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Calcio | 17 ottobre 2021, 10:07

Forte, vincente, amato, vero: Franco Lepore è senza squadra a 36 anni. Ecco perché non ci piace questo calcio-giostra senz'anima

Uno dei simboli della scalata del Varese dall'Eccellenza alla Serie B (ci vollero 6 anni, non un paio...), uomo-promozione anche a Lecce e Monza, si allena con la Real Calepina in attesa di una chiamata

Lepore in lacrime nel giorno dell'addio al Varese, insieme a Pietro Frontini, applaudito da tutto il Franco Ossola

Lepore in lacrime nel giorno dell'addio al Varese, insieme a Pietro Frontini, applaudito da tutto il Franco Ossola

Un messaggio di Vito Romaniello cancella la distanza e il passare del tempo, fa battere il cuore, riporta su e giù per l'Italia la bellezza dei rapporti umani, delle belle persone, dei calciatori e del calcio dove una carriera, un gol e una partita dipendono ancora dalla forza di volontà e dai sogni rincorsi da bambini

Il messaggio di Vito contiene un'intervista di Franco Lepore rilasciata a TuttoC.com e ripresa da "PianetaLecce" in cui uno dei simboli e anche capitano della rinascita e della scalata biancorossa dall'Eccellenza alla serie B (2004-2010: ci vollero sei anni, un ripescaggio in D e due salvezze nel finale in Seconda Divisione. Tutto subito, non si può e al Varese dovremmo sempre tenerne conto) mette a nudo questo calcio-giostra  dove essere in forma ed essere vincenti, anche a 36 anni, non basta più per continuare a fare bene il proprio lavoro.

Lepore, cha ha vinto campionati nella sua Lecce e a Monza, oltre che a Varese, viene da un'annata positiva a livello personale (l'anno prima aveva vinto il campionato in Brianza) ma è rimasto senza squadra.

Giocatore universale che in carriera non ha solo ispirato e fatto gol (alcuni, bellissimi, con quelle sue magiche punizioni), uomo vero con un senso del dovere e degli affetti difficili da riscontrare in altri atleti che abbiamo conosciuto (per lui una maglia, una città e una tifoseria sono sempre stati una famiglia), Lepore è sempre stato il primo a buttarsi nel fuoco e, alla vigilia di ogni grande battaglia, il primo a uscire allo scoperto prestando anche il suo volto, non solo a VareseSport che lo aveva eletto a simbolo della rinascita nei manifesti che comparvero ovunque in città dal 2004 in poi, perché una squadra in città deve anche farsi vedere e amare.

Lepore è stato il solo giocatore del Varese che, dopo un brutto voto in pagella, veniva a stringere la mano a chi glielo aveva dato, dicendo: «Me lo sono meritato, ma domenica ti farò ricredere e dovrai darmi 7».

«Vorrei restare al Nord - dice un leccese purosangue come Lepore, che però è ormai lombardo da tantissimi anni, e che qui cresce la sua famiglia - Per ora mi sto allenando col Real Calepina, un club di D in provincia di Bergamo».

Se esiste qualcosa che viene prima anche della propria squadra del cuore o del proprio lavoro, e se questo "qualcosa" si chiama riconoscenza e senso di giustizia, chi ha conosciuto e apprezzato Lepore spera che la prossima vittoria sia la sua. Sarebbe anche la vittoria di un pallone che, una volta tanto, riacquista memoria e buonsenso. Perché sono i calciatori come Lepore a conoscere la "chiave" per fare vincere un campionato alla tua squadra e, soprattutto, a farla amare dalla gente. 

Andrea Confalonieri


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