Il dialetto, si sa, è quasi una specie protetta, retaggio ormai degli anziani e degli studiosi, giudicato poco elegante, a volte incomprensibile, così diverso per parole e pronuncia da paese a paese. Perciò, come per la mamma, il papà e i gatti, c’è bisogno di una Giornata nazionale, quella del Dialetto e delle Lingue locali, che cade oggi, istituita nel 2013 dalle Pro Loco d’Italia, per celebrarlo e ricordarlo degnamente come il simbolo delle nostre radici e delle profonde interazioni con altre lingue europee, specie il francese nel nostro caso, da cui erano mutuati molti vocaboli e modi di dire.
A Varese l’ultima depositaria dell’eredità di poeti come Speri Della Chiesa, Natale Gorini, Uberto Vedani o Nino Cimasoni è la Famiglia Bosina con il “Regiù” Luca Broggini, che ogni anno per la Festa della Giöbia premia il Poeta bosino dell’anno. Ma c’è ancora chi, come Alberto Palazzi, fondatore della rivista “Menta e Rosmarino” pubblicata a Cocquio Trevisago ormai da 25 anni, il dialetto lo parla lo scrive e lo edita pure, visto che a dicembre ha presentato il primo volume, dalla A alla B, del vocabolario “Il dialetto del lago di Varese – Voci e parole che i nostri vecchi ci hanno lasciato in dono”, un meraviglioso lavoro di raccolta e analisi di due esperti come Giorgio Sassi della Val Bossa e Maurizio Danelli di Voltorre.
«A dire il vero, chi ha fortemente voluto quest’opera è stato l’ex sindaco di Orino, Cesare Moia, un vero cultore del dialetto - al suo paese c’è la biblioteca più fornita di testi dialettali del territorio - così ho contattato Sassi e Danelli ed è nato il vocabolario. A metà febbraio, presenteremo ad Azzate anche il secondo volume, che andrà dalla C alla D, con la prefazione del professor Gianmarco Gaspari», racconta Palazzi.
Orino è da tempo “ul paes dul dialett”, grazie all’idea di Moia di radunare ogni quindici giorni, il mercoledì, gli anziani del luogo alle scuole elementari, a parlare vernacolo e a raccontare le storie di ieri.
«Qualcuno scrolla le spalle. “Ma dài, a chi vuoi che interessi ancora il dialetto?”. È roba da vecchi, da osteria di paese, da mercato del venerdì … Si –è vero– ma per chi ha un minimo di rispetto per ciò che ci ha preceduti, il dialetto è cosa importante. E come tale va tenuto vivo. Non per folklore, ma per giustizia culturale. Per dignità. Siamo davanti a un altro saccheggio, un altro scempio. Dopo avere guastato l’ambiente, dopo avere chiuso osterie e negozi – cose che hanno reso poveri i paesi – ora stiamo perdendo anche la lingua: Il dialetto», scrive Alberto Palazzi nella prefazione del primo volume del vocabolario.
Così “Menta e Rosmarino” ha avviato un progetto ambizioso, sul modello del Centro Dialettologia di Bellinzona, con la raccolta di termini dialettali del nostro lago, sponda nord, quella di Gavirate, e sponda di Azzate, due mondi diversi per terminologia e pronuncia.
«Nel libro le parole in grassetto nero seguono la pronuncia azzatese, quelle in marrone la gaviratese. Chi conosce bene queste zone sa che, anche all’interno dello stesso bacino, il dialetto cambia: non solo nella pronuncia, ma anche nelle parole e perfino nella costruzione delle frasi. Già i nostri vecchi lo dicevano con saggezza, riassumendo tutto in una frase che oggi fa sorridere ma racchiude un profondo senso di appartenenza: “Ul dialètt el gh’ha la sò andàna, el riva fina ’l sûn du la campàna” — il dialetto arriva fino a dove si sentono suonare le campane. Ogni paese, dunque, aveva il proprio modo di parlare. È questa varietà a rendere il nostro patrimonio linguistico così vivo e affascinante».
Ma il dialetto, sotto la cenere, conserva ancora qualche lapillo, e sa modificarsi seguendo il tempo e le mode. Aggiunge ancora Palazzi: «In questo lavoro, la percentuale dei termini che appartengono al lessico dei nostri nonni –quelli vissuti prima dell’ultima guerra mondiale– è abbastanza sparuta, specie in relazione alle tante parole nuove. Quello che una volta era un ricco deposito di termini legati alla vita contadina, ai mestieri scomparsi, alle relazioni sociali di un mondo preindustriale, si è via via rarefatto. Nell’ultimo periodo il dialetto si è infatti modificato: è diventato meno autonomo e più permeabile all’italiano, perdendo molti dei vocaboli che caratterizzavano l’epoca e l’identità dei nostri vecchi. Questo non è solo effetto del tempo che passa, ma il risultato di un profondo cambiamento culturale e linguistico avvenuto nel secondo dopoguerra».