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Cultura | 20 aprile 2023, 18:54

Emozioni in musica a Varese: la Sesta sinfonia di Čajkovskij incanta San Vittore

L’abisso non fa paura ai ragazzi dell’Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Milano e al loro direttore Pietro Mianiti, che l’ha affrontato “a mani nude”, senza bacchetta, come in un infinito, partecipe abbraccio

Emozioni in musica a Varese: la Sesta sinfonia di Čajkovskij incanta San Vittore

Chi affronta la Sesta sinfonia di Čajkovskij sa di ballare sull’orlo dell’abisso, di ascoltare l’aperta confessione di un’anima inquieta e tormentata. È una sorta di testamento spirituale, un’utopia non realizzata, una musica sensuale e disperata, composta 130 anni fa per raccontare a noi le profonde lacerazioni di un uomo ma anche di un mondo che si stava disfacendo, come succede a quello di oggi. 

L’abisso non fa paura ai ragazzi dell’Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Milano e al loro direttore Pietro Mianiti, che l’ha affrontato “a mani nude”, senza bacchetta, come in un infinito, partecipe abbraccio. A San Vittore, l’ultima nota dello straziante Andante finale è rimasta risonante a lungo, con il violoncello a vibrare nel silenzio della basilica. Poi l’applauso scrosciante del pubblico della Stagione Musicale comunale giunta all’epilogo, un successo completo e appagante per il direttore artistico Fabio Sartorelli che l’accompagna da 23 edizioni. 

«Dopo il Finale della sinfonia, non avrei mai potuto concedere un bis», ha confessato Mianiti al termine di una esecuzione di straordinaria intensità e magniloquenza sonora, e c’è da capirlo, perché quell’Adagio lamentoso rappresenta una fine, quella della sinfonia di stampo ottocentesco –tra non molti anni sarebbe arrivato un certo Stravinsky con la sua sconvolgente rivoluzione- ma anche il termine della vita, una morte lenta e agonica, vissuta dal compositore prima ancora che dall’uomo. 

Mianiti ha estratto dalla “Patetica” ogni colorazione possibile, tutte le sfumature del carattere ciakovskiano, esaltando il suono imponente dell’Allegro molto vivace, il vero finale dell’opera con la “marcia” insistente che conduce alla desolazione dell’ultimo tempo, dove nulla è più come prima e la morte si avvicina nota dopo nota. Non dimenticando mai di far cantare l’orchestra, perché questa è la tradizione italiana, vivaddio.

I ragazzi dell’OsCoM, età media sui diciassette anni, si sono immersi in maniera esemplare in una partitura così lontana dal loro universo sensibile, regalando agli appassionati che gremivano la chiesa la smagliante bellezza del suono e del fraseggio, e restituito al loro direttore, quasi commosso nel ringraziarli a fine corsa, il sogno rivelato di una musica non più di questo mondo. Ora l’appuntamento sarà per l’autunno, che ci auguriamo “sinfonico” come ai bei tempi.

Mario Chiodetti

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