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Storie | 06 giugno 2022, 07:30

Da Angela a Giulia, il filo Figini fatto di amore e famiglia: «Il segreto della vendita? La gentilezza»

Nel negozio di via Morisini, ultimo avamposto di una storia lunga 103 anni, abbeverandosi dalle parole di nonna Angela. Vicino a lei il figlio Enrico e la nipote, altre due delle cinque generazioni di una “dinastia” del commercio che ha visto Varese cambiare. Nel racconto c’è tutto: gli inizi del capostipite Carlo, la guerra («vedevo Franca Rame marciare scalza e con i mitra puntati contro») e quella città «incredibile» che al sabato si riversava nei negozi, «dal signore all’operaio»

Da Angela a Giulia, il filo Figini fatto di amore e famiglia: «Il segreto della vendita? La gentilezza»

La signora Angela arriva verso le 10.25, puntuale ma rigorosamente solo a messa finita. Entra dalla porta di servizio del negozio di via Morosini: lo sguardo ha un punto interrogativo sfumato e sfuggente disegnato sopra la cordialità, l’eleganza è sobria, di quelle che non fanno (ed evidentemente non hanno mai fatto) rima con apparenza quanto, piuttosto, con il rispetto della propria persona e del prossimo.

Ad accoglierla, in piedi, anch’ella perfetta nella sua semplicità elegante e nella sua limpida gioventù, c’è Giulia. Appena sua nonna varca la soglia, lei si fa incontro premurosa: l’aiuta con la borsa, la accompagna con delicatezza e affetto, controlla che tutto sia in ordine. 

Fosse per noi (e non fosse maleducazione), a questo punto saluteremmo e ce ne andremmo. Sì, subito. Perché la storia Figini si è già dipanata tutta e chiara in questi scambi lievi e significativi tra due generazioni così antitetiche nei rispettivi mondi di appartenenza, eppure così legate. Il filo è invisibile ma saldissimo: è un filo di amore, di esempio, di importanza data al senso della famiglia e alle tradizioni, di abnegazione per quanto di costruito porta lo stesso nome. Ciò che Angela era ieri, Giulia è oggi.

Ma all’inizio del filo si trova Carlo, proseguendo ci sono Emilio, Rino e Mario, poi Renato, quindi Enrico: per chi si approccia, a volte non è nemmeno facile seguire (e riportare) con precisione tutta la storia, tanti sono i personaggi, le svolte e le epoche attraversate da ben cinque generazioni di questi commercianti di calzature. Poco male, conta il giusto: l’esercizio principale sta nello scovare la tridimensionalità nelle parole di Angela, cercando di immaginare le trasformazioni della Varese degli ultimi cento anni e dei suoi abitanti. 

Le ciabatte lungo la via delle Cappelle

«La prima immagine che ho di nonno Carlo - racconta seduta su una poltroncina dell’ala laterale della boutique, mentre il figlio Enrico e Giulia fanno la spola tra la narrazione e i clienti che entrano - è lui dietro al banco vestito con la camicia bianca e le maniche appena appena tirate su. Portava sempre anche il gilet o la giacca, ma spesso tornava a casa senza l’uno o senza l’altra, perché li regalava a qualcuno. Sa, era una gran persona: aveva avuto un’infanzia umile, da orfano, vivendo con sua nonna che faceva la pollivendola. Ma era speciale: quando andava a Sirmione, in villeggiatura, al ristorante mangiava poco e con gli avanzi si faceva preparare dei fagottini che poi consegnava ai pescatori del luogo. Alla sua morte furono in tanti a piangere…».

Angela è classe 1936. Quando lei appare nella storia, la stessa è già iniziata da tempo, precisamente dal 1899. Un caso che sia lo stesso anno della fondazione del Milan, passione di famiglia seconda solo alle scarpe? Sicuramente sì, ma è bello constatare quanto il caso a volte ci prenda la mano e si diverta. Carlo inizia l’apprendistato nel calzaturificio Polli, poi si trasferisce a Varese: il primo negozio è in piazza XVI maggio, poi arrivano via Garibaldi 1 e via Garibaldi 4, vicino alla Madonnina. Biumo è la tipica castellanza dell’epoca, centro a sé stante, luce viva e popolosa che non ha quasi bisogno di Varese per risplendere. Accanto a Carlo ci sono i fratelli, poi si unisce anche papà (di Angela) Renato: tutti insieme, la domenica, si recano anche al Sacro Monte, sulla via delle Cappelle, con il banchetto a vendere le ciabatte alle persone che salgono a piedi al borgo.

Il verbo della signora Angela disegna una Città Giardino povera ma dignitosa, prima della guerra: «Che qui a Varese è stata soprattutto cattiveria - sospira - Vicino alla chiesa della Madonnina, io vedevo tutto dalla finestra di casa, i tedeschi rastrellavano le persone per portarle chissà dove: mi ricordo Franca Rame, e con lei tanti altri, costretta a marciare a piedi scalzi, insultata e con le mitragliette puntate addosso. Un giorno anche gli uomini della mia famiglia furono portati ai Miogni, ma i tedeschi si impietosirono di mio padre e lo fecero andare via subito: videro mia mamma, che era di costituzione robusta, pensarono fosse incinta e così lo liberarono. Ricordo anche quando ci nascondevamo in cantina, al risuonar degli allarmi: fosse venuta giù… Come andava l’attività? Beh la gente comprava con i buoni del Governo, con la tessera, anche se papà Renato provò a fare affari pure con l’ospedale e la provincia».

