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Basket | 20 maggio 2023, 15:41

Caso Tepic: dove eravamo rimasti?

Sull’avvenimento dell’anno a Varese e nel basket italiano è calato il silenzio. La società biancorossa non adirà il Collegio di Garanzia del Coni: la decisione dopo un ultimo consulto con gli avvocati. Restano però tante e ancora insolute le domande sui risvolti interni di quanto accaduto e su come essi influiranno sul futuro del club

Caso Tepic: dove eravamo rimasti?

Caso Tepic: sull’avvenimento dell’anno a Varese e nel basket italiano è calato il silenzio. 

Sono passati 38 giorni (era il 13 aprile) dalla sentenza del Tribunale Federale Fip che ha comminato 16 punti di penalizzazione nei confronti della Pallacanestro Varese per frode sportiva e illecito sportivo, e 24 dalla pronuncia della Corte Federale d’Appello che ha poi ridotto - a seguito del ricorso biancorosso - la pena da 16 a 11 punti.

Nel frattempo la squadra di Matt Brase, piombata all’ultimo posto della graduatoria della Serie A dopo il primo provvedimento, si è salvata dalla retrocessione in seconda serie, evenienza che ha invece infine colpito sul campo Verona e Trieste.

A differenza di quanto accaduto dopo la pronuncia del Tribunale Federale, le motivazioni della sentenza di appello, attese entro 10 giorni dalla sentenza, non sono mai state rese pubbliche. Alcuni organi di stampa hanno ipotizzato che tale contegno da parte della Fip sia stato tenuto per motivi di privacy: un mistero curioso il fatto che l’esigenza di tutelare la riservatezza delle parti in causa sia emersa solo in corso d’opera… Ma tant’è: a oggi le valutazioni della Corte e soprattutto le ragioni per cui Varese abbia potuto beneficiare di uno sconto non si conoscono. 

Poco dunque si è potuto apprendere, se non che nelle succitate motivazioni fossero ancora presenti le contestazioni di illecito sportivo e di frode sportiva, nonché le medesime richieste (retrocessione in Serie A2) del procuratore federale, non accolte. Pallacanestro Varese ha comunque ricevuto le “spiegazioni” delle statuizioni giuridiche della Corte - tra sabato 6 e lunedì 8 maggio - e ha dal canto suo parimenti deciso di non commentarle: nessuna nota, nessun comunicato, diversamente da quanto capitato dopo il primo grado.

La società avrebbe ancora la possibilità teorica di adire al Collegio di Garanzia del Coni con un ulteriore ricorso: i 30 giorni di tempo concessi dalle norme per impugnare la sentenza di secondo grado scadranno solo ai primi di giugno. Ma la società prealpina non sfrutterà l’opportunità: in settimana è avvenuto un incontro tra i vertici e il pool di avvocati impegnati nella difesa del club in appello, meeting che avrebbe definitivamente sconsigliato la prosecuzione della “lite”. 

L’intenzione sarebbe quindi quella di accettare infine il verdetto e di chiudere così la travagliata stagione. D’altronde già la salvezza ottenuta aveva contribuito a smorzare i piani bellicosi emersi nella prima ora, quando l’entità della riduzione della penalizzazione e quanto appreso durante l’udienza tenutasi a Roma il 25 aprile scorso parevano aver decisamente stimolato la volontà di proseguire nella lotta di giustizia (leggi QUI).

Il ricorso al Collegio, va ricordato, potrebbe peraltro essere esperito solo per contestare un’eventuale violazione di norme di diritto nella sentenza impugnata e/o l’omessa o insufficiente motivazione circa un punto della controversia: un po’ come avviene per la Cassazione nel sistema di giustizia dello Stato, infatti, all’organo del Comitato Olimpico Nazionale Italiano non spetta alcun riesame del fatto. 

Tre invece le possibili decisioni dello stesso: accoglimento del ricorso, rigetto del ricorso e accoglimento del ricorso con rinvio alla Corte d’Appello Federale, che a quel punto è chiamata a “riformulare” il giudizio in virtù dei principi di diritto espressi dal Collegio, tutte prospettive che non andrebbero a mutare il risultato del campo e, anzi, nelle peggiori delle ipotesi farebbero correre il rischio di riaprire una ferita.

Più ampi, ma al contempo ancora più fumosi, sarebbero invece gli orizzonti di un ricorso al Tar, che nei giorni scorsi si è pronunciato sulla richiesta di Eurobasket Roma (come noto vittima di un caso simile a quello varesino con il giocatore Damien Hollis: leggi QUI) di accesso agli atti federali, accogliendola. Lo stesso tribunale amministrativo potrebbe essere anche l’approdo cercato dalla Pallacanestro Trieste, la quale non ha invece titolo per ricorrere al Collegio di Garanzia del Coni nel tentativo di rimediare alla retrocessione: l’obiettivo perseguibile dai giuliani sarebbe quindi solo quello di ottenere l’accesso agli atti per poi provare a bloccare, tramite ulteriore iter giudiziario, le iscrizioni al prossimo campionato, chiedendone l’allargamento a 17 squadre. 

Ma al di là dei risvolti collettivi, cioè quelli riguardanti l’intero movimento di vertice in termini di avvenimenti sensibili di influire sulla geografia dei tornei venturi, ci si chiede anche (e nemmeno in questo caso sembrerebbero interrogativi di poco conto) se e come il principale sodalizio cestistico cittadino abbia gestito, stia gestendo e gestirà internamente il caso. 

Ci si chiede se prima o poi ci sarà una ricostruzione pubblica di quanto avvenuto nelle segrete stanze di Masnago, ulteriore o diversa rispetto all’unica finora disponibile, cioè quella contenuta nelle motivazioni della sentenza di primo grado che hanno svelato agli occhi del mondo una serie di errori e di mancanze indubbiamente gravi e realmente verificatisi in seno alla società. 

E, quindi, non ci si può anche non domandare se ci sia stata o ci sarà un’assunzione di responsabilità e, ancora, se queste responsabilità verranno in qualche modo comunicate all’esterno e, altrettanto importante, se esse porteranno a dei cambiamenti nell’organico che gestisce - a più livelli - la vita del club.

No, farsi tutte queste domande non è un pruriginoso desiderio di aprire una tardiva caccia alle streghe: come scritto QUI, tuttavia, dopo il “serrate le righe” dell’ambiente davanti al pericolo di retrocedere e di veder sfumare una parte consistente del futuro della Pallacanestro Varese (e dunque di pagare ben oltre le proprie colpe: illecito sportivo e frode sportiva sono considerabili ancora oggi delle conclusioni abnormi e ingiustificate, in virtù dell’assenza di vantaggi competitivi derivanti dalle omissioni imputate),per onestà intellettuale rimarrebbe l’esigenza di avere una seria e piena luce sui fatti interni, perché essi hanno provocato l’insorgenza di un caso che ha rovinato l’annata biancorossa e il lavoro di tante persone. 

Squarciare il silenzio sceso sull’intera vicenda servirebbe anche a riacquisire una fiducia senza ombre nell’operato societario e in un futuro possibilmente privo di pagine così nere.

È, pertanto e infine, normale che la curiosità si spinga allora anche al domani del vertice societario: per un nuovo consiglio d’amministrazione i tempi non dovrebbero essere immediati, essendo la sua formazione legata necessariamente all’entrata definitiva degli investitori australiani. 

A oggi, quindi, la Pallacanestro Varese è ancora guidata da un presidente inibito per tre anni per frode sportiva e illecito sportivo.

Fabio Gandini


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