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Storie | 01 gennaio 2022, 15:40

FOTO. L'alba del nuovo anno vista dal Sacro Monte: 17 gradi tra una nocciola allo scoiattolo e i varesini in fuga dal Covid

Salutiamo l'arrivo del 2022 salendo in solitudine il Viale delle Cappelle: lo strip tease per il caldo africano, la schiscetta dell'ultima Cappella, i ragazzi con bottiglie di spumante già belli carichi, l'arciprete che augura "buona salute", i sacromontini che dicono "fa on cald de canaja" e i gatti del "Milano" spariti causa cagnara

FOTO. L'alba del nuovo anno vista dal Sacro Monte: 17 gradi tra una nocciola allo scoiattolo e i varesini in fuga dal Covid

Puntare la sveglia alle 6 il giorno di Capodanno presuppone qualche grano di follia, ma non avendo niente da festeggiare in solitudine, a mezzanotte son già sotto coperta con il piano di battaglia bell’e pronto: Cappelle del Sacro Monte all’alba, macchina fotografica e anno incominciato anfanando per il Viale. I buoni propositi, come i sogni, alle sei del mattino del 1° gennaio, tendono a svanire, ma la sveglia del cellulare è implacabile, ogni tot suona e o l’ammazzi o ti alzi. Mi alzo, non sono ancora un cellularicida, ma ancora per poco. 

Ho preparato già tutto la sera prima: zainetto tattico con bottiglietta d’acqua, noci e mandorle, e sei o sette nocciole da lasciare sul muretto allo scoiattolo della Quarta Cappella, barretta alla frutta, biscotti e una zampa di cammello di pasta sfoglia. Non ci sarà un cane, penso, a invece alla Prima non c’è parcheggio, si vede che i residenti hanno folleggiato con gli ospiti, rimasti a dormire dopo la bisboccia. Stradina secondaria e un buco lo trovo, c’è perfino una Citröen Maserati, roba che non si vedeva da almeno mezzo secolo, ricordo che negli anni ’70 ce l’aveva solo Cruijff.

Imbocco il Viale e una striscia di fuoco incendia l’orizzonte, tiro fuori la Leica con il 400, alberi in controluce su sfondo arancione carico, uno scatto che sarebbe piaciuto a Hokusai. Ma non siamo in Giappone, là in fondo spunta il Monviso e, sotto, un mare di nebbia, ma sopra, il cielo è di un blu carta da presepe, manca solo la cometa. C’è movimento sull’acciottolato, uomini e cani, altri solitari che vogliono incominciare l’anno lontano da covid, mascherine, contagi, vaccini e ospedali, respirando aria pulita e balsamica e recitando di straforo qualche preghiera. Può sempre servire.

La luce dipinge scenari fantastici, le ombre sembrano muoversi, il cielo muta continuamente sfumatura, ci credo che Stendhal ne fosse ipnotizzato, ma forse era l’Angelina Pietragrua che gli faceva quell’effetto. Mah. Aumentano uomini, donne e cani, arrivo alla Settima, un cielo rosa polvere circonda il Campo dei Fiori e mi rendo conto che sto sudando cumè on pulìn, ormai siamo in Africa, 17 gradi alle sette e un quarto del mattino, mica bau bau micio micio. Mi viene in mente Giorgio Gaber, quando alla fine del famoso shampoo butta lì un «phon!». Ecco, appunto, questo qui si chiama föhn, ed è il responsabile dello zero termico a 3800 metri a Capodanno, pilotato dal famigerato anticiclone tropicale, che già rompe gli zebedei d’estate e ora recidiva anche nell’ormai cosiddetto inverno. 

Arrivo alla villa tra la dodicesima e la tredicesima Cappella, il cui proprietario invidierò fino alla fine dei miei giorni, con la sua «beata solitudo, sola beatitudo», e incomincio lo strip dal berretto di lana, poi la sciarpa e i mezzi guanti, meno male che sotto non ho messo il maglione siberiano, sennò sarei prossimo al collasso. Del resto, in Siberia, in questi giorni ci sono venti gradi. Devo resistere fino all’ultima Cappella, lì immancabilmente mi fermo, mi siedo sui gradini e tiro fuori la schiscetta, osservando lo stesso panorama della stampa del Brockedon che ho appeso in salotto, con il mendicante, il cane e la processione che scende a valle senza degnarlo di uno sguardo, alla faccia della carità cristiana. 

Un sorso d’acqua e mezza barretta, un noce e due biscotti e riparto verso la vetta, non prima di aver fotografato il borgo in una strana luce da temporale d’agosto, ma niente meraviglia, ormai lampi e tuoni li fa anche a dicembre. Al Mosè c’è folla, ragazzi con bottiglie di spumante e risate, già belli carichi al mattino presto o forse han bivaccato da stanotte, chissà. Varese esce dalla nebbia, e speriamo non sia soltanto un evento meteorologico ma anche culturale, spunta l’ippodromo, si vede la Torre Civica e la cupola della Brunella in una luce micronizzata.

Entro al Santuario, sta finendo la messa delle 8, vado nella Cappella delle Beate a dire un pateravegloria che male non fa, e intanto l’arciprete, dopo l’«andate in pace» augura a tutti buona salute, presumendo forse dentro di sé che questo sarà un altro anno di palta, quindi meglio non far vaticini e stare sull’usato sicuro. 

Esco insieme a un gruppetto di sacromontini a denominazione d’origine: «Fa on cald de canaja», dice uno. «L’è l’inversiun termica, ghè el fon ch’el boffa, a Varès l’è püssee frecc», risponde l’amico. Saggezza popolare. 

Davanti al Camponovo in ristrutturazione non sostano più i sordoni in cerca di semi nelle mangiatoie artificiali, fa troppo caldo e se ne stanno in quota, gira qualche fringuello e si sente il verso del picchio muratore, i gatti del “Milano” sono spariti causa cagnara. Taglio per le scorciatoie, oltrepasso la Cappella fallata e salto fuori alla Decima, incrociando chi sale scamiciato, in un clima da metà maggio. 

Camminando penso alla fortuna che ho in questo momento, di potermi muovere, godere del Bello e poterlo raccontare, a due passi da casa. Scendo veloce, e alla Prima do uno sguardo alla casa rosso pompeiano che fu del pittore Giuseppe Montanari. Lui la fantasmagoria dei colori la poteva cogliere ogni mattina dal suo terrazzo, farla sua nel cuore e nella mente e poi trasferirla nelle tele, come io tento di fare, molto più prosaicamente, con le mie fotografie. 

Dopo che l’immenso mi ha illuminato, ritorno nell’uguale, con il ricordo di quello strano cielo non più manzoniano e pure lui forse globalizzato, a ciapà ‘l frecc de Varès e a meditare sulle nefandezze dell’umanità, in grado, in poco più di mezzo secolo, di devastare il pianeta in una follia senza ritorno. Nell’aprire la portiera della macchina sento il trillo della cincia dal ciuffo, è lì che mi osserva, dal rametto di un abete. Se sapevo, portavo i pinoli.

Mario Chiodetti

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