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Storie | 23 luglio 2021, 07:00

Da Tradate all’Uganda. La “missione” dell’ingegner Jacopo Barbieri al Lacor Hospital

Barbieri è direttore del dipartimento tecnico del maggior ospedale non a scopo di lucro dell’Africa equatoriale. È anche grazie alla sua supervisione che la struttura continua a essere sempre più sostenibile e sta affrontando l’emergenza coronavirus

Jacopo Barbieri

Jacopo Barbieri

Da Tradate a Gulu, nel nord dell’Uganda. Jacopo Barbieri, ingegnere 34enne, da oltre due anni si è trasferito nel paese dell’Africa centro-orientale dove, tramite la Fondazione Piero e Lucille Corti, guida il dipartimento tecnico del St. Mary’s Hospital Lacor.

Dopo aver lavorato sette anni in un gruppo di ricerca del Politecnico di Milano che si occupava di paesi in via di sviluppo, e in particolare di Africa, e dopo missioni di brevi periodo e un’esperienza di un anno in Tanzania con una Ong di Milano, una volta conseguito il dottorato, Barbieri ha deciso di fare un’esperienza di più lungo periodo.

Ed è anche grazie alla sua supervisione che il Lacor Hospital, il maggiore ospedale non a scopo di lucro dell’Africa equatoriale, sta affrontando l’emergenza sanitaria del coronavirus.

Direttore del dipartimento tecnico

Dall’inizio dell’anno, Jacopo Barbieri è direttore del dipartimento tecnico del Lacor. «È un ospedale piuttosto grande per gli standard del circondario – spiega – il secondo in Uganda. Diversamente da altre realtà, qui dal punto di vista tecnico si è sempre fatto tutto “in casa”: gli edifici sono costruiti dall’ospedale e la maggior parte delle manutenzioni e degli ampliamenti viene fatta con risorse interne.
Pertanto il dipartimento tecnico, per il quale lavora una settantina di persone, è piuttosto importante».

Barbieri coordina tutte le attività che concernono questo settore: costruzione e manutenzione degli edifici, sia dell’ospedale che del compound con zona residenziale, scuola di infermieristica e il distaccamento dell’università; manutenzione ed eventuale ampliamento di tutti i servizi, relativi ad acqua potabile, fognature, rete elettrica dell’ospedale, trattamento delle acque reflue e dei rifiuti medicali smaltiti in un inceneritore, lavanderia, ossigeno, aria compressa e poi tutti gli apparecchi biomedicali, oltre all’arredamento ospedaliero e “civile”.

La pandemia

Con la diffusione del nuovo coronavirus, il dipartimento tecnico si è occupato anche della risposta al Covid, predisponendo, tra gli altri interventi, il reparto di isolamento e ampliando il sistema di distribuzione dell’ossigeno già esistente.

«Fino all’aprile di quest’anno – racconta Barbieri – il problema era più limitato in confronto ad esempio all’Europa. Adesso, probabilmente a causa della variante Delta che risulta più aggressiva, la situazione è più critica, soprattutto considerando la bassissima possibilità di risposta sanitaria. Noi potremmo trattare al massimo otto-dieci pazienti con ossigeno ad alto flusso. Tre settimane fa ne avevamo più di quaranta. Sembra però che sia stato raggiunto il picco e che i casi stiano diminuendo».

La vita quotidiana

Ma com’è la vita di tutti i giorni in Uganda? «Ovviamente il contesto è molto diverso da quello italiano. Devo dire che mi trovo molto bene: Gulu è la più grande città del nord del paese, ma non ha un’offerta culturale particolarmente interessante. Io vivo all’interno del compound dell’ospedale; bisogna adattarsi e sfruttare quello che offre territorio, come parchi e natura.

Il nord dell’Uganda è la parte un po’ meno sviluppata del paese, perché la guerra civile qui si è protratta più a lungo e, agli occhi degli altri ugandesi, appariva come una regione insicura, dove non conviene investire. Ora, per quello che posso osservare, questa sensazione è andata decadendo e la zona si sta sviluppando a gran ritmo».

I progetti

Prima del Covid, il dipartimento guidato dall’ingegnere tradatese ha sperimentato un macchinario per frammentare il vetro di recupero e usarlo come materiale da costruzione. «Uno dei nostri problemi principali – rivela – è smaltire alcune tipologie di rifiuti, ad esempio tutte le boccette di vetro degli antibiotici. Così, ci è venuta l’idea di venuta idea di utilizzarle come materiale da costruzione».

Un’idea che rientra nel tema della sostenibilità dell’ospedale, centrale per l’ingegner Barbieri, «sia dal punto di vista dell’autosufficienza ed efficienza energetica che da quello del riciclo dei materiali».

Ma i progetti sono tanti: «In questo momento stiamo cercando di finalizzare un progetto per migliorare la clinica prenatale, perché è l’area in cui siamo un po’ più deboli. Stiamo inoltre pensando di ampliare il sistema di produzione dell’ossigeno».

Sono poi in programma l’ampliamento della zona residenziale dedicata a parte dello staff e l’espansione dei sistemi fotovoltaici, mentre il miglioramento delle strutture della farmacia è quasi ultimato.

Insomma, una realtà importante e preziosa come il Lacor richiede un grande lavoro. «Questo ospedale – sottolinea Barbieri – è un punto di riferimento, specialmente per la chirurgia e le operazioni complesse, anche per paesi limitrofi. Abbiamo pazienti dal Sud Sudan, da regioni del Congo e a volte da Kampala, la capitale dell’Uganda».

Le spese sono coperte in gran parte dalle donazioni estere. Una quota deriva anche dai pazienti che possono permettersi di contribuire con una piccola somma.

Ma in un paese in cui oltre la metà della popolazione vive in povertà estrema, il sostegno delle donazioni è fondamentale.

Sul sito della Fondazione Corti si trovano molte informazioni (leggi qui). Ed è anche possibile fare una donazione per il Lacor. Un ospedale importante che, grazie a Jacopo, è anche un po’ legato alla nostra provincia.

Riccardo Canetta

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