Duino Gorin nasce a Venezia e inizia giovanissimo a tirare calci al pallone nel Real San Marco, per poi passare al Venezia in serie C. Viene subito notato da alcuni osservatori, e portato al Varese, per le sue qualità tecniche, di velocità e di abilità, e per le sue caratteristiche di essere un maratoneta come ala tornante sulla fascia destra. A seguire, l'esperienza al Cesena in serie B, dove trovò un mister di spessore come Gigi Radice. Ritorna nella Città Giardino nel 1972 e si ferma per due anni, facendo sognare i tifosi biancorossi con il famoso trio d'attacco con Giacomino Libera e Egidio Calloni, (insieme a loro, tra l'altro, anche Ernestino Ramella e Nicola Fusaro...). Dal 1974 al 1977 va al Milan di Nereo Rocco e Giovanni Trapattoni, assieme al grande amico e compagno Calloni: con i rossoneri gioca tre anni, per poi passare al Monza e chiudere purtroppo la carriera, troppo presto, nel Teramo, per problemi di artrosi alle ginocchia.
Gorin, come sono i ricordi varesini?
Bellissimi. Eravamo un bel gruppo di ragazzi giovani, guidati da un grande mister come Peo Maroso e dai senatori come Ambrogio Borghi, Giorgio Morini, Chicco Prato, Lele Andena. Noi eravamo un gruppo di ragazzi con tanta voglia di realizzarci. Ricordo Della Corna, Fabris, Libera, Calloni, Ramella, il "lupo della Sila" Fusaro, Marini, Mayer, un giovanissimo Vito De Lorentiis e tanti altri, che ricordo con stima e affetto. Anzi vorrei mandare un grandissimo in bocca al lupo a Vito per una buona riabilitazione.
Di questo gruppo di "sbarbati" può raccontarci qualche curiosità?
Inizio con il super diligente Marini, che prestava attenzione a tutto, alla preparazione fisica, a quella mentale, alla dieta. Allora non esistevano diete particolari, ma Giampiero "Pinna d’oro", da buon metodico, avevo applicato lo stile da atleta. Mayer, un calciatore dai piedi super buoni, peccato che alcuni infortuni abbiamo minato la sua carriera... Egidio un ragazzo d’oro, un generoso sia sul campo che nella vita. Giacomino un simpatico guascone, con la prestanza fisica e la voglia sempre di segnare. Poi Ernestino e il suo caschetto biondo, detto "Pierino la peste", sempre pronto a fare qualche simpatica burla.
Da veneziano puro sangue abituato al Canal Grande, come si è trovato nella provincia dei laghi?
Molto bene! Nei giorni di libertà facevamo qualche gita sul lago Maggiore, alle Isole Borromee, andavano spesso a Laveno, una straordinaria località. Ricordo di essere anche stato nel paese di Gigi Riva grazie a Silvio Papini, che ci ha invitato con alcuni compagni ad una festa di capodanno.
Davvero?
Sì, allora non c’era la sospensione di campionato. I miei compagni già sposati stavano con la famiglia, gli altri abitavano abbastanza vicini per andare a casa. Noi eravamo al Convitto e Papini, che è sempre stato un generoso, per non lasciarci soli ci invitò a casa di sua sorella: eravamo io, Mayer, Fabris, Valmassoi, Bergamo, Dariol... Ricordo con grande affetto il gesto generoso del Silvio.
Gorin, la sua esperienza al Milan come è stata?
L’inizio, sia per me che per Egidio, è stato difficile. Siamo passati da un ambiente familiare ad un società manageriale. Giocare con Rivera, Capello, Albertosi, Benetti, Bigon, Chiarugi... Sinceramente per una persona timida e riservata come me, faceva tremare i polsi. Giocare i derby a San Siro è un emozione che ti porti dentro tutta la vita. Pensi che non riuscivo a rapportarmi in modo confidenziale con Rivera, e nei nostri discorsi gli davo sempre del lei: e pensare che è sempre stato una persona che ti metteva a proprio agio, molto disponibile... Poi con Rocco e Trapattoni, che avevano un carisma particolare, avevo un rapporto quasi di devozione.
Ci parla di suo fratello, che ha vinto lo Scudetto con il Torino?
Fabrizio era un grande. Abbiamo anche giocato contro diverse partite. Ha giocato nel Vicenza, al Torino con Pecci, Pulici, Sala e con mister Radice, uno dei miei maestri, poi a Genova e a Palermo. Ha iniziato in seguito la carriera di allenatore, allenando prevalentemente squadre liguri, dove abitava. Era un forte difensore ma anche un abile centrocampista. Morì a 48 anni a Genova, mentre allenava la primavera, per una leucemia fulminante: era il 13 settembre nel 2002. Per me è stato un duro colpo, che ha segnato la mia vita e il mio carattere. Un dolore di cui non ci siamo mai dati pace, né io, né l'altro mio fratello, né la nostra anziana madre che tuttora vive con noi.
Cosa fa adesso?
Finito di giocare ho aperto un bar tabaccheria, che gestivo con mia mamma, Mi hanno fatto della proposte di allenatore, ma non ho accettato: non ho il carattere per fare il mister. Ho preferito la tranquillità. Seguo ancora il calcio, vedo le partite. Anzi per me la Nazionale di Mancini farà bene, Roberto ha dato un nuovo gioco alla squadra. Mi appassiona anche il calcio femminile: queste ragazze giocano molto bene. Mi piace il Milan per esempio, ha delle calciatrici forti. Quando posso seguo i miei 3 nipotini, sperando che il maschietto, che adesso a sette anni, segua le orme del nonno e dello zio.
Cosa le piacerebbe fare?
Imparare a pescare. Dovrei chiedere al mio amico Bruno Mayer, provetto pescatore, se mi insegna qualche trucchetto... Poi perché no, mi piacerebbe ripetere l’esperienza di un incontro con i miei compagni e amici biancorossi, almeno per vederci prima di passare alla terza età... Comunque grazie Varese, saluto tutti con un affettuoso abbraccio, parola del "venezian Gorin", come mi chiamava il patron Rocco.