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Busto Arsizio | 26 maggio 2021, 09:48

«È grazie a padre Gentile Mora che possiamo festeggiare il centenario della chiesa dei Frati»

Un'interessante serata fa luce su questa figura determinante a Busto. Quando scrisse agli abitanti chiedendo di essere compreso e aiutato. Per ogni donazione dava un libro di preghiere o un'immagine. Fece costruire anche il teatro

Alcune immagini della serata di Busto

Alcune immagini della serata di Busto

«Se stasera siamo qui riuniti lo dobbiamo a padre Gentile Mora». Queste parole di Giovanna Bonvicini riassumono perfettamente lo spirito della serata martedì 25 maggio al santuario del Sacro Cuore in occasione del centenario della sua consacrazione.

Grazie alla guida dei relatori Roberto Albè e Giovanna Bonvicini durante la serata, sono state raccontate le vicende che hanno portato alla costruzione della chiesa, concentrandosi in particolar modo sulla figura del frate, la cui determinazione e la cui capacità di comunicare furono fondamentali perché ciò fosse possibile.

Le radici di una presenza

Come ha sottolineato Roberto Albè le vicende che legano la città ai Frati minori affondano le loro radici sin nel lontano 1200, e vi furono diversi tentativi, nel corso dei secoli, di realizzare un convento sul territorio cittadino; nessuno di questi andò a buon fine siano alla fine del 1800 quando il Cavalier Roberto Tosi decise di realizzare una chiesa per gli operai delle fabbriche che negli ultimi anni erano sorte lungo la Strà Balón (oggi corso XX settembre).

«Lungo la strada, dopo l’arrivo delle fabbriche, c’erano negozi, abitazioni private, dormitori e molto altro – sottolinea Roberto Albè – c’era tutto tranne una chiesa.Questo portò il Cavalier Tosi a rivolgersi al Prevosto dell’epoca, Monsignor Giuseppe Tettamanti che gli suggerì di rivolgersi ai Frati minori di Milano, che cercavano un terreno fuori città da acquistare per costruirvi una scuola missionaria».

Questa conversazione fu “pietra” su cui si fonda la storia del santuario del Sacro Cuore; Tosi, infatti, abbandonò l’idea della piccola chiesetta e seguì il consiglio di monsignor Tettamanti e venne acquistato il terreno su cui ancora si trova l’edificio.

E la prima pietra fu posata il 10 dicembre del 1899; la costruzione, però, non procedeva con la desiderata celerità e i fondi necessari per un’opera così importante non erano certo semplici da trovare, così nel 1902 i Frati Minori di Milano decisero di mandare a Busto padre Gentile Mora per sovraintendere i lavori.

«Si mise subito all’opera – spiega Roberto Albè – e decise di scrivere una lettera agli abitanti di Busto per ricordare come quella che si stava erigendo non fosse solo la chiesa dei Frati, ma la nuova chiesa di Busto, la prima negli ultimi 150 anni, il cui completamento avrebbe portato lustro alla città».

La figura di Mora

Alessandro Mora (questo il vero nome di padre Gentile), infatti, era nato a Milano nel 1857 da una famiglia benestante e prima di entrare in convento a 34 anni si dedicò a studi commerciali. Questo lo portò a comprendere come rapportarsi con le diverse realtà secolari, e spinse sin da subito i superiori ad incaricarlo della raccolta dei fondi necessari al mantenimento della comunità.

«Quella lettera – prosegue Giovanna Bonvicini – contiene una frase che secondo me è molto utile per comprendere la natura estremamente umile di padre Mora; egli infatti scrisse alla cittadinanza che sentiva “il forte bisogno di essere aiutato ed anche compreso” nella sua necessità di trovare i fondi per portare avanti, e mantenere, la chiesa e il convento».

Al suo arrivo a Busto, infatti, Padre Mora trovò solo i muri di alcune celle; non era presente nessun mobile e nessun giaciglio per poter ospitare i monaci, e questo lo spinse a rivolgersi alla comunità per un gesto di carità che permettesse loro almeno delle condizioni di vita dignitose.

Trovò un primo aiuto nella generosità del Cavalier Tosi: quest'ultimo donò loro dei mobili usati e poco a poco a questo gesto incominciarono a seguirne molti altri, grandi e piccoli, che fecero sì che si potessero proseguire i lavori per la costruzione del Santuario.

La gente capisce e aiuta

«La gente iniziò piano piano a conoscere questo frate dell’aria bonaria – racconta Giovanna Bonvicini – a comprenderlo e ad aiutarlo; iniziò a ricevere piccoli gesti di carità che lui stesso descrisse come “la pioggerellina di marzo, che è fine fine, piccola piccola, ma fa crescere la coltura". Ogni donazione era ricompensata da un libro di preghiere o un’immagine santa, poiché il Frate credeva molto nell’importanza della buona stampa».

Molte furono le iniziative messe in campo da padre Gentile Mora, dalla vendita dei “mattoni” della chiesa alla nascita del banco di beneficenza, storica tradizione del Sacro Cuore, e tra alti e bassi il 30 aprile del 1921 il santuario del Sacro Cuore fu finalmente concluso e venne consacrato, diventando così quel punto di riferimento per la comunità che è ancora oggi.

«Padre Mora non si limitò a far erigere la chiesa – rivela Giovanna Bonvicini – fu lui a sostenere fortemente la necessità di creare un oratorio, che togliesse dalle strade i giovani del quartiere per guidarli e sostenerli, e nel 1914 fece sorgere il primo teatro che fin da subito contribuì a diffondere la cultura tra gli operai delle fabbriche».

La storia dell’amatissimo frate si lega a quella della parrocchia del Sacro Cuore siano al 1932 quando, all’età di 72 anni, il suo grande cuore, che già gli diede problemi per tutta la vita, cedette.«Di lui fu scritto - Giovanna Bonvicini – “Scompare l’uomo, ma le opere rimangono. Rimase la sua chiesa, per la quale lavorò, pianse ed esaurì le risorse ingegnose della sua abilità di vent’anni. Rimase l’oratorio, l’integrazione della chiesa che doveva essere non solo ma anche palestra di apostolato specialmente giovanile”. Se noi tutti possiamo essere qui stasera a festeggiare questo importantissimo traguardo lo dobbiamo principalmente a lui». 

Loretta Girola

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