La Varese Nascosta - 14 gennaio 2023, 07:45

LA VARESE NASCOSTA. Dal Cinquecento ai giorni nostri: la Festa di Sant'Antonio e il suo falò scaldano Varese

Aspettando il grande evento in programma lunedì sera alla 21 in piazza della Motta andiamo alla scoperta tra leggende e tradizione di questo santo e della sua storia

Torna l'appuntamento con la rubrica dedicata alla storia, agli aneddoti e al patrimonio storico e culturale di Varese e del Varesotto in collaborazione con l'associazione La Varese Nascosta. Ogni sabato pubblichiamo un contributo per conoscere meglio il territorio che ci circonda.

Oggi, aspettando il grande Falò di Sant'Antonio in programma lunedì sera alla 21 in piazza della Motta come da tradizione, andiamo alla scoperta di questo santo e della sua storia, tra tradizione, leggende e folclore.

Il 16 di gennaio, come da tradizione, nella bella Piazza della Motta in Varese si accende il falò dedicato Sant’Antonio Abate. Nato intorno al 250 in una località del Medio Egitto, nei pressi di Eracleopoli sulle rive del Nilo, è considerato il patriarca del monachesimo per la vita eremitica che ha condotto tutta dedita alla preghiera, al lavoro e alla lettura delle Sacre Scritture. L’agiografia lo descrive come un grande lottatore contro i demoni e le malattie, attribuendogli capacità taumaturgiche. Morì il 17 gennaio 356, pluricentenario e da qui la rappresentazione di un anziano con la barba bianca

Il culto di Sant’Antonio ebbe inizio durante la sua vita, varcando ben presto i confini dell’Egitto per diffondersi in Oriente e Occidente. Secondo la leggenda Sant’Antonio scese negli inferi con un maialino che creò scompiglio e gli permise di rubare il fuoco infernale. Tornato sulla terra il Santo donò il fuoco agli uomini, incendiando una pira. Nasce così la tradizione dei falò in suo onore che celebrano la vittoria della luce sulle tenebre e propiziano l’arrivo della buona stagione. 

La Festa di Sant’Antonio è un evento molto sentito a Varese, già citata in un documento del 1572 tra le “Feste di voto et consuetudine in Varese”; oggi è organizzata dai Monelli della Motta. La credenza vuole che il Santo favorisca l’incontro con la “persona giusta”, il concepimento o aiuti a ritrovare gli oggetti perduti. Nei secoli scorsi, il suono delle campane, il pomeriggio del 16 gennaio, ricordava alla città la distribuzione del pane ai poveri, dono di una facoltosa famiglia.

Ogni anno lo stesso copione: la catasta di legna preparata il giorno prima dai Monelli al centro di Piazza della Motta, il bancone gastronomico di fianco alla chiesa, le bancarelle lungo la Via Carrobbio, la benedizione del Prevosto e l’accensione del falò da parte del Sindaco e di altre autorità cittadine, i ‘bigliettini’ colmi di speranze e buoni propositi, la tradizionale benedizione degli animali sul sagrato della chiesa. Un tempo le donne pronunciavano questa filastrocca:

“Sant’Antonio del purscèl

fam truva un om che sia bel

damel picul damel grand/

ma damel mia con stort i gamb”

(Sant’Antonio santo del maiale

fammi trovare un uomo da sposare

che sia grande o piccolo

ma non con le gambe storte)

E anche

Sant’Antoni gloriös fee che troeuva an mì ‘l mè spos. Lasemm minga sola in lett Sant’Antoni benedett!

Chi  invece si rivolge al Santo per cercare oggetti smarriti deve recitare:  “Sant’Antoni dala barba bianca famm’ truà che’l che ma manca, Sant’Antoni du’l purscel famm’ truà propri che’l”. (Sant’Antonio dalla barba bianca fammi trovare quello che mi manca, sant’Antonio del maiale fammi trovare proprio quello).

Il santo è infine legato agli animali domestici tanto che un tempo i tizzoni spenti del falò e il sale benedetto durante la festa venivano messi insieme all’immagine del santo, nelle stalle come protezione. Infatti abbastanza ovunque si celebra la benedizione degli animali. Oltre agli animali domestici, Sant’Antonio protegge chi ha a che fare col fuoco ed è patrono di macellai e salumai, contadini e allevatori.

Ebbe un posto di rilievo nella venerazione popolare come protettore contro la peste e i morbi contagiosi, umani e animali,  in genere. Perciò molti ospedali e luoghi di cura sono intitolati al santo.

Da secoli il suo nome è associato a tutte quelle malattie, che seppure clinicamente differenti tra loro, provocano dolore e bruciore intensi. 

Come  "fuoco di Sant’Antonio" furono identificate in passato, soprattutto in altri Paesi, anche l'erisipela, infezione batterica acuta della pelle, e l'ergotismo da segale cornuta, grave malattia tossica che per la sua origine alimentare perdurò per secoli in tutta Europa. 

