Cronaca - 28 gennaio 2022, 15:14

Busto, bambino cade dalla finestra a scuola. La famiglia si oppone all'archiviazione

L’incidente del 3 aprile 2019 alla scuola Crespi di Busto Arsizio: la Procura chiede al Gip l’archiviazione, la difesa si oppone

La Procura di Busto Arsizio

La Procura di Busto Arsizio

Potrebbe avere presto una clamorosa conclusione il caso del bambino “volato” dalla finestra da un’altezza di cinque metri alla scuola elementare Crespi di Busto Arsizio la mattina del 3 aprile 2019. Il piccolo si era fratturato un polso e aveva subìto varie lussazioni ed escoriazioni, diagnosticate e curate all’ospedale di Legnano, ma per l’incidente avvenuto a scuola, secondo la Procura di Busto, non ci sarebbero responsabili e l’inchiesta va archiviata senza alcun colpevole. E’ questa la tesi del pubblico ministero contenuta nella richiesta di archiviazione avanzata nella primavera scorsa al Gip (Giudice per le indagini preliminari) di Busto Arsizio.

La famiglia del minore si oppone e tramite il proprio avvocato – Elisabetta Fontana di Erba – ha presentato l’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione. Ora la parola passa al Gip che dovrà decidere se accogliere le tesi del pm e chiudere il caso senza alcun responsabile oppure se approfondire le indagini e cercare eventuali responsabilità per l’accaduto che avrebbe potuto avere conseguenze anche ben più gravi.

Tutta la vicenda ruota su un solo quesito e cioè se l’insegnante di sostegno del bambino, assegnatagli dall’anno scolastico 2018/2019 in quanto sofferente di “disturbo oppositivo provocatorio”, e la dirigente dell’istituto scolastico “Crespi” di via Comerio 10 a Busto Arsizio, avessero adottato o meno tutte le misure necessarie a impedire che l’alunno di seconda elementare potesse compiere atti lesivi della propria incolumità fisica, in considerazione della patologia di cui soffre. In particolare al centro delle indagini vi sono tre elementi sui quali il pm ha tratto conclusioni tutte favorevoli all’insegnante di sostegno e alla dirigente scolastica, sollevandole così da ogni responsabilità.

Il primo elemento è se la finestra dell’aula al piano rialzato dove si trovava il bambino quella mattina fosse aperta o chiusa nel momento in cui l’alunno si era sporto per gioco, secondo la sua versione, o si fosse volontariamente buttato, secondo la tesi della maestra. Sulla circostanza la Procura – che pure ha interrogato la maestra di sostegno – sostiene che “non è possibile affermare con certezza se la finestra fosse stata chiusa dalla maestra, e quindi aperta dal bambino, oppure fosse stata già aperta”.

La legale della famiglia, invece, nell’opposizione alla richiesta di archiviazione precisa che «stando alle dichiarazioni della stessa maestra la finestra era senza dubbio aperta perché la stessa maestra in prima battuta aveva dichiarato che il bambino aveva manifestato una prima volta l’intenzione di buttarsi e aveva aperto la finestra; allora lei lo aveva abbracciato e allontanato dalla finestra, ma che poco dopo il bambino era scattato verso la finestra dicendo “mi butto” e salendo sul banco vicino alla finestra si era lanciato fuori». «Dal che – afferma l’avvocatessa Fontana – si deduce che l’insegnante, che pure era corsa da lui afferrandolo per la felpa senza tuttavia riuscire a trattenerlo, non aveva chiuso la finestra e che il bambino era riuscito a sfuggirle proprio perché la finestra era stata lasciata aperta».

Il secondo elemento è costituito dalla presenza di banchi proprio in prossimità delle finestre al piano rialzato, agendo così da trampolino di lancio. La circostanza è confermata dalla maestra che ne giustifica la posizione con l’obiettivo di proteggere il bambino da gesti autolesionistici, in quanto lo stesso avrebbe tentato in passato di procurarsi ferite picchiando la testa contro i caloriferi posizionati proprio sotto le finestre. Il problema è che la misura protettiva è diventata drammaticamente decisiva nell’incidente occorso al bambino in quanto il banco era proprio a ridosso della finestra lasciata aperta. Va aggiunto anche che sei mesi dopo l’incidente, il 25 settembre 2019, l’Ats Insubria ha eseguito un accertamento con sopralluogo per verificare il rispetto delle norme di sicurezza e prevenzione all’interno dell’edificio scolastico rilevando che in alcune aule una fila di banchi era posta “a diretto contatto della parete finestrata” e che “avrebbe potuto in astratto favorire l’arrampicamento dei minori”. Solo dopo queste segnalazioni, la scuola ha adottato un nuovo regolamento, datato 9 ottobre 2019, “che ha previsto specificatamente che venisse mantenuto, da un lato un corridoio di esodo della classe, dall’altro uno spazio adeguato tra i banchi e le finestre”.

Il terzo elemento è emerso proprio dal sopralluogo dell’Ats Insubria nella classe dove è avvenuto il dramma: cioè il mal funzionamento del blocco delle finestre: “Nell’aula – scrive l’Ats Insubria – vi sono tre finestre con aperture a scorrimento; il meccanismo di apertura non sempre appare fluido, in alcuni casi occorre esercitare una certa forza. Le finestre hanno un sistema di bloccaggio attivabile solo a serramento chiuso; tuttavia, al momento del sopralluogo, il sistema di blocco della finestra centrale non era funzionante”.

Sia la circostanza della presenza di banchi a ridosso delle finestre, sia il mal funzionamento del sistema di bloccaggio delle stesse trovano giustificazioni da parte della Procura che invece di indicarle come elementi di responsabilità della maestra e della dirigente della scuola le indica invece quali elementi a loro discolpa.

Quanto alla posizione della dirigente scolastica la Procura sottolinea che, sì, il regolamento per la sicurezza è stato aggiornato solo nell’ottobre 2019 (sette mesi dopo l’incidente), che i banchi fossero collocati a ridosso delle finestre e che il blocco delle stesse fosse danneggiato al momento dell’incidente, ma che la sua “posizione di garanzia per la prevenzione degli infortuni all’interno della struttura scolastica” non è chiamata in causa perché quanto avvenuto al bambino è “un evento che non rientra nel novero di quelli che la regola cautelare gravante sul dirigente scolastico è volta a prevenire”. Come mai? Perché secondo la Procura va assimilata “all’assenza di responsabilità del datore di lavoro a fronte dei comportamenti del tutto imprevedibili ed abnormi dei lavoratori”.

«Con il piccolo particolare che non si possono equiparare i bambini di una scuola elementare ai lavoratori di una fabbrica, perché nei luoghi di lavoro agiscono persone maggiorenni, mentre nella scuola elementare vi sono minorenni, anzi – aggiunge l’avvocatessa Fontana – bambini fragili come la vittima di questo incidente che la maestra e la scuola non sono stati in grado di proteggere. Per questo chiediamo al Gip di respingere la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura».

C.S.

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