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Busto Arsizio | 26 febbraio 2023, 09:00

LA VIDEOINTERVISTA. «Noi partiti, voi partiti?». Così il parroco e i volontari si misero in viaggio per salvare i bimbi ucraini commuovendo l'Italia. E un anno dopo hanno un sogno

Don Giuseppe Tedesco ripercorre quelle ore di paura, amicizia e fede che spinsero ad affrontare quasi 3mila chilometri: «La speranza è di rifarlo presto, al contrario, andando a trovare tutti». A San Giuseppe oggi ospiti sei minori e due adulti. I messaggi di aiuto che il sacerdote conserva e quella pronta risposta: «Se c'è bisogno ci siamo». La frase più bella: «Un papà ci ha commossi dicendo all'assistente sociale, qui sono amati come li amo io»

La partenza, l'arrivo, momenti di amicizia insieme

La partenza, l'arrivo, momenti di amicizia insieme

«Noi partiti. Voi partiti?» La domanda dei bimbi ucraini, in realtà, era una chiamata che aveva già avuto risposta.  Don Giuseppe Tedesco aveva deciso di partire con i volontari, sì, di andare a prendere quei bimbi di Chernobyl  e portarli lontano dalla guerra in Ucraina.

La decisione

Un anno fa, in queste ore il parroco così annunciava in chiesa la missione imminente del piccolo gruppo verso la Polonia, dove si erano rifugiati i ragazzini. Amici che ogni anno venivano a trovare salute e affetto qui, a Busto Arsizio e nei paesi vicini. Ragazzini di cui si sentiva la responsabilità, una delle parole chiave in questa storia. Responsabilità, paura, coraggio, amore e fede sono termini che si uniscono nel racconto, nutrito anche dei messaggi scritti o vocali mandati dai ragazzi dopo lo scoppio della guerra, messaggi che don Giuseppe conserva tutti: « Sì c'era la paura, i soldati russi entravano proprio dalla zona dove abitavano i bambini e quando ci hanno scritto “pregate per noi” abbiamo capito che tutto era iniziato. Ma c'è stato anche quel dire loro “Se c'è bisogno ci sono”». Siamo in un'area dove la violenza brutale ha subito fatto irruzione, non lontano dalla tragedia di Bucha. Occorreva muoversi in fretta.

Mettersi in viaggio e fare una strada mai affrontata prima, verso il buio della guerra, è parso naturale. San Giuseppe è una parrocchia dove si accolgono tutti i poveri, i fragili, non importa da dove provengano. Succede nelle chiese italiane ma certo qui si posa anche uno sguardo particolare, quello di don Isidoro Meschi che ha offerto la lezione più grande con il suo esempio e la sua vita, 32 anni fa.

Allora in viaggio per quasi 3.000 km, commuovendo la città e tutt’Italia. Partenza il 27 febbraio, ritorno nella notte del 1 marzo, accolti dal sindaco di Busto Emanuele Antonelli e ben presto dalle telecamere di tanti tg nazionali. Quando arrivano nelle case che sono già un po’ loro, viste le vacanze passate insieme, i piccoli sognano le lasagne o la partita di calcio, ma prima di tutto che tacciano le bombe. La maggior parte dei bimbi non ha mamma: sono in contatto con i papà e gli altri familiari, attraverso i messaggi e una volta la settimana la videochiamata.

Il tempo della responsabilità

La più grande delle ragazze compie a marzo 16 anni - spiega il parroco - e in Ucraina questa è considerata l’età in cui lei diventerà responsabile dei suoi fratelli. È un messaggio importante perché ciascuno ha avuto l’occasione di prendersi questa responsabilità che parte dal non chiudere gli occhi di fronte alla guerra e magari assumere posizioni  astratte, assurde mentre «queste sono vita reale, volti, nomi». In questo anno sono successe tante cose: i ragazzi sono andati a scuola, hanno fatto amicizia, giocato a calcio, segnato il primo gol. Ci sono quelli che abitano con la famiglia di don Giuseppe, preziosi nonni, zii e la magnifica gatta di casa, Perla.

Aiuti da istituzioni? Di fronte ai falsi miti che girano spesso quando si soccorrono i più fragili che vengono da lontano, il sacerdote scuote la testa: quando ci sono stati, erano finalizzati, a pagare ad esempio l’educatore o il cibo inizialmente per la Casa Don Lolo. Ma tutto viene fatto grazie ai volontari: «La carità è una missione. La Caritas aiuta da sempre tutti i poveri, tutti i fragili. Non c'è stata mai una linea privilegiata per l’emergenza ucraina, ma ripeto, i poveri li abbiamo sempre aiutati e la parrocchia è stata un faro per tutti i bisognosi. Io continuo sulla scia di bene che c'era prima di me e spero che l’esempio che sto dando anch'io domani lasci qualcosa».

Tra pochi giorni compie tre anni il più piccolo del gruppo, lo sentiamo piangere e la mamma gli ha preparato una piadina capace di placare le lacrime. Si cerca di sorridere anche se è difficilissimo perché la guerra continua a infierire sull'umanità: «È passato un anno… In questo momento c'è soltanto da pregare e sperare che la diplomazia faccia i suoi passi, ma è dura».

Il viaggio, al contrario

In oratorio oggi sono rimasti sei minori e due adulti. Solo il piccino ha la mamma. In Casa Don Lolo, un’altra quindicina di persone trova ospitalità. La scorsa estate uno dei messaggi più belli è stato pronunciato da un papà, arrivato a trovare i figli la scorsa estate superando le difficoltà. Ai Servizi sociali doveva confermare la situazione di affidamento dei ragazzi e ha detto davanti all’assistente: qui sono amati come li amo io.  

Don Giuseppe ha una speranza: «Lo dico ai ragazzi, quando finirà la guerra e ci si potrà muovere con la pace sarà il momento di tornare indietro. Io troverò qualcuno che mi sostituisca e farò un viaggio per riportarvi a casa. Ma non andremo diretti lì. Dovremo fare delle tappe presso tutte quelle persone che abbiamo ospitato, che sono tornate e che ci dicono: vi aspettiamo». Sarà un viaggio più lungo e meraviglioso.

LA VIDEOINTERVISTA

Marilena Lualdi

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