| 06 novembre 2023, 00:01

Il bias dell’avversione alle perdite

Di fronte alla possibilità di perdere, il nostro corpo reagisce con paura, influenzando le nostre scelte: è il “loss aversion bias”. Per rendersene conto basta una scommessa da 100€ con il classico lancio della monetina: tu giocheresti?

Il bias dell’avversione alle perdite

Nuova tappa del nostro percorso di approfondimento sul tema dei bias cognitivi, che abbiamo definito come “risposte automatiche e innate del nostro cervello”, costruite durante l’evoluzione umana come reazione agli stimoli esterni di pericolo per garantire la sopravvivenza; “scorciatoie” per rispondere, più velocemente e automaticamente, a determinati stimoli. Scelte che, dunque, sono “irrazionali”: ecco perché dobbiamo conoscerle per… evitarle, soprattutto se parliamo dei temi che qui dibattiamo, ovvero quelli del risparmio, degli investimenti, della pianificazione finanziaria. 

Dopo aver analizzato il bias del gregge, il bias dellancoraggio e il bias della conferma, oggi ci occupiamo del “loss aversion bias”, ovvero il bias dell’avversione alle perdite. Ovvio, dirà il lettore: a chi dovrebbe far piacere “perdere”? Il discorso però, come si potrà immaginare, è più ampio e anche questo affonda nella natura umana e nel cervello “ancestrale”. 

L’AMIGDALA, IL CENTRO OPERATIVO DELLE EMOZIONI

L’avversione alle perdite è legata al sentimento della paura e, nel nostro cervello, c’è una parte (semplifichiamo) specifica, l’amigdala, che è il centro responsabile della gestione delle emozioni. Tra queste, appunto, c’è la paura

Cosa accade quando si perde qualcosa, o anche solo semplicemente si pensa di perdere qualcosa? Che la suddetta amigdala si attiva e, in una frazione di secondo, fa scattare tutta una serie di reazioni del corpo - respiro più veloce, battito aumentato - che non ci fanno stare bene, che ci fanno provare una… sensazione di disagio. 

LANCIAMO LA MONETINA

Facciamo qualche gioco esemplificativo con il classico lancio della monetina e commentiamo.  

Il primo. Testa o croce? Se indovini vinci 100€; se sbagli, perdi la stessa somma. Giocheresti? La maggior parte delle persone risponderà “no”. Perché? Perché il nostro cervello sovrastima la possibilità di perdita, appunto in virtù del “loss aversion bias”: studi scientifici dimostrano che il timore di perdere impatta più o meno 2,5 volte rispetto alla possibilità di guadagno. Per superare questo empasse, dunque, bisognerebbe “rivedere” il gioco secondo queste cifre: tiri la moneta nel caso in cui indovinando vinci 250€ e non indovinando perdi 100€? A questo punto il cervello ti spingerà a lanciare la moneta, poiché la potenziale vincita è ben superiore alla potenziale perdita. 

I primi a sostenere questa tesi sono stati il Premio Nobel 2002 Daniel Kahneman, pioniere dell’economia comportamentale, e il collega Amos Tversky: i due ricercatori hanno documentato come la maggior parte delle persone tenda a percepire le perdite con maggiore intensità rispetto ai guadagni; come anticipato, la loro analisi è arrivata a scoprire come dobbiamo “guadagnare” il doppio di quanto “perdiamo” affinché l'assunzione di rischio ci sia indifferente.

RILANCIAMO LA MONETINA, MA…

Ecco un secondo gioco, in due diverse varianti. Prepariamo la monetina, ma… 

Variante 1. Se non giochi, vinci subito 100€. Se giochi e indovini, sali a 200€; se perdi, non prendi nulla. Giocheresti? 

Variante 2. Se non giochi, perdi subito 100€. Se giochi e indovini, non mi dai nulla; se perdi, me ne dai 200€. Giocheresti? 

Analizziamo i due scenari e sottolineiamo subito come la probabilità sia identica in entrambe le varianti. In matematica finanziaria, il pay-out probabile per entrambi gli scenari è lo stesso ed è 100. In termini razionali, dunque, tra le due scelte non c’è alcuna differenza

Invece, a causa del bias che stiamo analizzando, nel primo caso la maggior parte delle persone sarà portata ad accettare i 100€ di guadagno senza giocare (in questo caso influenzata anche dal desiderio di sicurezza); nel secondo caso, invece, proverà a tirare la moneta per provare ad evitare una perdita certa (influenzata quindi dall’avversione alla perdita).

UN CASO FINANZIARIO 

Arriviamo così al nocciolo dei nostri ragionamenti, portandoli nel campo finanziario: qui, uno degli aspetti principali dell’avversione alla perdita è, per esempio, quello di non vendere degli investimenti che si sono rivelati palesemente sbagliati. 

Un esempio? A fine anni 90 esplode una società tecnologica italiana, arrivata a quotazioni altissime ma il cui valore aziendale non rispecchiava cifre così importanti. Il titolo crollò e da 20 anni a questa parte non si è più ripreso. Perché ci sono ancora molti investitori che lo tengono nel loro portafoglio? Sì, esatto: per il loss aversion bias: vendendo quel titolo la perdita verrebbe contabilizzata, diciamo “messa nero su bianco”; e così non lo vendo, poiché rifuggo la perdita e preferisco non renderla “effettiva”.  

COME AFFRONTARE IL BIAS DELLA PERDITA?  

Le conclusioni della nostra analisi seguono il trend delle precedenti. Il primo passo per affrontare il loss aversion bias è quello di sapere cos’è, come funziona e provare a riconoscerlo nel momento in cui si presenta. 

Il secondo e sempre valido nel settore è quello di rivolgersi a un professionista che si occupa dei temi del risparmio e degli investimenti ogni giorno, poiché conosce la materia e i suoi rischi. E sa, dunque, affrontarli nel modo corretto.  

A cura di Jacopo Piol

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Mi chiamo Jacopo Piol, varesino di nascita ma internazionale per vocazione. La passione per la finanza mi ha condotto in tutta Europa, dove ho affinato le mie conoscenze e costruito la laurea in Economia. Oggi ho 40 anni, sono un papà e la famiglia è il mio primo pensiero, nella vita e nel lavoro. I miei clienti hanno attività, sono liberi professionisti, sono padri e madri. Il mio compito è occuparmi del loro benessere; per farlo ascolto, conosco, poi agisco: a guidarmi è la responsabilità. Il segreto è avere un piano, un obiettivo: ecco perché il mio motto è #joinplanning, unisciti a pianificare.

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