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Busto Arsizio | 04 marzo 2023, 10:27

Endocrinologia: cosa fa uno specialista d’organo?

Il dottor Alberto Baroli, responsabile dell’ambulatorio di patologia endocrina del collo all’Istituto Clinico San Carlo, ha spiegato tutte le metodologie di diagnosi e di interventistica sui noduli tiroidei

Endocrinologia: cosa fa uno specialista d’organo?

Il dottor Alberto Baroli è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Pavia. Ha perfezionato la sua formazione acquisendo due specialità: medicina interna, con lode, e medicina nucleare. Ha poi completato la propria formazione acquisendo, nel 2018, un master di secondo livello in ecografia diagnostica e interventistica all’AACE di Boston. Attualmente è aiuto dirigente medico consulente internista nei reparti di riabilitazione Parkinson nella fondazione Borghi di Brebbia e responsabile dell’ambulatorio di patologia endocrina del collo dell’Istituto Clinico San Carlo.

Ma cosa fa uno specialista d’organo? «Lo specialista d’organo unisce le proprie conoscenze in ambito clinico e di laboratorio al dato ecografico che effettua personalmente per la stratificazione del rischio del nodulo tiroideo».

Il dottore ha spiegato la parte diagnostica: «Qua al San Carlo abbiamo un ambulatorio di patologia endocrina del collo – di cui è responsabile -, valutiamo i noduli tiroidei, stratifichiamo il rischio mediante lo studio clinico ed ecografico del nodulo. Ci sono noduli benigni che necessitano solo di sorveglianza ecografica attiva secondo periodi ben definiti, che possono andare da 6/12/18/24 mesi, a noduli sospetti o patologici che sono meritevoli di ago biopsia eco guidata che effettuiamo noi qua al San Carlo».


In seguito, il materiale biologico estratto dal nodulo viene inviato presso l’anatomia patologica, qua viene processato e, poi, viene redatta la diagnosi dell’anatomopatologo che ci permette di gestire il follow up del nodulo tiroideo nel tempo».

E in base a tutte le valutazioni: «Se emerge che è un nodulo benigno e non ha sintomatologia compressiva sarà sufficiente una valutazione ecografica periodica, se invece dall’ago aspirato emergono delle cellule un po’ sospette può essere meritevole allora di valutazione con lo specialista chirurgo per definire l’eventuale necessità, l’’indicazione, di una terapia chirurgica. Se invece il nodulo è di tipo indeterminato, va valutato nel tempo con differenti valutazioni, come l’agoaspirato, e nel caso in cui ci fosse una crescita dimensionale, anche se non è un nodulo maligno, può essere necessario fare una scelta chirurgica».

Il dottore ha poi spiegato le tecniche utilizzate per il trattamento: «Noi operiamo in ambito interventistico-diagnostico, come gli agoaspirati, e anche interventistico-terapeutico con l’alcolizzazione delle cisti tiroidee mediante procedure di alcolizzazione eco guidata, che si chiamano “Ethanol Ablation”. Questo permette di evitare l’intervenuto chirurgico e di far guarire completamente il paziente con una procedura ambulatoriale per niente invasiva».

Dal 2017 al San Carlo è stata introdotta la termoablazione dei noduli tiroidei e dei linfonodi metastatici, di cui il dottor Baroli ha spiegato i procedimenti: «La nuova tecnica, nuova relativamente perché io me ne occupo dal 2008 e l’ho portata qui al San Carlo nel 2017, è la termoablazione dei noduli tiroidei e dei linfonodi metastatici del collo con tecniche di laser terapia o, dei noduli più grossi, portando energie maggiori per ottenere un’ablazione più significativa, tramite metodiche di radiofrequenza. A questo seguiranno dei periodici controlli, clinici ed ecografici, per la valutazione dei risultati ottenuti».

  

L’agoaspirato dei noduli tiroidei è crescente come attività interventistica diagnostica, tranne nel periodo covid.

Tanto che sono state effettuate 110 procedure di agoaspirazione ecoguidate.

Questo ha permesso di identificare circa 10-15 pazienti all’anno che sono stati trattati con procedure di termoablazione ecoguidata (noduli tiroidei benigni e linfonodi metastatici).

Michela Scandroglio

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