Una tazza di latta, quando si spacca, la puoi aggiustare, una di porcellana no. Perché resta lo sfregio.
Urlando e picchiando il bastone sul ghiaccio in allenamento da cinque mesi, decidendo di punto in bianco di spedire in quarta linea chiunque e pensando che questo chiunque non abbia il minimo orgoglio (è accaduto anche stasera a Franchini, solo l'ultimo della lista dei giocatori storici trattati a turno come ragazzini viziati, svogliati o spompati), cambiando linee come fossero lenzuola, anche in superiorità o inferiorità numerica e perfino a febbraio in una semifinale com'è accaduto poco fa, l'allenatore Gaber Glavic ha dimostrato inconfutabilmente un sospetto covato da tempo.
Se lui rimane tutto d'un pezzo, i Mastini sotto la sua gestione da Nhl, mentre invece qui basta un allenatore dell'oratorio perché in fondo siamo tutti ragazzi di campagna, sono finiti in mille pezzi, divisi, spaesati, spogliati dell'anima e della loro capacità di essere selvaggi, complici, perfino un po' "banditi" da questo vuoto incubatore di futuro dove pare bastino vent'anni sulla carta d'identità per sentirsi padroni non solo del passato e del presente, che in realtà non sono ancora passati né devono farlo, ma anche del futuro (c'è ventenne e ventenne, tra l'altro, al di là del fatto che il Feltre è arrivato in finale con il trentaseienne Kadlec e il trentaduenne Korkiakoski, mentre Marko Virtala che ci ha appena fatti neri di anni ne ha 39!).
E, così, il Signore sceso dal cielo tra noi comuni mortali per risponderci in conferenza stampa pre Coppa Italia alla nostra legittima domanda sulla scelta del portiere, decisione gestita in modo disastrosa, con uno sprezzante "l'ho già deciso, ma non lo vengo certo a dire a te", non solo ha bruciato Perla con Matonti, ma in un gioco da Squid Game ha poi bruciato lo stesso Matonti con Ohandzhanian (chi siamo noi per dirlo? Siamo semplicemente "noi", Mastini nel midollo anche se non abbiamo vinto l'Alps) con un metti e togli, togli e metti, rimetti e ritogli senza logica che farebbe girare la testa anche anche a una sfinge.
«Abbiamo già battuto due volte il Caldaro e abbiamo lavorato su quello che dobbiamo fare per batterlo ancora» ha detto il coach sloveno alla vigilia. S'è visto. Evidentemente s'è lavorato nel modo totalmente sbagliato, e non solo nelle ultime due settimane, se il risultato sono i primi fischi ai Mastini degli ultimi sette anni e se, alla fine, rimane solo il 7-1 sul tabellone affacciato da quel cielo dove sembra essere apparso l'intoccabile condottiero giallonero (perché intoccabile? Chi l'ha detto? La voce del popolo e del vero Mastino che c'è in tutti noi conta ancora qualcosa o è carta straccia?).
Noi, signor Glavic, non ci siamo mai sentiti così umiliati come questa sera. Mai. Non abbiamo mai visto questa squadra e questi giocatori così inutili. Non abbiamo mai trovato tanti fili staccati dove era sempre esistito un unico filo. Non abbiamo mai avuto la sensazione così profonda che una ferita si fosse aperta già a Torre Pellice, molti mesi fa, quando da un doppio vantaggio il Varese crollò miseramente al tappeto appena ripreso sul pareggio: andare in down all'improvviso, non sapere a chi o a cosa aggrapparsi alla prima difficoltà è una novità assoluta, da queste parti, come quella ferita da cui è iniziato a uscire molto sangue. Una ferita mai richiusa.
Tante volte in questi sette anni siamo arrivati a un passo dalla fine, ma tutte le volte ci eravamo rialzati ascoltando la voce di chi ama i Mastini più di se stesso: e queste persone abitano nello stesso spogliatoio dove alberga il verbo di Glavic. Con loro chiunque sia passato da qui si è confrontato, ha discusso, si è incontrato e scontrato senza avere mai la pretesa di essere il migliore. Senza che la sua voce abbia mai coperto la loro. E ci mancherebbe: la voce dei Mastini è di tutti. Quindi ci aspettiamo che Glavic la segua oppure cerchi un'altra squadra dove è più facile applicare le sue teorie.
Noi abbiamo, o forse avevamo, la nostra anima. Prima che ci venisse strappata. Chi di dovere ne tragga le conseguenze. E agisca: è già troppo tardi.
Il giro di campo finale con il pubblico dilaniato tra applausi e fischi