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Economia | 08 dicembre 2022, 08:18

FOTO E VIDEO. Bonfanti, da quella prima cartella per gli operai in bici alle borse in tutto il mondo: «Com'è bello fare il nostro lavoro»

Nonno Ermogene fondò l'azienda di Gorla Minore nel 1945, oggi c'è la terza generazione. Nella lista delle preoccupazioni le bollette sono superate dalla difficoltà di reperire addetti

FOTO E VIDEO. Bonfanti, da quella prima cartella per gli operai in bici alle borse in tutto il mondo: «Com'è bello fare il nostro lavoro»

La prima borsa dà il benvenuto come un testimone fedele e silenzioso: quando la apri, sembra sprigionare tutti i messaggi dettati dalla sua storia. Nonno Ermogene la concepì nel Dopoguerra, partendo da un’esigenza tangibile: quella degli operai che dovevano portarsela al lavoro in bici.   

«La nostra è un’azienda familiare – rimarca Andrea Bonfanti, terza generazione oggi nell’azienda di Gorla Minore con la sorella Anna e il cugino Stefano – Lui era dotato di molta inventiva e con un amico nel settore delle finte pelli gli era venuta l’idea di realizzare questa cartella. La particolarità era che la patella poteva agganciarsi alla canna della bicicletta, fu studiata proprio per questi telai».

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I primi passi

L’esordio per Bonfanti Borse fu questo. Ermogene aprì l’azienda nel 1945. Da lì l’inserimento di una serie di articoli, con il filo conduttore che si stringeva a un distretto chiave dell’epoca per il territorio, assieme al meccanico, quello tessile: quindi corpo borsa in tessuto, finiture in pelle. Questa vicinanza, questa contaminazione sono rimaste nella vita della Bonfanti.

Negli anni Settanta entrano i figli Angelo e Terenzio, cavalcano il boom industriale degli anni Settanta. «I clienti erano pochi e importanti – rileva Andrea – Dalla Rinascente alla Standa, ma andando anche all’estero marchi in Francia, Inghilterra, Germania, Svizzera. Si lavorava con gli uffici acquisti di queste catene e noi producevamo su indicazione di uffici stili le collezioni, con le loro richieste». Quindi in Italia, poi in Europa. «L’azienda era strutturata con una grossa produzione interna, 50-60 persone – spiega ancora Andrea Bonfanti – e tanti piccoli laboratori nell’hinterland. Per un ventennio è stato così, ma negli anni Novanta i grandi gruppi hanno avuto possibilità e capacità di delocalizzare. Potevano infatti ordinare grandi quantità di prodotti».

Da allora quindi, non passava anno senza che un gruppo scivolasse via verso altri luoghi, leggi Asia. La qualità di un prodotto studiato qui, con le cure e l’esperienza, riesce a convincere tuttavia qualcuno a non seguire l’esempio.

Il nuovo millennio e la nuova consapevolezza

Si arriva però ai primi anni Duemila, con l’ingresso della terza generazione e una consapevolezza: «Bisognava subito trovare un ricollocamento del nostro posizionamento nel mercato internazionale e abbiamo cominciato a partecipare a fiere, andando all’estero».

Si parte, si viaggia. Una scelta che viene premiata e che conduce anche a varcare il confine del continente europeo:  «Il mercato primario di riferimento è stato il Giappone, seguito dalla Corea del Sud e successivamente da quello americano. Mercati dove il valore aggiunto dato dal made in Italy viene pagato». Perché Made in Italy significa creatività, qualità del prodotto, servizio, serietà. È un prodotto no brand, che va compreso da una clientela più sensibile alla ricerca. «Oggi il fatturato è per il 60% legato all’export, per il 40% all’Italia – precisa Bonfanti – Il primo cliente è il Giappone, ma adesso ha rallentato e il primato è conteso dalla Corea».

La pandemia irrompe e impone un’altra riflessione: viene meno la possibilità di incontrare i clienti, si afferra la chance del digitale e delle presentazioni anche virtuali: «Abbiamo cercato di utilizzare tutti gli strumenti che la tecnologia mette a disposizione. Difficile, far percepire ad esempio la leggerezza oppure sul fronte della sostenibilità far vedere come sono stati realizzati i cotoni. Ma è utile, per acquisire nuovi clienti».

Entrambe le strade consentono dunque di creare e mantenere il rapporto con la clientela. Lavorare a contatto con un mondo energivoro come il tessile non ha portato automaticamente a vivere i problemi in ugual misura: se nel distretto ci sono bollette che sono diventate anche sette volte tanto, qui sono più che raddoppiate. Tanto, ma in maniera meno drammatica anche se con un pesante riflesso: «Non avendo costi di partenza molto alti, siamo riusciti ad assorbirli. Quello che logicamente paghiamo è che le aziende a monte hanno dovuto applicare ai listini un aumento, che poi per noi mediamente è stato del 30% del costo industriale del prodotto». Facendo parte di una filiera, dove ognuno deve salvaguardare la propria catena di fornitori per poter operare in maniera tempestiva, bisogna anche farsene carico.

La speranza? «I prezzi delle materie prime sono diminuiti, vedremo quando ne vivremo gli effetti». Ma c’è un altro, allarmante problema che affligge: «Trovare competenze da poter inserire in azienda oppure laboratori a cui prima ci appoggiavamo nell’hinterland, Varese, Milano, Como. La carenza di personale è un problema importante che credo possa mettere in crisi tante aziende nel settore manifatturiero.  Per cercare di far fronte a questa necessità abbiamo avviato una scuola di pelletteria insieme ad Aslam». In questo modo, i ragazzi non partono da zero e quella prima infarinatura fa capire anche la bellezza di questa strada. Che vuol dire tra l'altro lavoro sicuro, considerando la carenza che c’è nelle imprese.

L’impegno formativo e la necessità di attirare i giovani nel mondo manifatturiero sono particolarmente sentiti da Andrea Bonfanti, anche nel suo ruolo di presidente del Comitato per la Piccola Industria di Confindustria Varese. «Ad oggi anche l’ultima assunzione che abbiamo fatto riguarda un ragazzo che stiamo formando noi – dice Andrea Bonfanti – Chi viene da noi, tra tessuti e pelletteria, dobbiamo plasmarlo. Se sa cosa vuol dire cucire, lavorare a banco e via dicendo, è già un salto in avanti. Lo devi solo modellare sulla struttura interna».

I laboratori perduti

Persino più drammatica la morìa di laboratori, spesso costituiti da marito, moglie e figlio: «Quando i genitori raggiungono la pensione, difficilmente subentrava qualcuno. Tendenzialmente andava a morire, il laboratorio. Per questo stiamo cercando di spiegare ai ragazzi come creatività e manualità possano dare molto in termini di soddisfazioni e retribuzioni più che dignitose».

Dalla guerra alla ricostruzione, dagli anni Novanta e  al nuovo millennio e alla pandemia, l’azienda ha ripensato sempre a se stessa, rimanendo però fedele e appassionata a quell’idea originaria di nonno Ermogene. Oggi poi siamo in periodo di reshoring, con gruppi che stanno tornando in Italia per avere una filiera più corta. «Il bello di fare un lavoro così, ti dà la possibilità di portare in giro per il mondo il tuo nome sotto forma di borse. Viaggi, mostrando un prodotto bello e io lo racconto anche ai ragazzi – dice Andrea – Qui una persona prenderà una specializzazione che difficilmente non servirà. Un prodotto come questo, artigianale, avrà una richiesta sempre molto alta».

Marilena Lualdi

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