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Varese | 16 gennaio 2022, 09:23

L'esercito liberò Varese dai muri di neve nel lockdown "naturale" di 36 anni fa. «La vegn giò al menud, la vegn giò fin ar cüü»

Il sindaco Gibilisco chiamò rinforzi, telefonando a Giuseppe Zamberletti, e in famiglia spalammo tutti in una sorta di frenesia per i primi due giorni, poi ci arrendemmo al volere di Big Snow: dal 14 al 17 gennaio 1985 la nevicata del secolo lasciò solo le impronte delle zampe dei gatti sull'apocalisse bianca. Fu lo spartiacque tra l’età del ghiaccio, con l'appendice del 2006, e quella dei tropici

Foto tratta da Facebook

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«La vegn giò al menud, la vegn giò fin ar cüü», era stata la sentenza della Zianna, alla vista del vorticare di fiocchi che da ore si posavano ovunque, anche sui davanzali delle finestre. Casbenatta nata contadina, Anna, che in realtà era zia di mia madre, riassumeva in un detto popolare la realtà dei fatti: la neve veniva giù implacabile e non se ne vedeva la fine, e quando i fiocchi sono piccoli e asciutti, minuti, son dolori, e si prospetta un futuro di pale e sudore.

Quel “White Monday” del 14 gennaio 1985 rimarrà per sempre impresso nella memoria collettiva come lo spartiacque tra l’Età del Ghiaccio e l’Età dei Tropici che caratterizza i nostri inverni ormai da anni, con lo zero termico a 3000 metri e la gente che al Sacro Monte si sdraia al sole alla fine del Viale delle Cappelle. A Capodanno.

Allora era diverso, la neve era attesa e non deludeva mai, poca, media, tanta, tantissima, ci faceva compagnia per mesi in giardino, e quando spariva voleva dire primavera, perché poco dopo spuntavano i crocus e i campanellini e i merli incominciavano a cantare sulle antenne della tv.

Un altro mondo, il segno ultimo delle stagioni, prima del disastro climatico e dell’ibridazione dell’inverno con l’estate, un mondo che quei giorni di gennaio 1985 si fece bianco paralizzando paesi e città, costringendo le persone a un lockdown promosso dalla Natura e non dagli uomini. I centimetri diventarono metri, da lunedì 14 a giovedì 17 gennaio la nevicata non dette tregua, la previsione della Zianna fu confermata dai fatti, fino al culo la neve ci arrivò eccome.

In quegli anni avevo costruito una voliera in giardino, dove ricoveravo gli uccelli feriti che, da volontario della Lipu, ricevevo spesso in cura. Ora il peso della neve minacciava di far crollare il tetto, così di notte puntavo la sveglia ogni tre ore, uscivo dal letto, mi bardavo per il Polo e con la santa pazienza e una scala toglievo il nuovo strato candido che a velocità supersonica si era ricreato nel frattempo. Dentro c’erano due merli e un tordo bottaccio, impallonati sui posatoi, ma per fortuna vivi. Erano prossimi alla liberazione, ma con quel cataclisma bianco il loro soggiorno coatto si sarebbe prolungato ancora per un po’.

Da Milano arrivavano notizie preoccupanti, la città era bloccata, il palazzetto dello sport crollato, il tetto del Vigorelli distrutto, per le vie c’erano i carri armati dell’esercito a fare da spazzaneve e oltre 600 militari, le scuole chiuse per giorni, ma alcuni milanesi imbruttiti non mollavano il lavurà, ci arrivavano con gli sci da fondo. Il matrimonio tra l’anticiclone delle Azzorre e il freddo polare venuto giù dalla Russia artica provocò il patatrac, e anche a Varese il sindaco Gibilisco chiamò rinforzi, telefonando a Giuseppe Zamberletti, allora ministro per il coordinamento della Protezione civile, affinché gli mandasse mezzi militari per ripulire almeno le arterie principali della città. Piazza della Repubblica diventò il Polo Nord, con muri di neve accumulata dalle ruspe militari e portata lì a camionate.

Il vicino di casa svelò improvvisamente il suo lato artistico: spalava con metodo asburgico, plasmando la neve in grandi cubi che poi sistemava in fila, creando una sorta di grande igloo aperto, nel quale forse pensava di invitare qualche Inuit a dividere un piatto di foca alla brace. In famiglia spalammo tutti in una sorta di frenesia per i primi due giorni, poi ci arrendemmo al volere di Big Snow, via Malta era isolata, avevamo la Siberia in casa.

La Nevicata del Secolo ebbe una discreta appendice nel 2006, quando ghiacciò completamente il lago di Varese, ci fu il record di accumulo in 24 ore, con 65 centimetri in città e 80 al Campo dei Fiori, ma la pioggia trasformò la neve in “puccia” già il giorno successivo. Però, noi che nell’85 eravamo in trincea, per un giorno sognammo il ritorno di Big Snow, con Varese bloccata, le ruspe e le macchine in testacoda, le piante del giardino scomparse sotto il lenzuolo candido, e le impronte delle zampe dei gatti sulla neve fresca al mattino.

Quella di sedici anni fa fu l’ultima nevicata degna del nome, poi quasi solo antipasti non seguiti dalle portate principali per dare l’illusione di un inverno ormai scomparso e rimasto soltanto nella memoria, un inverno da fiaba e da incubo come quello dell’85, dove ogni cosa era rallentata e come sospesa, in un silenzio totale e fantastico. Oggi, in questa perenne estate siccitosa, tutto è sempre in movimento, con un sole basso che acceca, e il silenzio ha segnato soltanto un tempo di morte, quello ritmato dalla pandemia.

Mario Chiodetti

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