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Attualità | 28 settembre 2023, 11:35

Le voci dei fantasmi del bosco

Torchio di Montuzzo foto Claudio Venturini Delsolaro

Torchio di Montuzzo foto Claudio Venturini Delsolaro

L’albero di nocciolo cresce proprio al centro di quella che un tempo era stata una baita, nella sua tipica struttura ossolana o, più in generale, montana. Nella parte inferiore la stalla, bassa e buia, mentre al piano rialzato un piccolo spazio adibito ad abitazione, adatto solo per un tavolo, un giaciglio, una piccola credenza e una stufa. Niente di più. Il tutto era coperto da un tetto in piode, materiale raccolto poco distante. Oggi, non c’è più niente, intorno solo fantasmi. Fantasmi e bosco, ovunque.

Le montagne dell’Ossola sono piene di scene come questa, e la Val Grande non fa eccezione. Questi fantasmi di pietra, che così tante storie portano con loro, sono disseminati ovunque, vestigia di un tempo in cui queste zone erano più frequentate, abitate, vissute e coltivate, dove la fatica di intere generazioni, dal XIV secolo in poi, aveva strappato un pezzo per volta di terreno coltivabile alla roccia e ai dirupi. Queste generazioni ingaggiarono un autentico combattimento “corpo a corpo” contro il bosco: se da una parte tutto ciò serviva, appunto, a liberare spazio per i campi e i pascoli, dall’altra tutto quel legname era una risorsa economica preziosa, oltre che fonte di sussistenza.

(Val Pogallo foto Claudio Venturini Delsolaro)

Il bosco, infatti, era coltivato, seguito, gestito, sfruttato in ogni sua componente. Il fogliame secco, una volta raccolto, diventava la lettiera per le stalle e, dopo, il letame da spargere sui pascoli o nei campi per “ingrassarli”. La potatura e gestione dei castagneti, diffusi ovunque, la via per ottenere i preziosi frutti di questi alberi, da conservare per garantire cibo tutto l’anno. E poi il legno: la Val Grande che consociamo oggi, a partire dal X-XI secolo iniziò a cambiare, per poi accelerare, come detto, dal XIV secolo, quando l’opera di disboscamento e gestione forestale divenne articolata e diffusa.

(Tra Or Vergugn e Pezza Blena foto Claudio Venturini Delsolaro)

In quei secoli, la Val Grande mutò nome fino a quello attuale, prima era solo un comune “valdo”, cioè “bosco”, termine che oggi ci richiama la Val Formazza, ma che allora designava quest’area selvaggia. I primi boscaioli e alpigiani della Val Grande iniziarono, così, a sfruttare questa risorsa, a creare quegli spazi che noi oggi chiamiamo “alpeggi”, dove far pascolare mucche e capre, strappando al bosco erba e luce. Un pezzo per volta i boscaioli fecero arretrare il bosco, costruendo, letteralmente, il paesaggio montano come lo intendiamo oggi. Tutto ciò che vediamo e che così bello ci pare, infatti, è frutto di generazioni di boscaioli e di abitanti della montagna, che hanno creato quegli alpeggi e quelle radure nel bosco.

(Boscaioli della Val Grande)

Ora, il bosco ha preso la sua rivincita. Dalla metà del ‘900 in poi, infatti, la montagna si è via via spopolata, le fabbriche a valle hanno attirato gli uomini a lavorare, una nuova economia, infine, ha sottratto i più giovani a quelle zone, portandoli lontano. Il bosco, così, orfano dei suoi boscaioli, un seme alla volta ha ricominciato a espandersi, a strappare un lembo di prato dopo l’altro, stringendo in una morsa verde le case rimaste. Le baite sono crollate, sono rimasti in piedi solo pochi ammassi di pietra e la loro memoria di antichi muri, effigi di una fatica senza tempo.

(Rudere a Pogallo)

I fantasmi, intorno, mormorano e per sentire la loro voce le guide ufficiali del parco Val Grande hanno organizzato un’escursione ad anello: partendo da Cicogna e passano per Alpe Pra’ e Pogallo, per poi tornare a Cicogna, sarà possibile scoprire l’epopea dei boscaioli della Val Grande e molto altro!

Per maggiori info: https://www.parcovalgrande.it/eventi_dettaglio.php?id=106246

Ecozoica Srls Ufficio Stampa

Parco Nazionale della Val Grande

I.P.

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