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Varese | 18 marzo 2021, 08:10

Con il caffè Zamberletti scompare un'altra bandiera varesina. Della città che fu resta una foto sempre più sbiadita

Andavamo "dal" Zamberletti a sognare e ridere, a incrociare sguardi che a volte diventavano amori: finisce un'epoca e sparisce un logo che vuol dire qualità, ammazzato dal Covid e da una folle altalena di aperture e chiusure. Qui non c'è più posto per la memoria e per il tempo lento di una torta che lievita o di un tè sorseggiato

Con il caffè Zamberletti scompare un'altra bandiera varesina. Della città che fu resta una foto sempre più sbiadita

Un’altra pugnalata. Al cuore della Varese antica, quella del passeggio e dei caffè, quella delle chiacchiere e degli sguardi che si incrociano, degli amori nati al tavolino, tra una cioccolata e un bosino al rhum. Si andava “dal” Zamberletti in corso Matteotti, fuori quando si era di buon umore oppure ci si voleva far notare con una bella ragazza accanto, dentro quando pioveva o si voleva parlare di lavoro o di affari. I caffè sono un po’ come i confessionali, ci si lascia andare, si sogna e si ride, si progetta assumendo calorie che a casa mai ci permetteremmo. Una gratificazione, un omaggio alla bontà, la voglia di evadere per una mezz’ora dal caos infinito del mondo. 

Andavamo dal Zamberletti, anzi dai Zamberletti, perché a Varese, se ne sono contati cinque, in tempi diversi: corso Matteotti, via Como, via Luini, piazza Monte Grappa e l’ultimo in via Manzoni, quello che il maledetto covid ha ammazzato senza pietà, ormai soltanto un marchio, perché la proprietà non era più della storica famiglia di pasticceri, ma di Davide Steffenini, che ci ha creduto fino in fondo, in due anni di battaglia.  

Finisce un’epoca, sparisce un logo che tutti noi abbiamo imparato a conoscere sulla carta di panettoni e colombe, pasticcini e marron glacé, un nome “che vuol dire qualità”, un pezzo di storia della città, se è vero che il Dolce Varese fu inventato nel 1953 proprio in corso Matteotti da Antonio “Carlo” Zamberletti, su un’idea dell’architetto Bruno Ravasi che, ci piace pensare, forse ne disegnò anche la forma.  

La madre di tutti i negozi Zamberletti era all’indirizzo di via Como, una sede acquistata nel 1925 dagli zii della signora Angela e poi rilevata da suo padre Carlo nel 1939, ma il fulcro dell’attività è stato per 67 anni la pasticceria di corso Matteotti, preferita da Piero Chiara e dai notabili della città, con la saletta superiore sede di tanti incontri culturali e perfino spettacoli musicali. 

Si andava dal Zamberletti però anche in piazza Monte Grappa, seduti nella veranda esterna che suscitò tante polemiche allora e anche la protesta dei tassisti, sfrattati dai loro parcheggi. Un caffè di lusso, al posto del vecchio e glorioso “Socrate” dove il cumenda Giuan Borghi prendeva l’aperitivo, ottimo per appuntamenti galanti o briefing di lavoro, un camparino veloce e quattro parole con la vista sulla fontana. 

Giorgio Zamberletti, fratello di Angela, appassionato e collezionista d’arte, faceva la spola tra via Como e la piazza e, una volta tolta la veranda e chiuso il locale, aprì un nuovo caffè con doppio affaccio, via Dazio Vecchio e via Manzoni, disegnato dall’architetto Riccardo Blumer con giardinetto interno e décor avveniristico, con l’occhio strizzato alla clientela più giovane.

Gli subentrò suo nipote Edoardo Bulgheroni, che due anni fa cedette l’attività al giovane Steffenini, titolare della pasticceria Dolce Mente in piazza Biroldi a Giubiano, ottimo curriculum e molte idee per rinnovare il locale. Fino all’annuncio di chiusura e della vendita del negozio di Groppello, ultimi baluardi del Zamberletti vecchio e nuovo. 

Così scompare una bandiera varesina, dopo molti altri marchi storici che ci hanno lasciato negli anni, ma stavolta fa ancora più male perché la sconfitta è opera di un nemico subdolo e invisibile, di una folle altalena di aperture e chiusure che ha messo in ginocchio la città degli svaghi. La Varese sempre più cinesizzata ha smarrito la sua identità, non c’è più posto per la memoria, per il tempo lento di una torta che lievita o di un tè sorseggiato con un libro o un giornale accanto, e per molti di noi, già in là con gli anni, valgono i versi della canzone di Charles Trenet: «Que reste-t-il de nos amours, que reste-t-il de ces beaux jours? Une photo, vieille photo de ma jeunesse». Una fotografia, appunto, sempre più sbiadita, della Varese che fu. 

Mario Chiodetti

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