Correva l’anno 1842 e i soldati austriaci a cavallo passavano per il centro della piccola Varese di allora, e ogni tanto sostavano in quello che è oggi corso Matteotti, legando le briglie agli anelli infissi nei muri. Chissà se qualche ufficiale entrò nella rivendita di granaglie, sementi e legumi di Giuseppe Cantù, il fondatore dell’azienda che da 180 anni è sinonimo di qualità, gentilezza e originalità, e non si è mai mossa dal numero 16, dove generazioni di varesini si sono riforniti di alimenti naturali, perfetti per le diete, i vegetariani, i vegani, i celiaci e per chiunque voglia seguire il motto della terza generazione Cantù, «mens sana in corpore sano», che Mario, nipote di Giuseppe e figlio di Angelo, amava ripetere all’infinito.
Sembra incredibile pensare che un negozio che tutti conosciamo sia stato aperto prima delle Cinque Giornate di Milano, e non abbia mai mancato un giorno anche durante le due guerre mondiali e la recente pandemia. A raccontarlo sono le due proprietarie, Luciana e Maria Rosa Cantù, figlie di Mario, entrambe ragioniere, che da 55 anni la prima e 50 la seconda, portano avanti la tradizione di famiglia, aiutate fino a poco tempo fa dalla signora Anna, andata in pensione con il 2022, e lì dall’età di 14 anni.
«Il bisnonno Giuseppe aveva parecchi figli, ma anche nonno Angelo, uomo pio e di chiesa, non era messo male, con dieci rampolli, tant’è che gli amici, scherzando, gli dicevano: "Angiolin, fabrica de gnocch e de bambin". Fu lui a trasformare l’attività in pastificio, assieme alla moglie Romilda, che lavorò come una matta perché il marito morì piuttosto giovane. Tirò su la nidiata di figli e fece crescere il negozio, che poi passò a nostro papà Mario e a nostra mamma Ottavia», spiega Maria Rosa, 70 anni il prossimo novembre.
«Producevamo moltissimi tipi di pasta, gnocchi e ravioli, avevamo una vetrinetta speciale in negozio con le qualità esposte, abbiamo dato da mangiare a tutta Varese anche nel periodo difficile della guerra. Fu mio padre che, ritornato dalla guerra, ebbe la grande intuizione degli alimenti dietetici, così cambiammo a poco a poco le caratteristiche del negozio. Lui voleva nutrirsi bene per stare bene, e noi siamo cresciute a riso integrale, perché lo vendevamo ma allora nessuno lo comperava, non era capito. C’è voluto parecchio per educare la gente agli alimenti naturali, allora lavoravamo parecchio con quelli per l’infanzia, la farina lattea Erba, dalla confezione blu con le scritte in oro, la Plasmon e la Guigoz, la leggendaria Fosfatina. Delle vecchie ditte è rimasta soltanto la Giuliani, più recenti la Ki e la Zelata, della compianta signora Giulia Maria Crespi. Tra le aziende varesine che trattiamo e resistono ci sono Porrini di Brebbia per il miele, e Rigamonti di Cunardo per la polenta».
Oggi Cantù vuol dire decine di prodotti di alta qualità, dalle paste al pane, dai cracker ai grissini, biscotti, marmellate, dolci e cioccolato, olî da coltivazioni biologiche, yogurt di soia, di cocco, di mandorla e, naturalmente, la pasta fresca.
«La produciamo ancora in piccola quantità, vendiamo tagliatelle, gnocchi e ravioli più per un fatto affettivo e di tradizione, assieme alle “chiacchiere” per Carnevale, che però si possono già trovare in negozio. Oggi si seguono le mode alimentari, molte persone si informano su internet e poi arrivano da noi con le richieste più assurde. Chiedono i dolci senza zucchero uova lievito glutine, e li pretendono buonissimi. Noi possiamo consigliare i prodotti più adatti ai vari tipi di dieta, perché li proviamo personalmente», aggiunge la signora Maria Rosa, che ha due figlie, Sveva grafica, e Marzia, farmacista, e quattro nipoti, mentre Luciana ne ha due dalla figlia Gaia, laureata in lingue e mamma a tempo pieno.
Da Cantù passano parecchi vegani: «Sono in aumento, soprattutto giovani, in numero eguale tra ragazzi e ragazze. Le mamme diventano matte perché devono cucinare cose per loro incredibili. In ogni caso le donne sono molto più attente all’alimentazione e alla dieta, perché spesso vogliono dimagrire, mentre gli uomini sono incostanti, incominciano con l’acquistare molti prodotti che poi non consumano».
Ma il negozio di corso Matteotti 16 ha avuto molti clienti illustri, che le due sorelle ricordano con piacere: «Innanzitutto Piero Chiara, coscritto e compagno di classe di mio papà Mario, poi Ugo Tognazzi che amava la nostra pasta tricolore, Bruno Lauzi, Memo Remigi, il cantante dei Dik Dik e, in tempi più recenti, Anna Oxa e Filippa Lagerback, Alessandro Gassmann e Angelo Branduardi, amante dei tortellini. Ricordiamo con grande affetto anche la signora Lissoni, pittrice e restauratrice, che abitava qui vicino e fece il ritratto a papà e mamma e alle mie due figlie quando erano bambine».
Ma il must, come si direbbe oggi, di Cantù, è sempre stato il leggendario presepe di pasta della signora Luciana, messo in vetrina per 50 anni. «Ci passavo le notti, ma ormai da sei anni, e dopo un’operazione agli occhi, non lo faccio più, e poi le mani non son più quelle di prima. Se non ero convinta, o la pasta non veniva bene, rifacevo una statuetta anche dieci volte. Ho vinto un sacco di concorsi, anche a Milano, per vedere il mio presepe arrivava gente da fuori. Assieme alla vetrina dell’8 dicembre di Ghezzi, con i fondant colorati, era l’attrazione delle feste natalizie. Ogni anno aggiungevo nuovi personaggi, c’erano cammelli, oche e galline, tutto fatto con la pasta, in parte colorata naturalmente con l’impasto di verdura, in parte dipinta dopo. Mio marito ogni tre anni mi regalava un album con le fotografie delle mie creazioni», racconta Luciana Cantù, 75 anni in agosto.
Una famiglia di donne, quella dei Cantù, con il papà Mario circondato da ben undici femmine, tra moglie, figlie e sorelle. «Papà era un uomo tutto di un pezzo, severo, se qualcuna di noi secondo lui sgarrava, alzava un sopracciglio, ti fissava e diceva: “Tì uì!”. Bastava questo per farci rigar dritto, anche se non ci ha mai dato uno schiaffo. Lui avrebbe voluto un maschio, per fargli continuare l’attività, ma nacquero tre femmine, così quando qualcuno gli chiedeva quanti figli avesse rispondeva: “Do tusann e ona tosa”, perché dire tre gli sembrava troppo».
Le sorelle Cantù non amano la ribalta, e non hanno voluto farsi riconoscere dalla Regione come negozio storico, né festeggeranno i 180 anni di attività: «I nostri clienti sanno che siamo qui da anni, non c’è bisogno di medaglie. Purtroppo non abbiamo nessuno che possa continuare dopo di noi, gli anni incominciano a pesare e oggi apriamo il negozio se stiamo bene in salute. Ma andiamo avanti, la nostra vita è qui da oltre mezzo secolo, oggi a comperare da noi vengono i nipoti dei clienti della nostra gioventù».