Visioni Reali - 14 giugno 2021, 07:00

Verso la vocazione sanitaria di una città... I pazienti? 11 milioni di persone

#VISIONIREALI - Nella nona puntata della nostra rubrica la sanità varesina tra passato, presente e futuro: l'eccellenza della cura è una strada da seguire sempre. In campo privato l'esempio sta anche nella parabola di Isber, in una differenza fatta dagli strumenti di diagnostica

Verso la vocazione sanitaria di una città... I pazienti? 11 milioni di persone

Una vocazione sanitaria per Varese? L’imprinting si rinviene fin dall’alba del secondo millennio

Era il 1173 - stando ai racconti del professor Alessandro Dumassi - e quella che sarebbe diventata la Città Giardino aveva già il suo ospedale. Si trovava nel quartiere di Bosto, era stato fondato da frate Alberto da Bregnano e traeva origine da una lunga transizione partita dagli ospizi per indigenti e pellegrini e giunta ad assumere la fisionomia di luogo di cura.

Questo il dato storico, cui non può tuttavia non accompagnarsi quello geografico-ambientale. Varese ha travalicato i secoli dipinta nell’immagine di una salubrità che diventava approdo: in cima alla regione, immersa nel verde e circondata dalle alture, veniva raggiunta dagli abitanti delle pianure, attratti da aria buona, freschezza del clima e speranza di rigenerazione. Qui si arrivava per stare meglio, lontani da “i cattivi odori della città”, come scriveva in un poemetto il Parini, villeggiante illustre della seconda parte del Settecento.

Poi l’impilarsi dei secoli ha in qualche modo favorito la concorrenza e sfocato la semplicità di quello che fondamentalmente era un paradigma primordiale di turismo, più che di organizzazione sanitaria. Quel che è rimasto, però, un po’ grazie alle caratteristiche enunciate poco sopra, un po’ per i casi del destino e un po’ per l’appartenenza a una Regione all’avanguardia come la Lombardia, è la sensazione (suffragata da diversi fatti) che in questa città ci si possa curare bene.

Tanto da far sorgere spontanea una domanda, nel voltarsi verso il futuro: Varese può seguire questa strada nel suo rilancio? Può farsi conoscere agli occhi del mondo come luogo dell’eccellenza sanitaria?

Che cos’è l’eccellenza della cura?

La convenienza di una strada va sempre vagliata con il senso di opportunità: insomma, quanto è opportuno percorrerla? In questo caso la risposta non è circondata da dubbi: investire in una visione che contempli la sanità al massimo delle sue possibilità non può essere una scelta perdente. 

Lo dice l’evenienza che vede l’Italia come terzo Paese al mondo per popolazione più longeva: più degli italiani vivono solo i giapponesi e gli abitanti di Hong Kong. Attualmente l’aspettativa di vita è di 82,6 anni, traguardo reso ovviamente possibile dai passi da gigante compiuti dalla scienza medica e da chi la applica, inteso come professionisti e strutture. Proprio qui sta il punto: una popolazione sempre più anziana avrà sempre più bisogno di un ascensore fatto di concrete e proficue possibilità di cura per arrivare - in salute e serenità - a navigare gli anni dell’autunno della vita.

Questa però potrebbe essere una base comune per tante città. A rivelarsi invece decisivo a queste lande è il fatto che Varese stia in testa a un territorio dalle potenzialità infinite: lo dicono i numeri, letti attraverso la posizione geografica, ovvero quel nuovo centro che avevamo analizzato già nella prima puntata della nostra rubrica. Potenziali utenti di ospedali, centri e cliniche varesine non sono solo gli 890 mila abitanti della provincia omonima, ma anche quelli delle province limitrofe (si pensi quindi a Como, Milano, Lecco, Lodi, Monza e Novara) e - visto l’epoca degli spostamenti facili e veloci in cui viviamo - per estensione di tutta la Regione. Ma non è finita. A pochi chilometri dal centro città c’è il confine con il Ticino e la Svizzera, dove le possibilità di cura sono inferiori, la qualità è più bassa e per giunta si paga di più. Ecco quindi altri pazienti da accogliere, oltre Gaggiolo: sommato tutto, non è quindi così un azzardo stimare il bacino della sanità varesina in almeno 11 milioni di persone.

Cosa andrà a cercare sì tanta gente? Cosa significa “eccellenza della cura”? Il tema è complesso: parte dalla formazione (e quindi dalle università) e arriva alle strutture, pubbliche e private, passando certamente dalla preparazione e dalla perizia di chi esercita la professione medica ma anche da strumenti diagnostici all’avanguardia, dall’organizzazione degli spazi, dalla velocità delle risposte, dalla logistica e dall’accoglienza.

