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Opinioni | 04 agosto 2022, 09:15

Quella storica rivalità tra ciclisti e automobilisti sulle strade del Varesotto e la lotta quotidiana di chi in sella ogni giorno rischia grosso

L'incredibile episodio che ha visto come protagonista il ciclista professionista Luca Chirico, deliberatamente urtato da un automobilista in Valceresio, rappresenta il culmine di un rapporto da sempre difficile: il ciclista dà fastidio alla spasmodica fame di velocità e alla fretta sempre dannata dell’automobilista, ma una volta in auto anche lui si trasforma e insulta i colleghi pedalatori in una sorta di cannibalismo stradale

Paolo Villaggio, alias Fantozzi, impegnato sui pedali durante la leggendaria Coppia Cobram in un film diventato cult della commedia italiana

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Il più comune attentato alla vita del ciclista urbano è la portiera aperta di colpo dopo aver parcheggiato. Mi è addirittura capitato, nella lunga vita di pedalatore, che se ne aprissero due in contemporanea, con tanto di bambino catapultato fuori e schivato per millimetri.

A seguire l’attraversamento, ovviamente fuori dalle strisce pedonali, in mezzo alla strada, con due varianti: senza cellulare all’orecchio e con. Lì è come giocare alla roulette, perché spesso gli attraversatori seriali sono in coppia o in branco e parlano tra loro, incuranti se dall’altra parte arriva una bicicletta o un tir. Poi c’è chi scende improvvisamente dal marciapiede e decide di camminare sulla strada, e tu stai arrivando lanciato per sfruttare il verde del semaforo. 

Chi ha la sfortuna di amare le due ruote, e dalle nostre parti sono in tanti, rischia la pellaccia a ogni metro, ma non si era ancora sentito che un ciclista, in questo caso professionista, sia investito intenzionalmente mentre si sta allenando. A Porto Ceresio è capitato a Luca Chirico, che un pazzo al volante ha prima insultato e poi ha inchiodato la macchina di colpo sterzando a sinistra, rischiando di fare compiere all’atleta della Drone Hopper-Androni Giocattoli un volo acrobatico degno del miglior Chechi in uscita dagli anelli. 

Il ciclista dà fastidio alla spasmodica fame di velocità e alla fretta sempre dannata dell’automobilista, che raramente usa gli specchietti e le frecce, compie manovre zigzaganti per uscire dalla coda e brucia gli stop, incurante del resto dei viaggiatori, non tutti su quattro ruote. In Italia muore un ciclista ogni due giorni, a Grosseto lo scorso luglio una macchina ne ha falciati quattro, lo stesso Pantani fu arrotato in allenamento, il vincitore del Giro d’Italia del 2011, Michele Scarponi, rimase ucciso mentre si stava allenando sulle strade di casa, investito da un furgone che non rispettò lo stop.

Il ciclista è invisibile, silenzioso, la domenica invade strade e superstrade e già deve lottare con le infinite buche, quindi portare a casa la pelle, perché, come si dice, nel dì di festa «aprono le gabbie» e c’è in giro di tutto, con gran percentuale di impediti al volante. Ma lo stesso pensa chi va in macchina: ecco la fila dei pedalatori dilettanti in libera uscita, mi tocca sorpassarla, che palle questi sempre in mezzo alla strada. Colpo di clacson e accelerata, qualche volta il dito medio che si alza per vedere allo specchietto l’effetto che fa. Un po’ alla Sordi, con il celeberrimo «lavoratori!» e il gesto dell’ombrello lanciato dalla macchina agli asfaltatori nei “Vitelloni” felliniani.

Tra automobilisti e ciclisti non è mai corso buon sangue, ma la cosa interessante è che il ciclista diventa una belva quando guida l’automobile e insulta a volte gli stessi pedalatori in una sorta di cannibalismo oratorio, mentre i Leclerc delle periferie, in sella alla due ruote, maledicono ogni rombo di motore invocando l’aumento delle piste ciclabili. 

È vero che molti ciclisti sono indisciplinati, vanno a volte contromano in città, curvano senza indicarlo con il braccio, bruciano qualche semaforo, disdegnano il pedone sulle strisce perché li costringe a «metter giù il piede», ma la dabbenaggine di certi automobilisti supera ogni limite. 

Martedì mattina, per esempio, il vostro cronista ha rischiato l’investimento mentre da corso Moro si dirigeva in piazza Monte Grappa, nella corsia per le biciclette, diretto in via Marcobi. Una station wagon, con donna al cellulare a bordo, arriva sparata da sinistra e mi taglia la strada, volendo entrare in via Marconi. Mi hanno salvato i riflessi ancora buoni e i freni appena rifatti della Bianchi. 

E poi i pullman, i cui autisti pensano di essere al circuito di Le Mans, e il continuo cross-country cui sono obbligato ogni mattina quando esco a pedalare, per lo stato penoso delle strade, indegno di una città civile, tra buche infinite, tombini sotto di 20 centimetri al manto stradale, rappezzamenti a montagnetta con buco a sorpresa al termine della salitina, e tutto ciò in pieno centro, tra una schivata d’autobus e un cane con guinzaglio telescopico che tracima dal marciapiede. 

Dura la vita del ciclista, e non ci sono neppure più i Ferragosto di una volta, con il deserto stradale urbano e la gioia di pedalare, una volta tanto, in mezzo alla strada, zigzagando come Paul Newman in “Butch Cassidy”, e mettendo come lui i piedi sul manubrio.

Mario Chiodetti

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