Varese - 08 dicembre 2021, 08:48

Varese piange sul Latte versato. In quel cartone bianco e azzurro c'era un'anima

Dal lattaio Giorgio che arrivava prima del postino in bicicletta con due cassette di bottiglie di Latte Varese per le consegne al cartone in tetra pak bianco e azzurro riconoscibile tra mille: tutto qui ha una data di scadenza, anche i simboli di un'identità divorati dall'anonimato e dal mercato

Varese piange sul Latte versato. In quel cartone bianco e azzurro c'era un'anima

Il lattaio Giorgio arrivava presto, ancor prima del postino. Cavalcava una bicicletta modificata, con pianale anteriore e posteriore dove piazzava due cassette con le bottiglie, rigorosamente di vetro e chiuse da un tappo di alluminio. Dentro, il Latte Varese, candido e fresco, pronto per la colazione, il ris e lacc della nonna, la polenta e latte, la torta della mamma, o semplicemente il bicchiere ristoratore, antidoto al caldo dell’estate.

Il lattaio Giorgio aveva come base la latteria di via Nino Bixio, dove nonno ed io sostavamo il pomeriggio, prima di andare al Circolo di Bosto dove lui giocava alle bocce e io imparavo a bordo campo. La tappa era per il lecca lecca alla cola (non si poteva scriverci su Coca Cola) che accompagnava i miei pomeriggi al Circolo, in primavera segnati anche dall’immancabile tappa del Giro d’Italia, vista in piedi nella saletta con la televisione in bianco e nero.

In latteria c’era un profumo dolce, un sacco di bottiglie allineate, uno specchio e Giorgio che, finite le consegne, serviva i clienti con bicchieroni di latte con la schiuma. Indossava sempre un grembiule blu con le bretelle, e lasciava la sua bicicletta nera e pesante buttata lì a lato della porta, che senza cassette sembrava un cane addormentato.

Il mio primo ricordo del Latte Varese è legato all’infanzia e al lattaio che ogni giorno suonava il campanello per la consegna e il ritiro dei vuoti, aggredito verbalmente dal collie del nonno, la Jol, pastore scozzese con l’istinto del killer. 

Tramontata l’epopea del lattaio in bicicletta, il latte lo si acquistava in negozio e al supermercato, non più in bottiglia ma in tetra pak bianco e azzurro, un litro o mezzo litro e a volte lo si affiancava allo yogurt, sempre made in Varese. La Centrale del Latte era diventata addirittura un riferimento toponomastico, prima di Google Earth e altre diavolerie. «È lì vicino alla Centrale del Latte», oppure «passi la Centrale del Latte e giri a sinistra». La fabbrica del bianco aveva soppiantato l’altro riferimento, la Conca d’Oro, e l’unica a tenerlo ancora buono era la nonna che, casbenatta della Perla, ci teneva ai toponimi.

La Centrale del Latte, quasi novantenne (nacque nel 1933 in viale Valganna), non c’è più, divorata dalla modernità che sa soltanto fare conti e bilanci e non si cura della storia e del lavoro di sedici persone e di un direttore che è lì da oltre vent’anni. Il latte varesino al cento per cento, tra i migliori per qualità, scompare dagli scaffali dei supermercati (già da un po’ erano spariti gli yogurt e il gorgonzola) e il marchio azzurro e bianco dai nostri occhi, abituati a riconoscerlo tra mille, perché comunque ognuno di noi, alla fine, è fedele alla bandiera.

È l’ennesimo capitolo triste di una città che non riesce a conservare i suoi simboli, e diventa vieppiù anonima e senza identità, triturata da un mercato sempre più spietato e cinico, e da imprenditori che investono su larga scala all’estero dimenticando le piccole realtà locali, da sempre motore dell’economia.

La Centrale del Latte di via Uberti, con i suoi serbatoi lucidi e svettanti, e l’edificio anni Cinquanta che ricorda vagamente quello del vecchio Mercato coperto sciaguratamente abbattuto, è arrivata alla data di scadenza, come uno dei suoi yogurt. E il mio personale rammarico è di non averla mai visitata, nemmeno da scolaro, per vedere il fiume candido scorrere e trasformarsi in parallelepipedi biancazzurri che trovavo poi nel frigorifero di casa.

Il Giorgio, nel frattempo, si rivolta nella tomba.

Mario Chiodetti

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