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Salute | 01 ottobre 2021, 07:00

Il diabete mellito, una patologia cronica

Ci si trova e ci si troverà sempre più a fronteggiare situazioni complesse: uno degli obiettivi da realizzare è quello di mantenere il più possibile la persona malata al proprio domicilio

Il dottor Gianni Morandi

Il dottor Gianni Morandi

La pandemia da Covid-19 ha spostato l’attenzione del mondo sanitario, del pubblico e dell’informazione sulla gestione delle patologie acute.

In condizioni diverse da quella che stiamo vivendo, il maggior impegno richiesto alla sanità è rappresentato invece dalle patologie croniche. In un interessante lavoro pubblicato su The Journal of AMD (n°3, 2020) da S. Corrao e collaboratori si ricorda come in percentuale variabile dal 70 all’80% le risorse sanitarie a livello mondiale sono assorbite dalla gestione delle malattie croniche, responsabili in Europa dell’86% dei decessi e di una spesa in Italia di circa 15 miliardi di euro all’anno.

Potrà sembrare inopportuno citare il costo economico di una qualsiasi patologia, come se questo significasse minimizzare o ignorare disagi e sofferenze dei pazienti e delle loro famiglie. In realtà, in un quadro complessivo in cui è sempre più evidente per tutti come le risorse non siano illimitate, è doveroso porsi anche delle domande sul giusto impiego di queste risorse, perché si tramutino, senza sprechi o scelte irrazionali, nel massimo beneficio possibile per il maggior quantità di persone.

Il diabete mellito, per l’elevato numero di soggetti coinvolti, rappresenta una delle patologie croniche a più elevato impatto sociale ed economico. Basti riflettere sul fatto che 3.6 milioni di italiani sono diabetici e che questo numero è destinato a salire progressivamente nel corso dei prossimi anni.

A questo si aggiunga che la diffusione del diabete è correlata con l’età. Ciò significa un ovvio aumento della possibilità di sviluppare le complicanze a lungo termine (cardiovascolari, renali, neurologiche, ecc.) che rappresentano, in ogni senso, l’impegno più gravoso per il singolo e per la società. Quindi, ci si trova e ci si troverà sempre più a fronteggiare situazioni complesse, create dalla presenza di una malattia e delle sue complicanze o dall’associazione con altre malattie, in grado di creare un peggioramento reciproco delle diverse componenti.

Sarà indispensabile, di conseguenza, creare una rete efficace di relazioni fra le diverse figure professionali implicate, sviluppare una solida comunicazione e collaborazione tra territorio, medicina di base e strutture specialistiche ospedaliere e migliorare le prestazioni da offrire al paziente nel suo ambito familiare.

Il progresso delle conoscenze mediche e delle tecniche diagnostiche e terapeutiche ha portato, inevitabilmente e giustamente, ad una più alta specializzazione. Questa deve essere sicuramente valorizzata ed apprezzata, ma ora è tempo che si integri con una più efficace collaborazione tra ambiti e livelli diversi di assistenza. In primo piano c’è, ovviamente, l’impegno di fornire il più efficace trattamento al paziente, ma non si deve dimenticare come una maggior collaborazione fra i vari operatori si possa tradurre, per esempio, in una riduzione delle prestazioni ripetute inutilmente, dei tempi delle liste d’attesa, dei ricoveri inappropriati, dei giorni lavorativi perduti o dei disagi dei singoli soggetti o delle famiglie. Quest’ultimo punto merita un attimo di riflessione.

Uno degli obiettivi da realizzare è infatti quello di mantenere il più possibile la persona malata al proprio domicilio, evitando tutte le negatività insite nel ricovero ospedaliero (senso di isolamento e sradicamento, perdita di un proprio spazio privato, facile comparsa di disorientamento o aggressività nei più anziani, ecc.).

Una gestione domiciliare di una patologia, non deve però sfociare in prestazioni terapeutiche di minore efficacia né in un onere insostenibile per la famiglia in termini di stress, sovvertimento degli impegni di lavoro o di studio o timore indotto dalla richiesta di adempiere funzioni a cui non ci si ritiene preparati.

Lo scopo di un lavoro integrato che coinvolga figure professionali e strutture diverse e che coordini un più efficace rapporto tra territorio, medico di medicina generale e specialista ospedaliero non potrà avere come traguardo la guarigione, ma piuttosto un miglioramento della qualità di vita determinato da un adeguato controllo della sintomatologia, da una più efficace prevenzione delle complicanze, da un innalzamento dello stato funzionale ed in genere da un buon equilibrio psicofisico.  

La gestione ottimale di una patologia cronica o di più patologie correlate non è un compito semplice da realizzare, ma è un impegno a cui qualunque sistema sanitario sarà inevitabilmente chiamato, alla luce dell’aumento sia di malattie protratte nel tempo sia dell’incremento dell’aspettativa di vita.        

Gianni Morandi

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