Calcio - 17 giugno 2022, 08:00

IL COMMENTO Pensiamo alla serie D. Che è meglio...

Dalla vittoria playoff sembra passato un secolo: sinceramente, non crediamo al ripescaggio del Varese. Ecco perché: il silenzio su squadra e allenatore, la mancanza di nuovi imprenditori al fianco di un club che appare isolato, la strategia di battere il tasto a suon di Pec solo sui 30 mila euro della cauzione, la sempre più sparuta pattuglia di società in crisi nella serie superiore e non solo...

29 maggio: il Varese vince i playoff a Sanremo davanti a 300 tifosi impazziti di gioia. Sembra passato un secolo... (foto Ezio Macchi)

29 maggio: il Varese vince i playoff a Sanremo davanti a 300 tifosi impazziti di gioia. Sembra passato un secolo... (foto Ezio Macchi)

Sincerità per sincerità, dobbiamo dire di non credere al ripescaggio in serie C. Ne eravamo quasi convinti, forse sbagliando, fino al giorno della vittoria playoff ma, da allora a oggi, sembra passato un secolo e l'attesa del ritorno al Piola, all'Euganeo e al Moccagatta si è sgonfiata come un palloncino fatto di sogni e illusioni.

Di quel palloncino oggi è rimasto il timore di essere in ritardo perfino per la serie D, visto che nulla si è ancora mosso in casa Varese, né per l'allenatore né per i giocatori, mentre la Sanremese, un secondo dopo la sconfitta in finale contro i biancorossi, è stata lampante: «Vinceremo il prossimo campionato». Detto, fatto con conferme e novità a raffica.
Dalla società biancorossa ci saremmo aspettati parole nette e inequivocabili, mai arrivate a parte un "tutti sanno che abbiamo sempre creduto alla C" (noi non lo sapevamo), perfino - eventualmente - sulla volontà o necessità di restare in serie D, rivolte alle uniche persone che "contano" e cioè a quei 300 tifosi di Sanremo, e a tutti gli altri, che pensavano di avere vinto "un campionato" con i playoff, prima ancora che rivolgerle al Comune tramite lo sbandieramento pubblico di Pec, come se fosse una partita in campo legale, più che di pallone.

Così ha iniziato a morire il nostro sogno del ritorno in serie C, incatenato e rimpicciolito in una bollicina di incontri, missive, precisazioni, contrapposizioni da svolgere, semmai, dietro le quinte, con i toni e i modi ritenuti più opportuni ma, a nostro avviso, soprattutto con la diplomazia e l'arte del compromesso, affinché una telenovela, o un polverone, non impedisca di continuare a vedere il cielo stellato di Sanremo, quel campo, quella squadra, quei tifosi, quell'emozione e quell'alchimia ritrovate, uniche, vincenti.

A noi interessa sapere se Porro resterà in panchina (e perché non dovrebbe farlo, C o D?), se i varesini Disabato e Gazo verranno confermati, se Pastore, Mamah e Minaj, decisivi nei playoff, lo saranno ancora al di là della categoria, se la squadra verrà rinforzata o ringiovanita, se verrà acquistata la punta da 20 gol, se il portiere - decisivo nei playoff - sarà ancora qui: e se tutto questo accadrà al piano di sopra o a questo, poco importa. Chi era in campo a Casale e Sanremo si è fatto amare, così come quel pubblico ha fatto innamorare, gridare, saltare il gruppo e lo staff: tutti loro vengono prima di qualunque ripescaggio, perché hanno dimostrato di "essere da Varese", al di là del prossimo campionato ("Sono varesino e me ne vanto" cantavano con la curva).

Per tentare di andare davvero in serie C non puoi infilarti in un angolo di Palazzo Estense da cui non se ne esce più, battagliando su 30 mila euro - lo stipendio di un ottimo giocatore dell'ultima stagione - e chiedendo una riduzione a 15 mila (fosse solo una piccola goccia d'orgoglio, avremmo rilanciato con il Comune: «Noi, per quei soldi, chiediamo venga messa a norma anche la curva Sud. E che tutto il Franco Ossola sia immediatamente pronto per i professionisti perché noi è lì che, prima o poi, arriveremo»). 
Non sarà mai qualche migliaia di euro a riportare o non riportare il Varese tra i professionisti ma, prima di tutto, il progetto economico e tecnico.

Economico: dove sono e come possono essere trovate da questa società le risorse per affrontare un campionato da oltre 2 milioni di euro, quando in serie D il budget - cara grazia a chi l'ha costruito - era da "metà sinistra della classifica", nettamente inferiore a Novara, Sanremese e Casale, e la struttura del club è di fatto più o meno la stessa della terza categoria e andrebbe evidentemente rafforzata? Quali imprenditori sono pronti a investire cifre simili nel Varese e ad affiancare la proprietà per giocare in terza serie?
En passant: può il piccolo nord della provincia, di questi tempi, permettersi finanziatori da categorie professionistiche alla Varesina e alla Solbiatese, cioè a pochissimi chilometri dal capoluogo, e sperare contemporaneamente che questo Varese faccia economicamente tutto da solo, splendidamente e orgogliosamente isolato nella convinzione di "essere il Varese", per salire lassù, e faccia tutto da solo anche nel rapporto con i vivai che lo circondano, come se fossero gli altri a doversi avvicinare e non il contrario?

Tecnico: ci saremmo aspettati di intravedere e percepire un piano A e un piano B dal giorno dopo la finale. La società può anche credere nella C, ma deve fare i conti con la realtà della D e cioè con quei giocatori e quell'allenatore - scelto comunque tardivamente: questo dicono i risultati - che "gliel'hanno fatta vincere" a Sanremo. Quindi, una strada - una squadra - per salvarsi in Lega Pro e una per vincere nei dilettanti (se hai le potenzialità dei professionisti, non puoi che puntare a quello) in costruzione più o meno evidente dal 30 maggio. A meno che gran parte della rosa e altri forti giocatori siano già stati blindati: a oggi, non risulta, ma attendiamo volentieri che le smentite giungano copiose.

Non crediamo da tempo nel ripescaggio perché la pattuglia di squadre a rischio si assottiglia e a tante (per non dire quasi a tutte) non manca molto a medicare la situazione, e sappiamo come vanno queste cose in Italia, ma anche a Varese (vedi l'iscrizione sul fischio finale, ben più che avventurosa e romanzesca, nell'ultimo anno di serie B). Ma, soprattutto, perché da tifosi del Varese, che vorremmo questa squadra non in C e nemmeno in B, ma in serie A (cosa che, prima o poi, avverrà), ci chiediamo: se siamo in D dopo avere acquisito il titolo del Busto 81, è giusto salire in C facendo e rifacendo la conta ogni giorno delle squadre che saltano, falliscono o inciampano? Forse sì, perché è proprio là che avremmo dovuto giocare nel 2015, prima del lungo viaggio nel purgatorio dei dilettanti. Forse no, se ogni cosa ha bisogno del suo tempo, della misura giusta, dell'attesa perfetta.

Pensiamo alla serie D, dove partiamo in svantaggio rispetto a tutte le squadre che si sono già mosse, almeno fino alla prossima Pec. Che è meglio...

Andrea Confalonieri


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