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Attualità | 24 marzo 2022, 20:03

Nell'emergenza ucraina il sistema d'accoglienza varesino è d'esempio in Italia: «Vi spiego cos'è il NAI»

Intervista a Rossella Dimaggio, assessora ai Servizi Educativi del Comune di Varese, contattata persino dalla popolare trasmissione Porta a Porta per spiegare come la nostra città stia riuscendo a dare un presente di serenità e istruzione ai bambini in fuga dalle bombe. «Al centro abbiamo tolto la campanella del cambio dell'ora: ricordava loro le sirene della guerra e piangevano»

Nell'emergenza ucraina il sistema d'accoglienza varesino è d'esempio in Italia: «Vi spiego cos'è il NAI»

Tutto è partito da due gemellini di 9 anni dagli occhi cerulei. Portati sotto al Sacro Monte - grazie all’istintiva e salvifica prontezza della madre - appena prima dello scoppio della guerra, hanno avuto bisogno di essere inseriti a scuola. Niente di “speciale” per Rossella Dimaggio, un po’ perché il suo telefono non suona mai a vuoto e un po’ perché il “sistema” che lo stesso mette in moto è sicuro, preciso, studiato e collaudato ben prima dell’emergenza ucraina.

Chiamatelo “sistema” Varese. Così proficuo, snello e “ben fatto” da essere portato a esempio in tutta Italia. Per comprenderlo, per raccontarlo, si sono scomodate persino le telecamere della popolare trasmissione Porta a Porta: il servizio dedicato andrà in onda nella puntata di questa sera, giovedì 24 marzo.

Una bella soddisfazione, assessora Dimaggio? 

«Inaspettata questa “pubblicità”, mi ha sorpreso. Ma è gratificante sapere che il nostro modello d'accoglienza possa essere oggetto di interesse a livello nazionale».

Raccontiamolo questo modello.

«La base, quella che ci permette oggi di intervenire senza intoppi in questa emergenza, è il Patto Educativo Territoriale già approntato per far fronte alla pandemia: esso mette allo stesso tavolo scuole, associazioni e cooperative della città, insieme al Comune. Anche ieri abbiamo fatto un incontro, cui hanno partecipato non solo i presidi dei cinque istituti comprensivi cittadini, ma anche i direttori delle scuole parificate e quelli delle scuole dell’infanzia, sia comunali che parificate. Già subito dopo la dichiarazione di guerra c’eravamo riuniti per fare il punto della situazione: l’obiettivo, anche stavolta, era quello di garantire il diritto allo studio a tutti i bambini stranieri che arrivano in Italia».

E come è possibile garantirlo?

«Ogni bambino, parliamo di quelli delle elementari e di quelli più grandicelli delle medie, viene inserito a scuola con quella che tecnicamente si chiama “iscrizione con riserva”. Essa gli garantisce di frequentare fin da subito una classe adatta dal punto di vista anagrafico. Ma questa è solo la prima cosa da fare: l’integrazione si compie grazie a un altro passaggio».

Quale?

«Quello che porta al centro NAI, che sta per “Neo Arrivati a Scuola”. Si tratta di una struttura molto preziosa e centrale del nostro modello di accoglienza».

Com’è nata?

«Ha preso ispirazione da un gruppo di progetto cui avevo partecipato anni fa in seno al Provveditorato, gruppo nato in seguito all’emergenza culturale conseguente ai primi flussi migratori: ai tempi avevamo distaccato otto insegnanti, da me scelti in base a competenze specifiche, affinché girassero per le scuole e insegnassero l’italiano agli studenti stranieri appena arrivati. Dall'esperienza abbiamo compreso come fossero necessari sia la creazione di un luogo fisico che evitasse agli insegnati di doversi continuamente spostare, sia una costante collaborazione, anche per far fronte alle riduzioni di organico, tra Provveditorato e Comune. La formula definitiva è stata trovata nel NAI».

Che funzionano come?

«In base a una convenzione e sotto la direzione di una preside delegata, il NAI si compone degli insegnanti messi a disposizione dai cinque istituti comprensivi, che seguono gli stranieri iscritti alle scuole medie, e degli educatori in carico al Comune di Varese, dedicati a quelli delle elementari, in genere più numerosi. Tutti loro al centro imparano i primi rudimenti dell’italiano, la lingua per comunicare, ma nel frattempo sono iscritti alle rispettive scuole, e quindi seguiti anche dai loro veri insegnanti, con cui il NAI condivide il percorso formativo. La differenza tra bambini delle elementari e delle medie sta nel fatto che i primi trascorrono un periodo iniziale di tempo esclusivamente al NAI, mentre i secondi alternano fin da subito la frequentazione del centro con quella della scuola. Nella struttura c’è un continuo turnover quindi: vi si rimane solo il tempo necessario, l’obiettivo è portare tutti al più presto definitivamente in classe. Questa procedura vale ora per gli ucraini come è valsa fino a oggi per gli altri stranieri».

I numeri del NAI.

«Nella “normalità” senza guerra, la presenza mensile media si aggirava sui 15 bambini delle elementari e una decina delle medie. Da quando è iniziata la guerra abbiamo inserito 15 piccoli studenti ucraini, che si aggiungono ai 6 del resto del mondo a tutt’oggi presenti, e 9 ragazzi ucraini delle medie, che nei prossimi giorni diventeranno 14. Ma i nuovi arrivi sono senza sosta, vanno al ritmo di 3 al giorno».

Pensa che si arriverà a un “punto di rottura” dopo il quale non basteranno più i posti nelle scuole?

«Premesso che finora il flusso che ci attendevamo non si è verificato, e speriamo non si verifichi mai perché questo significherebbe la fine della guerra, i posti non sono un problema: ne abbiamo ancora 200. A preoccuparmi di più sono le mancanze negli organici scolastici, una questione per la quale il Comune non può tuttavia fare nulla».

I Servizi Educativi intercettano tutti gli arrivi o qualcuno rimane “nascosto”?

«Alcuni bambini ucraini, anche una volta giunti in Italia, proseguono a frequentare le scuole del loro Paese tramite la Dad. In quei casi non veniamo a contatto con loro».

Per le scuole dell’infanzia invece come funziona?

«In quel caso le norme sanitarie hanno la preminenza sul diritto allo studio: prima di essere inseriti negli asili i bimbi devono essere presi in carico dalle Asst per la verifica delle vaccinazioni obbligatorie»

Assessora, al di là delle procedure spiegate, delle varie storie con cui è venuta a contatto negli ultimi tempi, quali l’hanno particolarmente colpita?

«Ho tre immagini dentro. La prima sono le lacrime della mamma dei due gemellini, quando i loro figli sono stati accolti in classe dai loro compagni con le bandierine ucraine. La seconda sono gli occhi dei bimbi ucraini sorridenti nello scoprire un piccolo tesoro di quaderni e colori loro regalati. E la terza è invece è molto triste: al NAI abbiamo dovuto togliere la campanella del cambio dell'ora, perché quei poveri piccoli si mettevano a piangere ogni volta che la sentivano: ricordava loro le sirene della guerra…».

Fabio Gandini

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