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Politica | 17 giugno 2024, 18:40

Alfieri: «Sì a un’autonomia che dà più potere ai Comuni, no a quella che scassa il Paese»

Il senatore varesino, componente della segreteria nazionale del Partito Democratico, critica anche la riforma sul premierato: «È molto pasticciata». Domani sarà in piazza a Roma con le forze di opposizione

Il senatore Alfieri si toglie la giacca in aula, guidando la protesta dell'opposizione (immagini Rai)

Il senatore Alfieri si toglie la giacca in aula, guidando la protesta dell'opposizione (immagini Rai)

Venti giorni fa aveva guidato la rivolta dei senatori di opposizione, sfilandosi per primo la giacca (obbligatoria a Palazzo Madama), imitato dai colleghi, portando alla sospensione della seduta.
Una protesta contro la gestione dei lavori parlamentari su una riforma, quella del premierato, che Alessandro Alfieri, senatore varesino e componente della segreteria nazionale del Partito Democratico, definisce «pasticciata».
Netta anche la sua contrarietà all’autonomia differenziata che crea «un nuovo centralismo regionale che aumenta le differenze».
Domani alcune forze di opposizione e della società civile saranno in piazza Santi Apostoli a Roma contro queste riforme e per protestare dopo la rissa alla Camera in cui è stato colpito il deputato del Movimento 5 Stelle Leonardo Donno.

Domani il Pd e le opposizioni scendono in piazza. Senatore Alfieri, ci sarà anche lei?
«Certo, saremo in tante e tanti. Abbiamo lavorato perché ci fossero tutte le forze di opposizione e le associazioni che sono preoccupate per questa riforma molto pasticciata che prevede un sistema di elezione che non c’è in nessun paese al mondo. È un misto di presidenzialismo e di forma di governo parlamentare davvero pasticciato che rischia di ridimensionare ulteriormente il Parlamento e di indebolire fortemente la figura del presidente della Repubblica che in questi anni è stato non solo garante della Costituzione, ma garante della coesione nazionale, in fasi difficili come quella del Covid e con una guerra nel cuore dell’Europa».

Per quanto riguarda l’autonomia differenziata, come spiegherebbe a un cittadino della provincia di Varese la contrarietà a questa riforma?
«Gli direi che su 23 materie si scassa il Paese. Ci sono materie che non ha senso devolvere alle regioni. Se c’è ad esempio un tema che ha a che fare con l’identità nazionale, con la cultura di un Paese, quello è l’istruzione. Io non voglio venti sistemi diversi di istruzione. Ma il discorso vale anche per l’energia: è bene che rimanga una gestione nazionale. Quando c’è stato da diversificare rispetto alla sfida russa, lo si è fatto a livello nazionale. Se ci fosse da decidere su un rigassificatore, partirebbero i veti. È chiaro che la competenza deve essere nazionale, così come sulle grandi infrastrutture. Ed è bene che rimangano nazionali anche alcune competenze sanitarie, per garantire gli stessi diritti che tu sia nato a Milano o a Catanzaro. L’autonomia differenziata fa saltare un’eguaglianza che la nostra Costituzione prevede. Io sono disposto a ragionare non su un’autonomia che scassa il Paese e aumenta le diversità, ma su un’autonomia che dà più potere e funzioni ai Comuni. Su questo sono d’accordo, perché i Comuni sono il livello più vicino ai cittadini. La riforma voluta da Calderoli crea invece un nuovo centralismo regionale che aumenta le differenze».

La manifestazione e la ripresa del lavoro alle Camere arrivano dopo quanto accaduto la scorsa settimana a Montecitorio. C’è un clima molto testo.
«C’è la percezione di forzature, senza nemmeno la volontà di ascoltare qualche proposta migliorativa. Noi abbiamo detto di fermarsi e di sedersi intorno a un tavolo. Togliamo gli elementi più negativi e di rottura. Un anno fa esatto andammo a incontrare la presidente Meloni e dicemmo quali erano le nostre priorità, spiegando che su un punto non siamo disposti a discutere, cioè l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Se lei ferma questo aspetto, noi siamo pronti a ragionare a partire da un modello tedesco, di cancellierato, che dà più forza e stabilità all’azione degli esecutivi ma non scassa la forma di governo parlamentare e soprattutto non indebolisce la figura del presidente della Repubblica».

Nelle scorse settimane ci sono state alcune proteste in aula (le giacche sfilate dai senatori di opposizione, i tricolori esposti a Palazzo Madama). Dobbiamo aspettarci altre iniziative di questo tipo, volte quantomeno a rallentare i lavori o a fare ostruzionismo?
«Quando non si condivide una riforma, oltre agli interventi ci possono essere delle azioni simboliche, certamente  non violente. Purtroppo abbiamo visto invece delle azioni violente alla Camera che noi condanniamo fermamente, bisogna darsi una regolata. Azioni simboliche sì, perché si deve attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, anche delle persone più distanti, rispetto alle forzature che sta facendo questo governo». 

Riccardo Canetta


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