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Storie | 14 maggio 2023, 17:30

Il ruolo dell'agronomo nella filiera del caffè: l'esperienza di Michela Corbetta in Torrefazione Felmoka

Al termine del suo tirocinio nella torrefazione di Malnate, la giovane agronoma ha condiviso i suoi ricordi, gli incontri, i progetti, con una riflessione sull'importanza della sua figura anche per diffondere una vera cultura del caffè

Il ruolo dell'agronomo nella filiera del caffè: l'esperienza di Michela Corbetta in Torrefazione Felmoka

Quando entriamo in un bar e ordiniamo una tazzina di caffè, prendiamoci un attimo e proviamo a immaginare il lungo percorso che ogni chicco ha fatto prima di arrivare lì, nella forma liquida che, ogni giorno, ci piace gustare.

Un percorso che conosce bene Michela Corbetta, agronoma che ha appena concluso un tirocinio presso la Torrefazione Felmoka, a Malnate, un’esperienza entusiasmante di cui ricorda ogni singolo giorno.

«Ho seguito un corso post-diploma incentrato sulla filiera agroalimentare, in cui siamo partiti dall'inizio, nel caso del caffè dalla piantagione, fino al prodotto finale, osservando ogni fase della trasformazione. Ho deciso di fare un'esperienza in Felmoka perché abbiamo seguito un corso sul mondo del caffè, mi è piaciuto e ho voluto saperne di più».

Il ruolo dell'argonomo

Era metà marzo quando Michela è entrata nella grande famiglia della Torrefazione malnatese come agronoma, un ruolo importante perché «anche se in Italia ci occupiamo solo dell'ultima parte, per avere un buon caffè bisogna partire dalla pianta: se il prodotto all’origine non è di buona qualità arriverà al consumatore un prodotto non di buona qualità. L'agronomo è un "dottore delle piante", ne conosce le malattie, sa come curarle e come prevenirle».

Ancora di più, l'agronomo sa quali sono gli elementi nutritivi che la pianta del caffè consuma, così da utilizzare concimanti naturali ed evitare quelli chimici: «Proprio come nella produzione del vino, per fare in modo che questo esprima un determinato sentore ciclicamente i vigneti vengono affiancati a terreni in cui si trovano piante da frutto».

Anche in termini di sviluppo sostenibile, l'agronomo è una figura da incentivare, in quanto «studia la terra e la pianta dal punto di vista meccanico e come si rapporta con ambiente essenziale per promuovere pratiche sostenibili. In particolare, a fronte dei cambiamenti climatici che stanno avvenendo, spesso le malattie sono ancora più aggressive nei confronti delle piante, ma è bene non usare fertilizzanti chimici senza competenze».

«Come azienda, l'opportunità di conoscere una figura professionale come quella di Michela è stata una piccola miccia che ha acceso una grande bomba - ha aggiunto Talia Miceli, responsabile marketing e design di Felmoka - Ci ha aperto la mente a tante riflessioni che collegano ancora di più l’azione di bere un caffè in Italia rispetto ad altre parti del mondo, conoscere tecnicamente i procedimenti naturali ci dà modo di fare domande specifiche ai fornitori. In Torrefazione non coltiviamo caffè, ma all'interno della filiera è comunque tutto collegato e spesso non ci rendiamo conto di quanto ci sia dietro dal punto di vista della coltivazione».

La cultura del caffè

 

«Tra le attività in cui un agronomo può essere utile - ha proseguito Michela - una è la selezione delle materie prime, dall'analisi visiva dei chicchi crudi si possono capire tante cose della pianta. Poi, la diffusione di una vera e propria cultura del caffè, ad esempio spiegare che il caffè arabica è più dolce del robusta per la caffeina, sostanza prodotta dalla pianta che serve come sistema di difesa da insetti e agenti patogeni: la robusta ne contiene di più perché cresce ad altitudini più basse, più calde, quindi con più proliferazione di agenti patogeni, quindi ha più caffeina e si adatta meglio a situazioni diverse».

 

«Mi porto a casa una bella esperienza sul caffè, ho potuto avere una visione a 360 gradi di questo mondo, il corso mi ha fornito le conoscenze teoriche, ma parlare con le persone fa un altro effetto. Ricordo l'incontro con una donna brasiliana, ci ha presentato un progetto, ha spiegato cose che non avrei mai potuto conoscere», ha concluso Michela, ripensando ai due mesi di tirocinio e, soprattutto, alle nuove competenze e alle emozioni che questi due mesi le hanno lasciato.

Giulia Nicora

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