Nel Medioevo, poco prima dell’anno 1000, interi villaggi dei Paesi nordici e della Francia furono colpiti da una misteriosa e grave malattia. «Il male — testimoniava Sigebert de Gembloux (1030-1112 ca), monaco benedettino e cronista medioevale — iniziava con una macchia nera che si estendeva rapidamente, causando un bruciore insopportabile, essiccava la pelle, faceva marcire la carne e i muscoli che si staccavano dalle parti ossee e cadevano a brandelli. Un fuoco ardente consumava le sue vittime, senza poter apportare alcuna cura alle loro sofferenze. Molti subirono questi attacchi crudeli, durante lo spazio di una notte, morendo in qualche ora». 

La malattia prese il nome di "fuoco di Sant'Antonio" dai suoi dolorosi sintomi, che evocavano invisibili fiamme dell'inferno. 

Seppure estremamente più aggressiva, ai medici del tempo ricordava peraltro quell’ignis sacer, fuoco sacro, già descritto da greci e romani. Ippocrate (460-377 a.C.) aveva osservato una «grande caduta della carne, tendini e ossa». A Roma, Virgilio (70-19 a.C.) nelle "Georgiche" aveva riferito di queste malattie del "fuoco sacro". Aulo Cornelio Celso (14 a.C.-37 d.C.), nel trattato "De arte medica", aveva descritto due forme di "fuoco sacro": l'una con «ulcere maligne specie al torace, ai fianchi, e altre parti del corpo, come gli arti» e l'altra «con ulcere di superficie di colore rosso scuro… che colpiscono spesso le gambe delle persone anziane e molto malate». Il rapporto di Sant'Antonio Abate con la malattia del "fuoco sacro" si rafforzò alla fine del Medioevo, quando, nella piccola chiesa di La Motte - Saint Didier, dove il santo era venerato, si assistette alla prodigiosa guarigione di alcune persone affette da quella patologia che pregavano sulla sua tomba. Scarsa o quasi nulla la conoscenza delle cause di diffusione della malattia. Un primo sospetto lo ebbe nel 1125 il medico francese Robert Dumont, che richiamò l'attenzione sulla segale cornuta: «proprio in questo anno è maturata male», costringendo la popolazione a «mangiare pane cattivo di colore viola». Come si seppe molto più tardi, solo nel XVI secolo, Dumont aveva visto giusto.

Quello che allora era chiamato "fuoco di Sant’Antonio" era ergotismo, grave intossicazione d’origine alimentare, causata dalla presenza nella segale (meno frequentemente nel frumento) alterata di un fungo parassita altamente tossico (Claviceps purpurea). La segale infestata dal fungo e' nota come segale cornuta o ergot perche' si formano gli “sclerozi”, uncini cornei duri di colore violaceo.

La malattia si caratterizzava dalla presenza di lesioni gangrenose agli arti, molto dolorose.

A ciò, potevano aggiungersi anche gravi disturbi a livello psichico, con forme di allucinazione, simile alle intossicazioni da LSD, l'acido lisergico estratto dalla segale. L'avanzata dell'ergotismo nei secoli parve inarrestabile. La malattia si estese a tutta l'Europa.

Parallelamente, molti medici si interessarono al problema, indagandone le cause e offrendo i possibili rimedi, ma per avere certezza sulle cause ci vollero circa un paio di secoli. Nel 1556, il medico Loniero di Marburg, in occasione di un’epidemia di "fuoco di Sant'Antonio" nella regione dell'Assia in Germania, indicò come causa il pane preparato con farina alterata. Nel 1630, pare che il medico Thuiller, curante personale del duca di Sully, avesse a sua volta scoperto la causa. Ma fu solo nel 1676 che sul "Journal des Sçavants", il primo giornale scientifico d'Europa, apparve una memoria nella quale si riportavano esperimenti su volatili ai quali era stata somministrata segale cornuta. Nello stesso anno, l'Accademia delle Scienze di Parigi riuscì a far proibire ai mugnai di fare la farina con grani di segale cornuta inquinati. Tuttavia, la malattia continuò a manifestarsi e a provocare ancora vittime, tra il '700 e l'800. In Italia casi di ergotismo si verificarono a Milano nel 1795 e a Torino nel 1798; In Russia la malattia si presentò nel 1926 e in Irlanda nel 1929. In tempi più recenti, nel 1951, in Francia, a Pont Saint-Esprit, l’ergotismo causò 7 morti, 50 pazienti furono ricoverati in psichiatria e 250 persone accusarono sintomi molto seri.

Gli Storpi è un dipinto a olio su tavola (18x21,5 cm) di Pieter Bruegel il Vecchio, datato 1568 e conservato nel Museo del Louvre di Parigi. È autografato "BRVEGEL M.D.LXVIII". Alcuni autori dicono che si riferisca ad ammalati di ergotismo

Oggi per fuoco di Sant’Antonio, o nel suo nome scientifico Herpes Zoster, si intende una malattia infettiva molto dolorosa dovuta al virus della varicella infantile (varicella-zoster virus o VZV), lo stesso che causa la varicella. 

In effetti la malattia è una vera e propria riattivazione del virus della varicella. Chi non ne ha sofferto, non può avere il fuoco di Sant’Antonio. La malattia si manifesta con un’eruzione cutanea ricca di vescicole, molto dolorosa, di solito a forma di fascia e limitata a un solo lato del corpo e classicamente lungo il decorso di un nervo.

Pur essendo molto fastidiosa la malattia si puo’ debellare utilizzando farmaci antivirali.

Silvia Bori
(da La Varese Nascosta)

da La Varese Nascosta