Dall’Himalaya al Monte Ararat, passando per le vette che hanno segnato ricordi, amicizie e, purtroppo, anche perdite. È la storia di un gruppo di appassionati varesini che, dopo aver affrontato due anni fa l’Everest Base Camp, è pronto a ripartire per una nuova avventura: la scalata del Monte Ararat, in Turchia orientale.
«La mia esperienza più intensa resta l’Himalaya» racconta Michele Cataleta, tra i protagonisti della spedizione che si trova già sul posto. «Ricordo ancora l’arrivo a 5.700 metri: lì ho pianto, per la fatica e per l’emozione. Era la prima volta che vivevo qualcosa di così grande e quel ricordo non mi ha mai lasciato».
Accanto a lui, vecchi e nuovi compagni di cordata: Alessandro, Fabio, Gaia, Gigi, Giovanni, Joerg, Renzo e Sara, con l’aggiunta di Gianluca, Pier e Veronica. «Alcuni di noi si conoscono da anni, altri hanno iniziato da poco – spiega Michele – ma in montagna le storie personali si intrecciano. Si diventa subito squadra. La montagna è fatica, ma anche appartenenza e fratellanza».
Il Monte Ararat, con i suoi oltre 5.100 metri, è molto più di una cima da conquistare: è un simbolo spirituale e culturale. Sacro per le tradizioni ebraica, cristiana e islamica, nella Bibbia è indicato come il luogo dove si sarebbe posata l’Arca di Noè dopo il Diluvio Universale. «In turco viene chiamato “Montagna del dolore”, mentre in armeno significa “Creazione di Dio”. Affrontarlo significa misurarsi non solo con la fatica fisica, ma anche con un grande carico simbolico».
Per l'appassionato varesino, il cammino ha un valore che va oltre la performance sportiva: «La montagna è come la vita: si fatica, si cade, ci si rialza. A volte trovi qualcuno che ti tende la mano, altre volte devi farcela da solo. È un percorso interiore, che ti insegna a guardarti dentro».
Un’esperienza arricchita anche dall’incontro con i monaci tibetani in Nepal. «Mi hanno fatto scoprire il valore delle campane tibetane e dei gong. Ogni campana ha un suono diverso, come se avesse un DNA proprio. Da allora in ogni viaggio ne porto una con me: diventa compagna di cammino e dono per chi incontro. Spesso, la sera, ci sediamo in cerchio e la faccio suonare: è un momento che unisce e porta serenità».
«Fino a tre giorni prima di partire non ci penso – aggiunge ancora Michele – ma quando arrivo al primo campo e mi ritrovo in tenda, allora capisco che il viaggio è davvero iniziato. Ed è lì che l’emozione esplode». Il gruppo ha già percorso i primi 3529 km da Varese a Dogubeyazit: nei prossimi giorni, li attende la salita ai 5.137 metri dell’Ararat. «Si parte per una sfida, ma si torna sempre con qualcosa di più grande» conclude Michele. «La montagna lascia dentro di te un segno che non svanisce mai».