sofferenze. Quale futuro può avere una nazione la cui unica risposta alla violenza  è aumentare la repressione e la punizione?»

Amnesia educativa? Quando si deve ragionare, magari a voce alta dopo un fatto, un accadimento, un atto violento, personalmente provo sempre imbarazzo. Il rischio di cadere nella facile retorica, nella banalità o anche nel conformismo di maniera è sempre dietro l'angolo. Tuttavia, in questo momento il mio imbarazzo personale è anche maggiore.

Lo è perché provo imbarazzo e stento sempre più a riconoscermi in questa società dove tutto sembra muoversi verso una idea di interventi muscolari, di manette fatte tintinnare e di proclami e di annunci di pene sempre più severe e di dichiarazioni al limite della diversità etnica nell'applicazione di condanne ancora da definire.

Certo, un presupposto va chiarito prima di proseguire nella riflessione. So bene come tutti che esiste nella nostra società una differenza sostanziale tra violenza reale e violenza percepita. Così come so bene che c'è chi alimenta il fuoco su questo tema per puro scopo elettorale e chi, tuttavia, sottovaluta il problema arrivando a negarne anche la sua consistenza e il pericolo per la coesione sociale di questo Paese.

Ma, sottolineate queste dinamiche e questi estremi che attraversano non solo il quadro politico, ma anche il dibattito vorrei provare a fare un ragionamento altro.

Il presupposto me lo da l'ultimo fatto drammatico accaduto che ha visto per protagonisti due giovanissimi ragazzi di origine straniera in una scuola professionale (il riferimento va all'omicidio di un giovane a scuola da parte di un compagno d'istitituto avvenuto a La Spezia, ndr)

Ebbene, guardate le dichiarazioni che si sono succedute. I proclami. Gli intenti messi avanti ad ogni ragionamento. C'è chi ha cominciato a parlare di metal detector nelle scuole, per carità solo mobili e temporaneamente e se i dirigenti scolastici li vogliono.

C'è chi ha teorizzato l'accelerazione del nuovo ( e siamo all'ennesimo ) pacchetto sicurezza. C'è chi ha dichiarato bellamente che  bisogna aumentare le pene per chi è extracomunitario e minorenne e che si rende colpevole di violenze e questo proprio perché l'aggravante è essere extracomunitario, ( e vorrei proprio vedere come possa passare una simile bestialità giuridica nel paese che ha inventato il diritto ) e chi teorizza, ovviamente, che i permessi per il ricongiungimento familiare devono essere rivisti e ridotti.

Insomma, a fronte di un fatto di una gravità assoluta il falò delle vanità della politica, di una certa parte della politica e diciamolo con chiarezza, di questa destra “securitaria” al potere,  ma anche di una certa e non poca parte della società non ha trovato di meglio che chiedere il pugno duro ed invocare sempre più il tintinnare delle manette nonché l’aumento delle pene e l’abbassamento dell’età per il carcere e la punibilità, soprattutto se abbiamo a che fare con minori stranieri.

Insomma, a me pare che in giro ci sia un clima sociale e politico che, a fronte di fatti davvero violenti, nessuno lo deve negare questo, l'unica risposta che sa dare è di  esprimersi ormai senza più imbarazzo come se fossimo al “bar sport” solo chiedendo repressione e, magari, la trasformazione delle nostre scuole in luoghi altamente vigilati, dove, dovremmo avere i metal-detector, i vigilantes e magari anche le celle di punizioni per chi sgarra e estendere le colpe dei figli, tanto meglio poi se extracomunitari, anche al resto della famiglia che va multata per le sue mancanze ( sic ) .

Ma fatta questa lunga e forse non proprio puntuale introduzione vorrei porre un altro tema di riflessione.

E lo faccio sempre tenendo in conto quello che è il mio osservatorio privilegiato.

La violenza, da chiunque provenga e in qualunque modo venga esercitata, deve essere sempre condannata e combattuta perché limita la libertà delle persone e perché una società che la tollera alimenta solo la prevaricazione nei confronti dei più deboli e dei più fragili. Ed il tema è: esiste un solo modo per combattere la violenza tanto più se minorile o di giovani?

I fatti che sono accaduti recentemente e che hanno per protagonisti dei minori spaventano e spaventano di più perché ci interrogano nel profondo, o dovrebbero interrogarci nel profondo e, soprattutto, non tutto risulta  comprensibile spiegandoci che questi atti sono frutto di situazioni di fragilità psicologiche e sofferenze che cadono in disperazione.