La cravatta non fa il cliente

Ora immaginatevi una foto in bianco e nero. Dentro c’è impressa la sala luminosa di un negozio, i cui lati sono costituiti da pile ordinate di scatole di scarpe alte sino al soffitto, intervallate da grandi volte. Siamo agli albori dei ’50, precisamente in via Vittorio Veneto, angolo via Cavour: il nuovo Figini ha casa proprio lì e diventerà un must per i varesini del dopoguerra. Nella stessa foto è ritratta anche una fila di commesse, tutte vestite uguali: tra loro c’è anche Angela. E no, non la diresti mai “figlia di” o “nipote di”: «Ho cominciato in bottega a 15 anni, dopo la terza media: andare a scuola mi faceva venire l’agitazione, i professori consigliarono di non farmi proseguire. All’inizio ero anche meno di una commessa: spazzavo per terra, pulivo i vetri, facevo i pacchetti. La cassa? Non l’avrei usata per tanto tempo: per come è sempre stata la mia famiglia, era giusto così». Riecco il filo. 

Ed ecco una Varese incredibile. La migliore di sempre. «Mi dicono che sono vecchia - continua Angela - Sarà, ma che negozi c’erano allora… Tutti eleganti, tutti varesini, tutti pieni: al sabato non si riusciva quasi a circolare, iniziavamo al mattino presto e finivamo la sera tardi. Nel nostro avevamo una fila di 15 sedie per la prova delle scarpe: non una restava libera». Chi erano i clienti? «La Varese bene, certo: abbiamo servito tutti i signori, di generazione in generazione. Ma da noi, soprattutto a Biumo, veniva anche l’operaio. E mi ricordo ancora l’insegnamento di nonno Carlo: “Da’ più importanza al signore che entra subito dopo aver finito di lavorare piuttosto che agli altri. Non è la giacca e la cravatta a fare il cliente…”».

Giulia annuisce. Anche questo deve averlo respirato dalla notte dei suoi tempi: «Quando ho iniziato qui in negozio? Nemmeno me lo ricordo: questa per me è casa, è identità. Di sopra c’è ancora la parete su cui da piccola attaccavo gli stickers… Ho imparato il lavoro da nonna, da papà, dalle commesse storiche…». Ha imparato, lei laureata in economia a Ginevra, un segreto che pure alle accademie più rinomate sfugge: il segreto della gentilezza. «Coccolare il cliente, mettersi a sua totale disposizione, fargli un sorriso anche se entra, ti fa cercare quel particolare modello e poi non compra niente - dicono quasi in coro Angela, Giulia ed Enrico - Sì, oggi abbiamo anche i social e l’e-commerce, ma vogliamo che il negozio resti un punto di incontro in cui interagire umanamente, in cui spiegare il valore di un prodotto, in cui parlare… E lei non sa quanto la gente, dopo la pandemia, abbia voglia di parlare…».

Ci siamo un po’ persi il filo della storia cronologica, nel frattempo: da via Vittorio Veneto i fratelli a un certo punto si separano, nasce un negozio in via Aldo Moro, uno in via Piave, infine anche quello di via Morosini in cui siamo oggi, quasi un avamposto in una città qui cambiata troppo in fretta e in modo disordinato. Poco male: la vera storia sono quelle tre generazioni (su cinque) che si mescolano così naturalmente davanti ai nostri occhi e a disposizione delle nostre orecchie.

I varesini e l'amicizia

C’è tempo per parlare di eleganza («I varesini? Han sempre avuto gusto»), di differenze di sesso («Gli uomini sono più facili da servire: mocassino, stringata, sportiva. Ma i vanitosi ci sono sempre stati»), delle mode che cambiano («oggi è più difficile seguirle, rischi di restare subito indietro. Una volta avevi le due stagioni e via, con i fornitori che venivano direttamente in negozio: oggi devi andare alle fiere, guardare i social, fare un budget e dividerlo senza sbagliare: non esiste il conto vendita come nelle catene…») e della qualità migliore dei cittadini di Varese: «L’amicizia. Sembrano chiusi, ma poi si legano».

Lo sguardo cade su un premio: “Famiglia Bosina - Attività commerciale dell’anno 2022- Figini Calzature” recita la targa. La signora Angela lo ha ritirato l’8 maggio scorso, proprio nel giorno del patrono San Vittore, in Comune. Nel raccontarlo fa una smorfia: «Avrei dovuto parlare, ma mi sono fatta prendere dall’emozione. Avrei dovuto dire quello che sentivo, ovvero che devo tutto a mio nonno e a mio papà…»

Cara signora Angela, non si preoccupi: il filo, qui da Figini, è più evidente che mai.

Fabio Gandini

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