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Varese dalla vetrina | 02 giugno 2023, 07:47

VARESE DALLA VETRINA/1 - Montonati, il presidio di viale Borri: «Le sigarette al manicomio e i dipendenti della Bassani. Code? Qui sempre. Ma erano "precise"...»

A tirare su la serranda era stato papà Angelo, nel 1968: «Per lui dodici ore di lavoro erano quasi una vacanza...». Ora, a condurre la "privativa" diventata "Vizi & caffè", ci sono Francesco e i ricordi di una vita: «Vendevamo di tutto: dal tabaccaio ci andavi anche per i giocattoli e le schiume da barba. Il boom? Con il lotto... Il primo giorno con le macchinette ci fu talmente tanta fila che mio padre pensò a una rapina». «Oggi? Ci sentiamo come l'ultimo baluardo della socialità»

Francesco Montonati fuori dal suo "Vizi & caffè" di viale Borri: papà Angelo aprì nel 1968 con il nome di "Privativa"...

Francesco Montonati fuori dal suo "Vizi & caffè" di viale Borri: papà Angelo aprì nel 1968 con il nome di "Privativa"...

Una nuova rubrica farà compagnia ai nostri lettori in questi mesi estivi. Si chiama “Varese dalla vetrina” e sarà un contenitore di racconti, pensieri e opinioni di chi, con la propria attività, è stato ed è ancora oggi un testimone autentico della storia di questa città. Di chi con essa ha intrecciato vita, progetti e sogni, scommettendo sul lavoro e sui varesini. Di chi, con il trascorrere del tempo, ha visto ogni cosa cambiare e può spiegarci questi cambiamenti. Di chi guarda il passato con la luce dei ricordi a illuminargli gli occhi e una vena di malinconia a inumidirgli il cuore, ma trova - magari con più difficoltà, ma almeno ci prova - uno spiraglio di quella stessa luce anche nel domani. 

“Varese dalla vetrina” sarà una narrazione senza troppi ricami o commenti giornalistici: spazio quasi esclusivo alle parole dei protagonisti, alle loro piccole o grandi parabole esistenziali e commerciali vissute dietro a un vetro. Un vetro che ha sempre ”dato” sul mondo comune a tutti noi. 

Buona lettura.

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Già solo il nome, per chi ne assapora oggi quel suono che negli anni è entrato in disuso, è un tuffo nel passato, un passato in cui a sembrare più semplici e più franchi erano persino i rapporti giuridici e il modo in cui definirli.

Privativa: il termine era usato come sinonimo di tabaccheria, esercizio commerciale che otteneva la concessione dallo Stato per entrare nel suo monopolio. Sigarette e affini (e fino al 1974 anche il sale) erano però solo una delle mille potenziali ragioni che il cliente aveva per varcare la porta: «Allora avevamo anche il reparto “igienico”, la cartoleria, i giocattoli: eravamo più negozi in uno. Non esistevano i supermercati: pensate che vendevamo fino a 200 bombolette spray di schiuma da barba in un mese. Papà li comprava da Campi, in centro, all’ingrosso…».

“Papà” è il primo protagonista di questa storia. Per Angelo Montonati quella “Privativa” di cui era diventato titolare, a metà di viale Borri, era un modo per riposarsi. Finalmente. La sua vita lavorativa, d’altronde, negli ultimi 5 anni era stata la gestione di una “pensione bar-trattoria” a Cassinetta di Biandronno. Cinque anni in cui si era alzato alle 5.30 del mattino per ritornare a coricarsi alle 2 del giorno dopo: «Capite che un’attività in cui gli orari di apertura erano invece 6.30-20 (7 su 7, ça va sans dire…) gli sembrasse davvero un altro mondo?».

Quasi una vacanza (di lavoro), per un rappresentante di una generazione per cui non esistevano fronzoli e il sacrificio imparavi a “mangiarlo” ancor prima di saper addentare il pane. Una “vacanza” che ogni giorno iniziava con il recupero dei giornali, perché la Privativa Montonati era, tra tutte le altre cose, anche edicola. E allora, col sole o con la pioggia, corsa in Stazione, dove i quotidiani arrivavano con il treno e venivano sistemati fuori dallo scalo, rigorosamente fuori, luogo in cui venivano ritirati: «Vendevamo 150-180 Prealpine al giorno, 50 copie sia del Corriere che di Repubblica e almeno 80 Gazzette, soprattutto al lunedì. Oggi? Siamo rispettivamente a 20, 3 e 4: l’edicola non esiste più…».