Non tutto però può essere giustificabile con psicosi.  E qui mi viene in mente anche il drammatico omicidio di Giulia Cecchettin. A me pare che forse il problema stia altrove o meglio sta in una complessità che è comunque difficile da affrontare se condizionati dalla ricerca del consenso facile di adulti e soprattutto da politici sempre più populisti e poco statisti. Io penso che noi da decenni ormai si sia in emergenza educativa e lo si è su tutti i fronti che questa abusata e antica parola ci dice.

Siamo in emergenza educativa perché non solo si stanno abbandonando e si sono sempre più indeboliti  i presidi educativi e questo da tempo,  ma anche perché esiste da molto tempo una crisi nel mondo degli adulti e una crisi dell'essere genitori che è devastante.

Adulti che non fanno gli adulti, genitori che non fanno i genitori, scuola che non educa, presidi educativi di cui eravamo ricchi come Paese che ormai sono svuotati, educatori e punti di riferimento sociale indeboliti se non scomparsi,  Istituzioni che non trasmettono più alcun messaggio che non sia quello del bullismo verbale o l’esposizione muscolare delle reprimende unite al pensare che l’unico modo per affrontare la situazione sia  punire e  reprimere.

Insomma,  a me pare che, la crisi non sia di oggi e certo non ci possiamo stupire di quello che accade, ma la crisi ha radici profonde perché sono stati sottovalutati tutti i segnali e sono stati delegittimati e derisi tutti coloro che nel passato hanno richiamato con forza al pericolo a cui andava incontro la nostra società e perché non si è stati capaci di vedere come le nuove generazioni sono le prime a vivere in un contesto dove la fanno da padrone nuove tecnologie e  social, novità che né i padri e né forse neanche i fratelli maggiore hanno vissuto nel loro percorso di crescita e che condizionano in maniera dirompente l’attualità quotidiana.

Ebbene io credo che oggi occorra un moto di ribellione, ma un moto capace di porsi il problema per ciò che è, per quello che occorre per curare le ferite, le vene aperte di questa nostra società. Occorre investire sull'educazione perché questo è il vero antidoto alla logica della repressione come unica risposta al male che c'è nella nostra società.

E l'educazione è l'arma più potente che possiamo mettere in campo perché tocca tutti.

Tocca l'adulto, i genitori, le famiglie, gli insegnanti, la scuola, gli educatori e i professionisti del sociale, così come quelli che erano i presidi educativi della nostra ricca società plurale nonché le Istituzioni.

Quale futuro può avere una nazione, un Paese, una società la cui unica risposta alla violenza  è aumentare il controllo, la repressione e la punizione? Ma possiamo convivere con una logica che trasforma tutto in una sorta di caserma a cielo aperto e non si pone il problema di fondo che è quello di educare ad un approccio alla vita diverso, più profondo e ricco di valori, in primis quello del rispetto della vita umana?

C'è un grido di dolore ed anche di indignazione in quello che scrivo perché vedo centinaia di minori che ci sono affidati dai tribunali a cui tutti e non solo noi dei Servizi Sociali dovremmo dare un senso della vita alto, dovremmo riuscire a dare risposte di senso  per guarire le loro ferite, le vene aperte, le loro sofferenze.

C’è in loro e nei loro coetanei una immaturità profonda, una incapacità a distinguere il bene ed il male, c’è il senso di indifferenza verso le conseguenze degli atti che si compiono, ma anche la non percezione del valore dell’altro e l’incapacità anche a trasformare, banalmente, i conflitti e le emozioni in parole, ma in parole di dialogo e non in quelle che feriscono.

E allora si arriva alla violenza gratuita, incomprensibile, senza limiti e al coltello, nuovo strumento uso per colpire e dimostrare di esistere.

Insomma, il tema profondo a me pare sia ormai sempre lo stesso.

La costruzione di una comunità educante capace di responsabilizzare e di trasmettere consapevolezza e responsabilità. Una comunità educante fatta da tanti soggetti, Istituzioni comprese.

Qui non è più scontro generazionale come accadde nel secolo scorso in più fasi della nostra storia.

Qui è in gioco la tenuta sociale di un Paese e la capacità di trasmettere il senso della vita, il valore della vita a chi dovrebbe avere lo sguardo rivolto al futuro per costruire qualcosa di migliore rispetto all’oggi, all’ora e adesso. Ma soprattutto migliore rispetto a quello che potrebbero lasciare i padri e le madri.

Roberto Molinari
Assessore ai Servizi Sociali
Comune di Varese