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Sport | 22 febbraio 2021, 13:58

Un anno senza Palaghiaccio: «Un anno da pendolari dello sport»

Le toccanti testimonianze delle giovani atlete della IceSport Varese, tra sacrifici e passione: «Non resisteremo un altro anno senza ghiaccio a Varese»

Un anno senza Palaghiaccio: «Un anno da pendolari dello sport»

Sono giovani ma determinate e da un anno stanno facendo sacrifici enormi per portare avanti la loro passione per il pattinaggio senza più poter contare sulla pista a Varese. Allenamenti lontano da casa da far coincidere con la scuola, lo studio e le disponibilità economiche. Eppure il loro dovere lo hanno fatto, tenendo duro e credendo alla promessa che presto avrebbero avuto una pista provvisoria a Varese. Ora non ce la fanno più e vogliono condividere con tutti la loro situazione.

Caterina lo definisce «un anno da pendolari dello sport». Dodici mesi trascorsi nella speranza, «sempre delusa», che si trovasse una soluzione per far tornare il ghiaccio sotto le lame, vicino a casa. Un anno scolastico si è chiuso, un altro è cominciato, per molte pattinatrici dell'IceSport Varese è il primo di un nuovo ciclo, le medie, le superiori, per alcune l’ultimo, con molte incognite, molto stress, la didattica a distanza e le incertezze per gli esami, e tutte le difficoltà che tutti gli adolescenti d’Italia stanno conoscendo.

«Lo sport, dopo le chiusure totali del primo lock-down, era tornato ad essere una valvola di sfogo, un momento di normalità in una quotidianità piena di anomalie, di lutti reali o metaforici mai elaborati, di piccole e grandi prove  - spiega la presidentessa Marta Bianchi - Ma per le pattinatrici di via Albani, e per le loro famiglie, questa normalità, così preziosa per i giovani anche in tempi non pandemici, costa tantissimo».

Le ragazze dell’Icesport, per esempio, devono pattinare a Oggiona Santo Stefano in orari serali, e per avere per un pugno di ore una pista di dimensioni regolamentari devono andare, nel fine-settimana fino a San Donato Milanese, cinque ore fuori per 100 minuti sul ghiaccio. Tardi la sera, presto la mattina, con i libri e i compiti da fare in macchina, e i genitori che si danno i turni e si chiedono quando finirà.

«La nostra passione è più forte delle distanze»,dice Arianna, ma si chiede perché il diritto di praticare uno degli sport del ghiaccio che sono, tutti insieme, una tradizione e un patrimonio di Varese da decenni, le sia negato, data la mancata costruzione di una pista provvisoria, e le incertezze sulle tempistiche del cantiere per il rinnovo del polo sportivo di via Albani.

Giorgia ha la maturità quest’anno, e gare importanti da affrontare, ma sa che il suo sogno di si interrompe con la fine di questa già difficilissima stagione (moltissime competizioni sono state cancellate per Covid), se non riavrà una pista a Varese. Come molte sue compagne, non abita nel capoluogo, un suo piccolo pendolarismo lo ha sempre vissuto, prima con l’auto del papà, adesso in autonomia, ma con l’università non sarà più possibile.

Sofia fa sia artistico che sincronizzato, una disciplina che è una misconosciuta specialità varesina, ma a fronte della grande fatica per gli spostamenti (abita quasi in Svizzera), sua e dei suoi, riesce a totalizzare un numero di ore di allenamento decisamente inferiore a quello che potrebbe fare se Varese avesse una sua pista.

«Lo sport è la salvezza di noi ragazzi in questo mondo difficile, e io pur essendo timida là fuori, quando metto i pattini mi sento libera come una farfalla», dice un’altra Giorgia, che le superiori le ha appena iniziate. Dopo dieci anni di allentamenti al Palalbani, per lei quella era la casa della sua «famiglia sportiva», come dice sua madre Monica, una famiglia che rischia di disperdersi. «Perché se queste ragazze fanno sport a livello agonistico e forse terranno duro sognando un’altra stagione, la linfa vitale delle società sportive, le giovanissime e i giovanissimi che esplorano gli sport e poi magari ci si appassionano, si è comprensibilmente molto ridotta e sparirà se a settembre 2021 non ci sarà un posto dove pattinare a Varese».

E le allenatrici, che condividono ogni settimana gli sforzi delle loro allieve e delle famiglie, dovranno cercare lavoro altrove. Loro che, come dice Michela, «sono cresciute in via Albani e hanno nelle gambe quella tradizione di sacrificio e bellezza che la città rischia di perdere per sempre. Perché dopo un’altra stagione così, sarà davvero tutto da rifare».

Valentina Fumagalli

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