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Storie | 04 giugno 2023, 15:35

«Amavo questo lavoro, mi sentivo libero. Ora è finito il tempo»

Anche l'edicola di via Manin, un vero punto di ritrovo per il quartiere, è costretta a chiudere i battenti. L'amarezza e i ricordi di Alfonso D'Addante, gestore dal 2011: «Mi sono inventato questa professione dopo aver perso l'impiego in Svizzera, oggi non c'è più mercato: con la crisi il nostro mondo non può più esistere»

Da sinistra, la signora Gabriella Taboni e il nipote Philippe, ultimi clienti, Gavina Arru e il marito Alfonso D’Addante, titolari dell’edicola

Da sinistra, la signora Gabriella Taboni e il nipote Philippe, ultimi clienti, Gavina Arru e il marito Alfonso D’Addante, titolari dell’edicola

 «Amavo questo lavoro, mi sentivo libero. Me lo sono inventato, dopo aver perso l’impiego in Svizzera, facevo il metalmeccanico. Sono qui dal 2011 e adesso sono costretto a chiudere, me ne vado in pensione ma con qualche rimpianto».

Alfonso D’Addante, 65 anni, origini pugliesi ma varesino dal 1974, è il titolare dell’edicola di via Manin, quella proprio di fronte al Palazzetto dello Sport, lì dagli anni ’80 quando venne costruito il grande condominio retrostante. Un ritrovo per molti abitanti della zona, vuoi per acquistare il quotidiano, vuoi per la piccola cartoleria o i giochini per i bambini, oppure soltanto per scambiare quattro parole o fare una fotocopia. 

Ora l’edicola-chiosco, ristrutturata nel 2017 da Alfonso con un investimento notevole, è chiusa da domenica scorsa, anche se lui e la moglie Gavina Arru continuano a inventariare e a vendere con lo sconto le ultime cose rimaste. Le edicole scompaiono una dopo l’altra, per la crisi dei lettori e l’avanzata dei giornali online, e se pure si erano ormai trasformate in piccoli empori devono alzare bandiera bianca di fronte al mutare dei costumi.

«Ogni giorno aprivamo alle 5,45 fino alle 19, tranne sabato e domenica in cui facevamo soltanto il mattino. La clientela è cambiata con il tempo, all’inizio anche qualche ragazzo delle scuole vicine, la Vidoletti, i licei artistico e scientifico, acquistava il giornale, poi hanno smesso e venivano soltanto per le ricariche del cellulare e le cartine per le sigarette», dice Alfonso D’Addante.

«I ragazzi non leggono, al massimo scorrono le notizie nel telefono. Oggi chi acquista il quotidiano cartaceo sono soltanto gli anziani. Prendono quello locale assieme a “Corriere” e spesso “Il giornale”, meno “la Repubblica” e poco la “Gazzetta dello Sport», fa eco la moglie Gavina, ex dipendente del Comune di Varese in pensione, che quando usciva dall’ufficio correva a dare una mano in edicola.

Fa tristezza vedere l’interno del negozio in via di smantellamento: sono rimasti i giochi per i bambini, il dispensatore di bibite, la rastrelliera per le cartoline, qualche libro allegato ai giornali, il manifesto pubblicitario per la raccolta completa di Zerocalcare “3D Collection”, le biro e i ricordini del Sacro Monte, che il titolare aveva fatto fare da una ditta specializzata.

«Me li chiedevano e allora mi sono procurato cartoline, tazze, accendini e campanelle con l’immagine di Santa Maria del Monte, un po’ li ho venduti, soprattutto in estate con la festa degli Alpini. Noi abbiamo sempre garantito altri servizi, come il fax, le fotocopie e la piccola cancelleria. Qualcuno passa ancora, nonostante la chiusura, pregandoci di spedire un fax o avere le fotocopie dei documenti. Purtroppo, con i bar vicini, vendere i giornali è diventato ancora più difficile, perché la gente va a prendere il caffè e se li legge là. Abbiamo tirato avanti anche perché vendevamo i biglietti del pullman e le ricariche dei cellulari, ora non ci sarà più nessuno in zona per questi servizi», racconta Alfonso.

«È una delusione tremenda, una vita di lavoro che va in fumo, ma non c’è più mercato. Un consiglio? Non aprite mai un’edicola, non sono più i tempi. È una vita in bilico, per esempio dovevamo acquistare noi i biglietti del pullman e pagarli, non era possibile tenerli in conto vendita e sulle ricariche non c’è quasi margine di guadagno. Finché si vendevano i giornali si tirava avanti, ma con la crisi il nostro mondo è finito».

Entrano una nonna con il nipote, il bambino è venuto a vedere se è rimasto qualche gioco in saldo. «Vengo qui da tempo immemorabile, comperavo il quotidiano locale e a volte il “Corriere”, ma soprattutto gadget per i miei cinque nipotini», dice la signora Gabriella Tabani, l’ultima cliente della storica edicola, mentre il nipotino Philippe, che gioca nelle giovanili della Pallacanestro Varese, cerca figurine. 

All’interno del chiosco, perfettamente attrezzato, rimane appesa una riproduzione in scala della maglia juventina di Ronaldo vicino a un cappellino con il logo delle zebre.

«Li vendevo quando CR7 giocava a Torino, adesso che la squadra è in disgrazia non vanno più. Il futuro di questa struttura, secondo me, è un punto vendita di generi alimentari confezionati, magari assieme ai giornali, oppure ai fiori. Nel tempo del lockdown mi ero ingegnato a tenere il pane, lo facevo trovare ai clienti affezionati. Sono certo che una rivendita di questo tipo potrebbe avere successo. Io sono a Varese da quando avevo 15 anni, mi hanno aiutato gli zii, ma la città è cambiata in peggio, si bada soltanto a fare soldi ma in cambio non ci sono servizi o sono mal funzionanti. Tante promesse e belle parole, ma le piccole attività sono tutte destinate alla chiusura».

Mario Chiodetti

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