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Varese | 24 maggio 2021, 14:51

IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

Si andava "di là", sull'altra sponda del Maggiore, salendo al Mottarone con un salto dal lago alla montagna per le gite di un giorno, spesso con colazione al sacco, le famiglie con i bambini che corrono nei prati e i fidanzati mano nella mano. Ora "di là" si sente solo il silenzio degli innocenti

IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI

Eppure si andava “di là”, nonostante anche “di qua”, nella sponda magra, ci fossero montagne, laghi e panorami commoventi. Traversare il lago con il battello oppure arrivarci per le vie di terra era ed è quasi un vanto, la sponda piemontese del Verbano è lì che aspetta, dai tempi della Belle époque, con i maestosi Grand Hôtel, le promenade, il San Carlone, la musica di Stresa e le ville dei grandi del passato, Toscanini, Giordano, Mondadori. 

Si andava “di là” con convinzione, al Mottarone o a Macugnaga, il Rosa per tutti, gite di un giorno, partenza il mattino e ritorno la sera, spesso con colazione al sacco, alla portata di sovrappesi e pressioni alte, famiglie con bambini e fidanzati neo romantici.  

Un’escursione calcolata, in terre vicine ma differenti come cultura e mentalità, magari si raggiungeva il Mottarone per vedere gli scalatori del Giro d’Italia, magari, fino al 1963, soltanto per prendere la cremagliera elettrica che da Stresa arrivava in vetta e osservare dall’alto il lago d’Orta caro a Ernesto Ragazzoni e anche a Gianni Rodari.  

Un paradiso agreste, il Mottarone, con i pascoli in altura, un giardino botanico, poi con l’epoca felice della villeggiatura elegante, tutto cambiò, arrivò il grande albergo alla moda dove villeggiava il re, la strada, la funicolare e poi la funivia, un salto dal lago alla montagna in una ventina di minuti, perché con il trascorrere degli anni tutto si velocizza, diventa febbrile, esiste il consumo dell’aria e del cielo e oggi quasi nessuno sale a piedi, ci si tuffa col parapendio, si arrampica e si gioca perfino a golf.  

Sono passati i tempi dei pittori lombardi in libera uscita, i Gignous, Mosè Bianchi, Bazzaro, Pompeo Mariani, tutti in zona a ritrarre gli armenti e le infinite sfumature dei verdi e degli azzurri, le baite e le contadine con il fazzoletto in capo e il lago, laggiù in fondo, più azzurro di tutto. 

Maggio è traditore, è un mese troppo bello, colmo di luce e di fiori, di profumi e di amori, non si può stare in casa, ci siamo stati già troppo, costretti e insofferenti, ora bisogna uscire, riprendere le vecchie abitudini e andare “di là”, che con la funivia in un attimo si è in cima, si cammina un po’, si mangia e si scattano selfie con l’isola di San Giulio che occhieggia da lontano un chilometro e mezzo più in basso. Da un mese le cabine vanno su e giù, con la primavera c’è sempre la speranza che il turismo riprenda vigore, che il virus molli un po’ il colpo, e la gente si rimetta in moto con un’altra luce negli occhi. 

«Morire di maggio, ci vuole tanto troppo coraggio», cantava il Faber, ma il destino non fa mai sconti, nemmeno di fronte ai bambini che finalmente corrono sui prati, e così si parla di tragico incidente, di quattordici vittime, di un cavo che si è rotto, della cabina biancorossa precipitata ai piedi del bosco di abeti, di colpo costretto a un terrificante silenzio. 

Il silenzio degli innocenti, troppo spesso sacrificati senza una causa accertata fino in fondo: negligenza, usura del materiale, errore umano, cattiva manutenzione, è ciò che si leggerà per giorni, forse mesi, forse anni, nei giornali e negli atti giudiziari, ma intanto quattordici persone non ci sono più, in un giorno di maggio profumato e gentile. A volte, andare “di là”, può essere pericoloso. 

Mario Chiodetti

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