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Varese | 25 gennaio 2023, 07:40

Cento anni fa nasceva Uberto Vedani, il pittore poeta dal delicato sentire e della Varese delle botteghe e dei caffè

La musicalità, nel verso e nella pittura, è stata la caratteristica fondante dell’arte di Vedani, scomparso nel 2010, assieme alla serenità e al senso di speranza, di riscatto dal grigiore quotidiano attraverso la bellezza della natura e delle sue creature. Perché non organizzare una mostra per ricordarlo?

Cento anni fa nasceva Uberto Vedani, il pittore poeta dal delicato sentire e della Varese delle botteghe e dei caffè

Ricordo la discesa di via Conca d’Oro, il condominio quasi sulla curva, le scale strette e il tinello con il balcone che dava su un prato, poco distante alla villa dove Guido Morselli fatalmente incontrò “la ragazza dall’occhio nero”. Un appartamento semplice, quasi frugale, intorno qualche sagoma di uccello impagliato - memoria di un passato da cacciatore - e Uberto, con gli occhiali dalla montatura dorata, la coroncina di capelli candidi e la parola lieve, già poetica. 

Un pittore poeta di delicato sentire, che oggi compirebbe un secolo di vita, e allora, agli inizi del nuovo millennio, mi raccontava di sé e della sua giovinezza, degli studi d’arte, allievo di Giuseppe Montanari, con il diploma al Liceo artistico seguito poi all’insegnamento. La passione per la natura e gli uccelli, prima da monello a caccia di nidi e con la maturità diventato birdwatcher, capace di osservare scriccioli, pettirossi e cince per ore dalla finestra e dal balcone e poi raccontarli in versi, in uno dei suoi libri.

Un frammentista, Uberto Vedani, come quasi tutti gli scrittori e i poeti lombardi del suo tempo, da Carlo Linati e Cesare Angelini, un ricamatore di sensazioni e pensieri, un uomo da “freguj da sentiment”, particelle di sentimento, briciole, frantumi alla Sbarbaro, minuzzoli che però con la sua penna prendevano vita e passione. 

Nella mia biblioteca ho ritrovato il suo “Cantavan i rusignö”, anno 1978, sul frontespizio la dedica alla moglie di Montanari, la signora Nina, poi la presentazione di Fabrizia Negri, che scrive come la poesia dialettale di Uberto abbia «in sé la forza viva della vera lingua, concretizzata nei modi più diretti e naturali. Una poesia compiuta, sia sotto il profilo del ritmo, sia degli accostamenti fonico-musicali». 

La musicalità, nel verso e nella pittura, è stata la caratteristica fondante dell’arte di Vedani, scomparso nel 2010, assieme alla serenità e al senso di speranza, di riscatto dal grigiore quotidiano attraverso la bellezza della natura e delle sue creature.

«Un uselin minüdar/ un pizighétt da penn/ cunt dèntar in di venn/ ul vènt sugnan/ d’un magatèll», è il ritratto di una cincia mora, mentre il “zeriatt”, lo scricciolo, è «Visp me un pesin/ cunt düü ugitt da furett/ al becheta burdock/muschitt e bisett». Fino agli usignoli del titolo: «Nocc da Mag/ verginai da ciarur/ cantaa di rusignö/ immatii d’amour./ Nocc distenduu/ d’ur incantaa/ ca infiravan in di venn/ carezz minuitt/ ebrezz ca rivavan drizz/ al cör./ Cantavan i rusignö…/ e i sentiment/ disfrenaa/ in sentee da vent/ vugavan in di söögn». 

Nel libro ci sono anche i suoi disegni, delicati e sognanti, un po’ alla Rousseau, pieni di un sentimento agreste, con la terra che respira al ritmo di chi la ritrae, vuota di uomini ma popolata da altre creature più consonanti. Era però la lingua vernacola -Vedani aveva contribuito alla fondazione del Cenacolo dei poeti dialettali varesini- la sua miglior forma di espressione, e alla fine del libro ritrovato, ecco un suo autoritratto in versi che riporto qui sotto per intero, per un omaggio all’uomo e al poeta che allora ritrassi come Montale, a tu per tu non con l’upupa impagliata, «ilare uccello calunniato dai poeti», ma con un martin pescatore. Uberto ne fu felice e orgoglioso, e mi donò un suo grande quadro a olio, proprio con il martino appollaiato su una tifa. 

La proposta quindi arriva in automatico: perché non organizzare una mostra dei suoi dipinti magari con la lettura delle poesie? Se ci sono collezionisti tra i lettori si facciano avanti, potrebbe essere un bell’omaggio a un artista schivo e riservato, ma di gran cuore.

I suoi cent’anni raccontano infatti un mondo ormai remoto, semplice e ancora ritmato dalle stagioni, una Varese salotto buono, con le botteghe e i caffè, il dialetto che risuonava spesso al posto del trillo dei cellulari. Auguri Uberto, ovunque tu sia, oggi all’imbrunire il primo usignolo incomincerà a cantare.

Autoritratt

«Par metas in vista/ ècu in poch tratt/ in ciaa realista/ ul mè Autoritratt./ 

Asee ghè la facia/ par fugà ogni dubi:/ oss guzz e pelascia/ stantii me carubi./ 

I öcc in grisitt/ sfumaa me i uradigh/ ma chi di gatitt/ stremii o salvadigh./ 

Unich tuchèll/ ca pias un zichin/ l’è ul nas da fiurell/ vöj dì un bel nasin./ 

I pieghj du la boca/ ciar fan vidé/ sa ghe dent in la broca/ ul maar o ul piasé./ 

Poo ghè la ceriga/ ormai spantegava/ ca segna giuliva/ la crapa perava./ 

Ul prufil bislunghètt/ cunt un toch de basléta/ l’è quel d’un cabrett/ ca sciuscia la teta./ Su la ganasa sinistra/ un cagar da ratt/ in ciaa realista/ al cumpleta i mè tratt.»

Mario Chiodetti

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