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Salute | 16 aprile 2021, 08:10

Spreco di cibo? Sì, e anche di salute

Nonostante la povertà dilagante ci sono casi che mostrano come abbiamo perso il consapevole rapporto con il cibo. Tra le conseguenze, alimenti presi di impulso, spesso preconfezionati ipercalorici

Il dottor Gianni Morandi

Il dottor Gianni Morandi

Probabilmente non esiste telegiornale che non ce l’abbia mostrato: una lunga fila di persone costeggia il muro di cinta di un convento di frati a Milano. Sono lì per ricevere un piatto di minestra calda. Sono loro l’immagine concreta di una povertà dilagante, provocata o accentuata dalla crisi economica e dalla pandemia da Covid-19.

Sarebbe logico aspettarsi che in questa situazione ogni briciola di pane venisse vista come un bene prezioso e che non fosse necessario, oggi, affrontare l’argomento dello spreco di cibo. Non è così, invece.

Convivono, nella nostra società, situazioni di mancanza del necessario o addirittura dell’indispensabile e situazioni in cui è ben lungi dall’essere raggiunta la coscienza di un consumo più razionale e responsabile. In un interessante articolo pubblicato su Journal of AMD (N°4-2019) Silvio Barbero mette in rilievo che «nell’economia rurale dell’Italia inizio ‘900, l’idea di sprecare cibo non aveva alcuna cittadinanza».

Il cibo, soprattutto per quanto riguarda certi alimenti, era qualcosa di prezioso, spesso disponibile in quantità limitata.

La vita rurale, inoltre, prevedeva la presenza di animali domestici o da lavoro: quello che non era più consumabile da parte dell’uomo serviva egregiamente per l’alimentazione di pollame, conigli, suini, cani o gatti, ecc. Lo spreco era praticamente impossibile: tutto ciò che era commestibile trovava un destinatario. Si pensi ad un altro particolare, sempre ricordato da Barbero: nei dialetti, specchio di culture ormai estinte, non esiste il corrispondente di “cibo”. Gli alimenti vengono indicati per la loro funzione («il mangiare») o per il loro costo («la spesa»). Ancora oggi, del resto, impieghiamo quest’ultima espressione per l’acquisto di alimenti, non per altri beni.

Ora abbiamo perso il consapevole rapporto con il cibo: non sappiamo più come viene prodotto, come viene trattato, non sappiamo quanto e come si può conservare («basta leggere l’etichetta», no?). Il cibo è avulso dalle necessità e dai bisogni di ognuno di noi. Per l’uomo di oggi un alimento non è più inserito nella consapevolezza di un ciclo delle stagioni da rispettare; non riporta al pensiero della fatica e della competenza di chi l’ha prodotto. L’acquisto di generi alimentari avviene spesso secondo le modalità imposte dal consumismo.

Questo non è semplicemente la possibilità di acquistare in grande quantità, quanto piuttosto una impostazione culturale per cui l’acquisto è di per sé fonte di piacere, indipendentemente dal fatto di soddisfare un reale bisogno o un vero desiderio. Il risultato sono frigoriferi, dispense e cantine stipati di cibi portati a casa solo perché li abbiamo visti sugli scaffali del supermercato o perché ci hanno ingolosito per qualche secondo.

Nella maggior parte dei casi, fra questi cibi scelti d’impulso rientrano quelli che l’industria alimentare e la grande distribuzione ci invogliano ad acquistare con strategie ben programmate.

Ecco accumularsi, quindi, alimenti preconfezionati ipercalorici, ricchi di grassi o di zuccheri semplici e di conservanti, mentre più spesso scadono e finiscono nella spazzatura frutta, verdura ed altri cibi freschi. Obesità e diabete mellito tipo 2 non hanno certamente origine solo dai nostri consumi irrazionali e compulsivi, ma non può essere un caso che la prevalenza di queste patologie subisca repentine accelerazioni quando in una popolazione si impone questo modello di comportamento alimentare.    

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Gianni Morandi

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