A parlare è Francesco, figlio di Angelo. «Il mio primo ricordo è il campanellino sulla porta. Lo avevano messo i gestori precedenti: avevano pochissimi clienti, quindi stavano sempre in cucina e avevano bisogno di un sistema che li avvisasse quando entrava qualcuno…». Per i Montonati, invece, la storia era diversa: «Aprimmo nell’ottobre del 1968 e pian piano i flussi aumentarono in maniera verticale. Io avevo iniziato quell’anno le scuole medie e venivo qui al pomeriggio, per dare una mano. La mia incombenza principale era fare le consegne di sigarette al vicino manicomio: 3-4 viaggi avanti e indietro con uno scatolone con dentro 50 stecche, che andavano a rifornire ogni reparto».

Il manicomio e poi la Bassani: «Che aveva più di 4000 dipendenti… un fiume di gente che passava in macchina o a piedi e si fermava per comprare qualcosa. E poi c’erano anche un sacco di medici e di infermieri».

Francesco frequenta l’università poi anche per lui l’attività paterna diventa “il” lavoro, in tempo per assistere da protagonista a un altro scatto in avanti: il lotto. «Papà era contrario a metterlo. “Ma chi vuoi che giochi?” mi diceva… Quando è entrato lui, le uniche robe tecnologiche che avevamo erano tre neon (ma ne funzionava uno solo…) e il telefono…  Invece il primo sabato in cui installarono la macchinetta per le giocate, fuori dal negozio si formò una fila che arrivava fino alla chiesa di San Carlo: lui scese di casa spaventato, pensava a una rapina…». Sarebbe infine arrivato anche il bar, ultimo capitolo della crescita insieme al nome "Vizi & caffè", quindici anni fa, quando la legge Bersani liberò le licenze.

Viale Borri, la culla di questo racconto, a quel punto aveva già iniziato a cambiare: «Intorno a me c’erano il lattaio, il panettiere, il fruttivendolo, la macelleria e la cooperativa… Tutti chiusi: siamo rimasti solo noi e il bar Colomba. Del resto la Lombardia è la regione con più supermercati di Italia: chissà se ai piani alti sanno che per ogni autorizzazione firmata per l’apertura di un nuovo supermercato, un negozietto di quartiere muore…».

Ma non solo la geografia commerciale è mutata: «Fuori da qui c’era una lunga fila di pioppi alti una quindicina di metri, oltre i quali i campi di grano e altro verde si estendevano fino alla ferrovia. Noi ragazzi ci andavamo a slittare quando cadeva la neve: ora invece al loro posto c’è praticamente un nuovo quartiere». Anche le code, di cui viale Borri dovrebbe diventare sinonimo contemplato dalla Garzanti, erano diverse: «La verità è che c’erano anche allora, ma erano più “precise”: si formavano solo alle 17.30, quando uscivano i dipendenti dalla Bassani. Adesso non si possono prevedere…. Certo che si ti metti a fare i lavori stradali alle 8 del mattino, chiudendo una corsia, pare abbastanza ovvio che si formino…».

Varese, dalla vetrina del Montonati, sta vivendo una spersonalizzazione comune a tante città: «Sono in contrazione i progetti, i luoghi di ritrovo, la gente, i sogni. Si sono create un sacco di solitudini. Una volta, se il signore che veniva a comprare ogni giorno la Prealpina non lo faceva per due mattine di fila, scattavano ricerche e telefonate… Oggi non ti accorgi nemmeno. La socialità si sta un po’ consumando: non c’è più quel tessuto connettivo in cui tutti si conoscevano e nel quale i piccoli negozi avevano la stessa funzione della chiesa e dell’oratorio».

Qualcosa, tuttavia, resiste. Ed è un bisogno che diventa anche una speranza flebile, un cerino rimasto acceso: «Da noi c’è ancora una richiesta di socialità, siamo ancora “il bar” di qualcuno: gente che viene qui, sta seduta un’ora e non consuma nemmeno un caffè, ma cerca quelle “due chiacchiere” che magari sono le uniche di una giornata trascorsa davanti a un computer. Ci sentiamo come un ultimo baluardo, che serve e penso servirà anche in futuro».

Fabio Gandini e Andrea Confalonieri

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