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Basket | 29 novembre 2021, 19:41

Il mito di Paolo Vittori diventa un libro: «Correvo poco, ma perché non avevo fretta…»

È appena stato dato alle stampe “No gavevo premura - La pallacanestro di Paolo Vittori”, autobiografia di uno dei simboli della Ignis regina del mondo del basket a cavallo degli anni Sessanta e Settanta

Il mito di Paolo Vittori diventa un libro: «Correvo poco, ma perché non avevo fretta…»

«Vittorio Tracuzzi diceva che correvo poco. E io allora una volta gli risposi: «È perché no go premura…non ho fretta»

Ore 18 di una domenica senza basket. Arriva un video.

La fonte è il gruppo Facebook “Maturi baskettari” ed è anche il primo indizio: il resto si scopre schiacciando play. Le immagini sono in bianco e nero, ma raccontano una pallacanestro che più colorata non si poteva. Il tizio che ricorre più spesso nei fotogrammi appare prima come un ragazzino più alto dei compagni che lo circondano sul campo, poi come giovane uomo che i baffetti li porta alla stregua di una firma, indelebile anche oggi. 

Le canotte impresse sulla pellicola e via via zoommate recano soprattutto tre nomi: uno è la sigla (U.G.G.) di un sodalizio che ha scritto pagine dello sport italiano fin dal diciannovesimo secolo, l’Unione Ginnastica Goriziana; gli altri due evocano altrettante rinomate aziende del dopoguerra e, al tempo stesso, le due realtà più forti della storia italica della palla al cesto. Sono Simmenthal e Ignis.

L’identikit è quasi svelato, a completarlo “qualche” coppa alzata al cielo (giusto un paio eh: sei scudetti, due Coppe dei Campioni, tre Intercontinentali, una Coppa delle Coppe e due Coppe Italia), il tricolore della nazionale che sfila alle Olimpiadi (tre per la precisione), un po’ di dialetto (quello vero, quello in cui pensi prima ancora di parlare) profumato di nord est  e l’investitura di un allenatore che qualche cosa nel basket l’ha vista e “spostata”, Dan Peterson: «Il suo tiro è stato quello stilisticamente più bello e più tecnico della storia della pallacanestro italiana».

Ci siamo: “mister x” non può che essere Paolo Vittori, mito della palla a spicchi nostrana e pretoriano nel gotha di cui l’epopea della Pallacanestro Varese si fregia, essendo stato simbolo di una squadra che tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo si era messa in testa di vincere tutto, in Italia, in Europa e nel mondo. Riuscendoci.

Vittori ha aperto il cassetto dei ricordi, ha tirato fuori le vecchie foto conservate dai genitori e ha scritto un libro sulla sua vita. È questa la novità: si intitola “No gavevo premura - La pallacanestro di Paolo Vittori” ed è appena stato dato alle stampe. Il video di cui sopra ne è una piccola anticipazione, creata da un suo amico e poi circolante sui social, bastante a scatenare la curiosità di molti.

«Mi ha chiamato persino Giacomo Crosa, l’ex saltatore e poi giornalista. Siamo amici dalle Olimpiadi del 1968: io e Ottorino Flaborea eravamo gli unici sulle tribune a fare il tifo per lui - racconta Paolo al telefono - Perché un libro, ora? Non lo so, bella domanda: di certo i ricordi sono tanti e gli amici da ricordare, quelli che rivedo ancora oggi, pure».

Il titolo nasce dalla risposta a Tracuzzi («In effetti non mi piaceva correre, anche quando facevo il calcio: a basket potevo anche giocare trenta ore di fila, ma correre…») e fa un po’ il paio con quel presidente che agli albori gli predisse poca strada («non farà niente»). 

Se a Natale avremo un altro grande libro sul basket, da leggere e da regalare, una vicenda umana e di gioco che parte da Gorizia e arriva a Varese, passando da Milano, da Napoli e da Rieti, toccando le stelle e accarezzando i giovani con quell’eredità in vita che si chiama Trofeo Garbosi, significa che quel presidente si è sbagliato. E non di poco.

Fabio Gandini


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