In questi giorni in cui Varese bolle come Algeri, è facile paragonarsi a un viaggiatore nel deserto sahariano, sudato e assetato, che a un certo punto è catturato da una Fata Morgana e gli pare di rivedere in lontananza la città dell’infanzia, con i negozi ancora botteghe e i nomi che ricorrevano in famiglia, il Giorgi, il Ghiggini, il Pigionatti panettiere in piazza della Motta, il Marelli orefice dove mamma e papà fecero fare le fedi nuziali. Ma la fata della mitologia celtica che ingannava i marinai facendo veder loro inesistenti terre emerse con castelli e foreste, stavolta ci ha ingannato con un miraggio che non è un miraggio, perché quei negozi sono ancora lì, a resistere alle decine di supermercati, megastore e discount, ai franchising, ai cantieri e alle buche nelle strade, al caro parcheggi, alla desertificazione del centro storico, al verde appassito.
Sono lì, animati dalla passione dei loro proprietari, che lottano per mantenere il rapporto con i clienti guardandoli in faccia e consigliandoli per il meglio. La Regione Lombardia ha premiato la resistenza dei commercianti con il riconoscimento di Attività Storica a 76 negozi della nostra provincia, tra i quali 10 a Varese: BoutiqAP, Colorificio Gattoni, Gastronomia del Corso, Galleria Ghiggini 1822, Lonati Mario & Figlio, Marelli, Nicora, Otticamoderna Giorgi, Prestino Pigionatti e Ottica Vettore.
Accanto a loro resistono altri nomi noti ai varesini da generazioni, il Ghezzi, il Cantù, la pescheria Zamberletti, la drogheria Vercellini, la valigeria Ambrosetti, negozi che ci regalano ancora un poco dell’identità cittadina, della Varese in cui passeggiavano Piero Chiara, Guido Morselli, Renato Guttuso, Dante Isella e Guido Piovene, sotto i portici dove altre “leggende” del commercio come Valenzasca o De Micheli, Chicherio, Bertoni & Puricelli, Lancini, facevano dire proprio a Chiara che da noi esistevano negozi più belli di quelli di Milano.
Si trovava tutto quando si andava “in Varese”, come diciamo noi “saronatt” di Giubiano nello scendere verso il centro “a provved”, e si citava il nome del negozio e a volte del negoziante, il sciur Colombo, il scior Martino, l’Achille, oppure la specialità della casa, come il pane con il grano spezzato del Pigionatti, che papà andava a prendere al sabato mattina sul presto (perché andava via, appunto, “come il pane”) i ravioli del Cantù, le crespelle della Gastronomia del Corso, allora Battaini. Le tempere per i miei primi tentativi da pittore in erba arrivavano dal Gattoni, i rullini da sviluppare della piccola Kodak con gli scatti delle vacanze al mare e i filmini super 8 girati da papà finivano da Giorgi per lo sviluppo, ed è bello vedere che le ultime lenti per i miei occhiali le ho comperate ancora lì, sessant’anni dopo quelle vacanze.
La Galleria Ghiggini 1822 ha festeggiato i duecento anni dalla fondazione del “marchio” con un bel video girato da Eugenio Manghi in cui si racconta l’attività di decoratori e verniciatori di nonni e bisnonni e l’evoluzione in galleria d’arte voluta da Emilio e proseguita oggi dalla figlia Eileen.
Che dire poi di Maria Rosa e Luciana Cantù, il cui negozio, lì dal 1842, prima delle Cinque Giornate di Milano, è il regno degli “introvabili”, prodotti esclusivi frutto di una continua ricerca nella qualità e nei marchi migliori, italiani e stranieri. Si entra, si chiacchiera e si viene consigliati per il meglio, sembra quasi di essere in famiglia.
Spariti Valenzasca, Tagnocchetti e Baratelli, l’unico tempio del buon mangiare rimane la Gastronomia del Corso, portata avanti con caparbietà da Andrea Guzzetti e Giuseppe Vanoli, con l’aiuto ogni tanto di papà Bruno Guzzetti, che aprì l’attività con il cognato Paolo Pagani nel 1982, subentrando a Battaini. Per festeggiare i 40 anni, Andrea e Giuseppe hanno fatto produrre una speciale bottiglia di spumante in versione rosé e bianco, con l’etichetta che recita “Anniversario 1982!”. Una cosa sobria, in perfetto stile lombardo, senza fronzoli e badando al sodo.
Forse è proprio questo pragmatismo, unito all’amore per il mestiere e la propria città che ha fatto arrivare questi negozi fino a noi, regalandoci ancora una motivazione forte per “andare in Varese” a comperare qualcosa di buono o di duraturo, vedere una bella mostra d’arte e scambiare due parole con chi c’è dietro il bancone, che della sua storia e attività spiegherà ogni cosa con negli occhi ancora la luce della passione, di questi tempi merce rarissima.