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Calcio | 22 marzo 2023, 12:53

Caro Varese, ricordati sempre le parole di Buba: «Ce n'è un'altra». Lo diciamo anche noi oggi: perché non può finire così

Questo club nasce il 22 marzo di 113 anni fa da persone di cuore, che pagavano per indossare la maglia, ha vissuto e vivrà solo con persone di cuore. Come Bonifacio, che giocò cieco ad un occhio e trascinò il Varese per la prima volta in B. Come Picchi, Maroso, Sogliano, Fascetti, Soldo, il povero Verdicchio, Roselli. L'"unica squadra al mondo" unì il diavolo e l'acqua santa, Beppe e Sean, in una storia che è sempre stata da infarto, fatta di grandi cadute e rinascite impensabili

«Ce n’è un’altra» disse Buba Buzzegoli al muro biancorosso dopo la finale d'andata per la B persa a Cremona. «Ce n’è un’altra» lo diciamo anche noi. Perché non può finire così

«Ce n’è un’altra» disse Buba Buzzegoli al muro biancorosso dopo la finale d'andata per la B persa a Cremona. «Ce n’è un’altra» lo diciamo anche noi. Perché non può finire così

Se ci fosse un museo del calcio varesino, il posto d’onore spetterebbe allo statuto della società, nata il 22 marzo del 1910 con quel nome che è già un’identità e che vorremmo ancora sentire oggi: Varese Foot-Ball Club. I pionieri mica erano calciatori professionisti, anzi loro stessi dovevano pagare per indossare la maglia di seta biancoviola e per giocare sulla ghiaia polverosa di Piazza Mercato.

Erano «gente senza pretese, senza ingaggi, senza mezzi termini», come scrisse Franco Giannantoni nel suo “Cinquant’anni di Calcio a Varese”. Soprattutto, erano persone di cuore. Non è un caso che presto la maglia del Varese si sia tinta del colore del cuore. Perché la storia del pallone a Varese è innanzitutto una storia fatta di cuori. Come quelli di Bonifacio e Cristina, due eroi della squadra che si aggiudicò la prima promozione in B, nel 1943: Bonifacio fu capocannoniere, segnando 18 gol e giocando nonostante fosse cieco a un occhio; Cristina, grande artefice del salto di categoria, morì in guerra qualche mese dopo. Come chiamare due cuori così? Non ci sono parole ma solo l’augurio che i cuori di Cristina e Bonifacio continuino sempre a battere nel petto di chi ama il Varese e di chi veste la sua maglia.

Ci sarebbe piaciuto conoscere un altro grande cuore biancorosso. Armando Picchi, il Capitano della Grande Inter di Herrera, che a un certo punto dovette lasciare la “Beneamata” per rimettersi in gioco. A Varese, insieme a mister Bruno Arcari, al giovane Pietruzzu Anastasi e a tanti altri compagni di grande cuore, come Peo Maroso o Ricky Sogliano, riuscì a prendersi una bella rivincita, nella stagione migliore della storia biancorossa (settimo posto in Serie A).

E noi come ci siamo innamorati del Varese? Con la squadra più bella e all’avanguardia di sempre. Il Varese di Fascetti emozionava con il cuore fresco e sprizzante di vita, di quei ragazzini terribili capaci di incantare esprimendo il vero «calcio fantasia», puro, arrembante, meraviglioso. Cari fautori del noioso e stucchevole tiki taka, guardatevi quel Varese che all’inizio degli anni Ottanta vinse la C1 e sfiorò la A; ammirate le verticalizzazioni rapide e micidiali dei biancorossi e considerate la vera bellezza del calcio…

Non abbiamo lasciato solo il Varese nell’anno del primo fallimento, quando a scuola portavamo con orgoglio la sciarpa biancorossa, venendo presi costantemente in giro da quelli che tifavano solo le big di Serie A e ci consideravano sfigati perché noi vedevamo solo la squadra della nostra Città…

Ma il nostro cuore batteva insieme al cuore impavido di ragazzini di poco più grandi di noi che, in C2, erano rimasti soli, senza dirigenza, senza nessuna certezza, neppure quella dello stipendio. Quei giovanotti, guidati e sostenuti solo dal cuore del loro allenatore (Carletto Soldo), e trascinati dai gol di un ragazzo (già uomo) d’oro (Roberto Verdicchio), hanno avuto il cuore per entrare nel mito, abbandonando l’ultimo posto e strappando una salvezza insperata che, alla fine, si tramutò addirittura in un onorevole ottavo posto. La storia del loro cuore, ricorda quella del cuore dell’ultimo Varese di mister Roselli che, sull’orlo di un baratro mortale seppe andare avanti credendo ciecamente nell’impossibile e conquistò un’altra salvezza inimmaginabile.

Questa storia tinta di bianco e di rosso è una storia da infarto fatta di grandi cadute ma anche di rinascite impensabili. Quella del Varese 1910 ci ha portato da Parabiago all’Olimpico di Torino, da Caravaggio a Marassi. È una storia che ha fatto diventare amici il diavolo e l’acqua santa, Sean e Beppe, prima incompatibili e poi diventati inseparabili: Sogliano è molto più di un direttore, è uno che vive per la sua squadra, proprio come Sannino, che alla fine dell’allenamento si ferma a giocare coi ragazzi della scuola calcio.

Questa è vita. Questa è emozione. Questo è il Varese.

E le trasferte insieme a Tiziano, un altro per cui il Varese è «l’unica squadra al mondo», da Carpenedolo al Bentegodi? Non hanno prezzo. E l’immenso Buba che cosa ha fatto di più prezioso della doppietta che ha steso la Cremonese nella finale dei playoff, riportando la B a Varese dopo un quarto di secolo? Ha rincuorato i tifosi, subito dopo lo 0-1 dell’andata, andando a dire ai mille arrivati in trasferta: «Ce n’è un’altra».

«Ce n’è un’altra» lo diciamo anche noi oggi. Perché non può finire così, caro Varese.

Buon compleanno Varese, dovunque tu sia.

Filippo Brusa


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