Dal chiostro al D-Wall

Storicamente Varese possiede già tutto questo. Ci sono l’Università dell’Insubria e la sua rinomata facoltà di medicina. Ci sono due incontestabili gioielli della sanità pubblica territoriale, ovvero gli ospedali di Circolo e del Del Ponte. Ci sono medici famosi in tutto il mondo nei rispettivi campi di competenza. 

A fare la differenza, però, deve essere anche la sanità privata, perché è in questo ambito che si può tastare il polso dell’ambizione, della volontà di investimento, della diversificazione dell’offerta e di una vocazione che passa necessariamente anche dalla concorrenza

Il sistema è in fermento e non da oggi: gli istituti privati impegnati nella cura, nella diagnostica, in mono o poli specialità sono alcune decine nella nostra città, in un ricambio sempre garantito che non lesina il parto di importanti la novità.

Tra esse c’è sicuramente l’ultima creatura Isber, che esemplifica alla perfezione il viaggio verso l’eccellenza della cura, avendo compreso quali siano i passi giusti da compiere per tagliare il traguardo.

Novità, peraltro, è un termine improprio: sono decenni che la storia di questa famiglia si intreccia con la sanità locale. Tutto inizia dalla dalla fisioterapia e dalla scelta di un medico di rimanere a vivere con la famiglia in questa provincia, dove fioriva - soprattutto a Gallarate - un’animata comunità siriana. Come spesso accade, l’idea di investire parte da una mancanza del contesto: nella fattispecie l’assenza a Varese di una struttura dedicata esclusivamente alla fisioterapia, intesa non più solo come semplice attività riabilitativa, ma come vero e proprio percorso medico. Nasce così il Nuovo Centro Fisioterapico, consolidato da trent’anni in via Maspero. 

L’intuizione si rivela buona, la volontà di ampliarsi sorge subito dopo, la possibilità di accreditarsi con il Servizio Sanitario Regionale fa il resto: il Centro cresce e poi arriva a non bastare. Allora ci si apre alla diagnostica, e presto si capisce come dalla stessa diagnostica nasca molto spesso anche l’esigenza di una visita: è così che vede la luce, quindici anni or sono, il Medical Point di via Veratti. Un punto di riferimento polispecialistico non solo per i pazienti, ma anche per i medici: oltre 100 quelli che arriveranno a collaborare al suo interno, attratti dalle possibilità professionali che si aprono al loro cospetto.

L’ultima affermazione si può motivare, anche perché di importanza fondamentale per comprendere dove si innesti il percorso di crescita di una singola realtà prima e di un intero sistema poi. Se è vero, come si scriveva in precedenza, che la differenza la fanno soprattutto gli strumenti diagnostici, il vantaggio di chi dispone di macchinari di ultima generazione è allora doppio: per il paziente, che può prevenire la malattia o comunque curarsi prima e meglio, e per lo stesso professionista, che con l’ausilio di tali strumenti può compiere in maniera molto più proficua il suo lavoro.

Medici più strumenti: eccola l’eccellenza. Diventata - nel caso in questione - anche razionalizzazione, con l’avvento di Clinica Isber. La nuova struttura è sorta in via Sonzini, nei meandri di Biumo Inferiore, trovando posto in quella che è stata la Casa delle Ancelle di San Giuseppe e prima ancora il Collegio Torquato Tasso.

In un chiostro che richiama le antiche forme ospedaliere, impreziosito da affreschi e manufatti tutelati dalla Sovrintendenza, a essere seguito è stato il solco già tracciato dalle esperienze imprenditoriali sopra descritte, pur con un passo in più fatto nella direzione della chirurgia (se dalla diagnostica può nascere la visita, dalla visita può nascere il bisogno di un intervento) e verso l’ospitalità legata alla prestazione sanitaria (15 i posti letto ricavati): cioè l’intento di investire in ciò che può fare la differenza. E allora non è una sorpresa trovare una Tac 128, una risonanza ad alto campo da 1,5 tesla, una tomosintesi, due sale operatorie Iso 5, un ambulatorio chirurgico per piccoli interventi e uno specchio digitale Hi-Tech che si chiama D-Wall, strumento riabilitativo di ultima generazione per pazienti con problemi motori e neurologici fino agli sportivi agonistici e non.

Il tutto, infine, diventa anche sinergia con il territorio, nel senso di pubblico (testimonianza ne è la riqualificazione delle adiacenti vie De Cristoforisì e Nicolini, diventata parte integrante del progetto) ma anche di altri soggetti privati, ossia le tante realtà imprenditoriali che hanno preso parte - ognuno secondo il proprio settore - ai lavori. Trovando a loro volta lavoro.

Così si fa, verrebbe da scrivere. Il sentiero è stato tracciato: per rafforzare la propria vocazione, Varese ha bisogno di altri escursionisti che vogliano raggiungere la cima, nel medesimo modo. Con ambizione, quindi, e senza sconti.

Big Fish


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