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Calcio | 21 febbraio 2021, 00:01

Mario Belluzzo: «I ragazzi sono la mia vita e la mia passione. E il Peo mi ha insegnato come lavorare con loro»

Uno degli allenatori più longevi del calcio varesino si racconta, dagli indimenticabili anni 90 all'odierno settore giovanile della Varesina: «Questa provincia è stata una fucina di talenti. Non dobbiamo mai dimenticare la scuola tracciata da Maroso, fatta di valori, semplicità, rispetto»

Mario Belluzzo oggi è il coordinatore tecnico del settore giovanile della Varesina

Mario Belluzzo oggi è il coordinatore tecnico del settore giovanile della Varesina

Dopo aver giocato qualche decennio fa in Promozione, Mario Belluzzo non si è accontentato di una vita tranquilla da impiegato, ma ha voluto studiare da allenatore professionista e allenare tante squadre in diverse categorie; oggi si mantiene giovane, di corpo e spirito, seguendo tutto il settore giovanile della Varesina e così facendo crescere i ragazzini, insegnando e trasmettendo la sua grande passione calcistica.

Mister Belluzzo, ci racconta la sua esperienza da allenatore?
Ho iniziato anni fa nel Bosto. Un'esperienza interessante, che mi ha davvero coinvolto. Negli anni successivi ho girato un po' di squadre, il Varese, la Pro Sesto, la Pro Patria, il Legnano, la Sestese, il Sud Tirol, il Bellinzago. Erano i "fantastici anni 90", anni in cui il calcio Varesotto era in fermento, con tante giovani promesse. Qualche nome? Paolo Vanoli, Ambrosetti, Cordone, Righi, Verderame, Castellazzi, Ligori, Macchi, Benin, Bonadei, Gandini, Gheller, Bollini... Questi sono solo alcuni, mi scuso per quelli che non ho citato ma la lista sarebbe troppo lunga. In generale, anni indimenticabili. 

Mister, facciamo un salto in avanti di qualche anno. Lei dal 2013 al 2015 tornò a Varese seguendo l'under 19; e nel rocambolesco campionato 2013-14 venne chiamato assieme a Bettinelli per salvare le sorti biancorosse in un vero e proprio annus horribilis...
Quella parentesi è stata molto difficile. Sinceramente i giocatori avevano già avvertito che la società fosse in difficoltà: erano molto demotivati, subivano molte pressioni. Con Bettinelli abbiamo cercato di rimettere in piedi una situazione complessa. I ragazzi ci hanno sostenuto e sin da subito hanno avuto fiducia in noi. Lo spogliatoio si è unito e la parola d’ordine era salvezza. Ragazzi fantastici, nessuno si è tirato indietro, abbiamo anche battuto il Siena di Mario Beretta che era fortissimo... 

E, ovviamente, il Novara ai playout. Ci racconta qualche aneddoto dei giocatori biancorossi degli anni della serie B?
Neto Pereira un super galantuomo, sempre disponibile, si è sempre messo in prima fila per il bene della squadra. Ebagua, una vera forza della natura, quando pressava era come un onda d’urto che ti travolgeva. Zecchin, il veneto fantastico, con un umorismo unico con quella sua cadenza dialettale... Era lui che "creava" il gruppo. Poi Pavoletti, un calciatore fortissimo: più veniva preso di mira dagli avversari, più si caricava a mille...

Poi la Varesina per guidare dal punto di vista tecnico il settore giovanile. Che rapporto ha con i giovani?
Allenare i ragazzi è la mia vita, la mia passione. Mi piace investire il tempo con loro e farli crescere. Non è facile, certo, ma alla Varesina ci sono tante squadre con bravissimi allenatori e abbiamo eccellenti impianti sportivi. Personalmente ho sempre privilegiato i percorso di maturazione del calciatore rispetto ai risultati. Non bisogna caricarli troppo di aspettative e metterli sotto pressione, altrimenti si va ad incidere troppo sul loro aspetto psicologico e si ottiene l’effetto contrario. Per i ragazzi la cosa primaria è che crescano facendo sport. La nostra provincia negli anni passati è sempre stata una fucina di giovani promesse: c'erano persone che investivano nel settore giovani e i ragazzi avevano società di riferimento. Poi nel tempo sono sparite le società, non si sono create strutture e abbiamo perso per strada qualche talento: un peccato. La Varesina sta costruendo molto in tal senso e mi auguro che anche a Varese nascano nuovi progetti: non dimentichiamoci la scuola tracciata da Peo Maroso.

Quali sono secondo lei gli allenatori di riferimento della storia biancorossa?
Nel cuore dei tifosi ci sono sicuramente Maroso, Fascetti e Sannino.

Cosa le ha trasmesso Maroso?
Il Peo è stato un punto di riferimento per me e per tanti altri. Mi portò al Bosto nel 1985. Poi, quando sono andato al Varese, tutti gli altri allenatori erano ex professionisti, mentre io non avevo giocato ad alti livelli: mister Maroso mi ha aiutato ad inserirmi nel gruppo, dandomi consigli ancora oggi attuali. Mi ha aiutato a capire il talento dei giovani, mi ha trasmesso il suo sapere, la sua empatia, e mi ha insegnato come valorizzare l’aspetto umano dei ragazzi con comportamenti semplici. Il calcio ha regole semplici, si pratica per stare in gruppo e socializzare; bisogna essere educati, rispettarsi. E si deve giocare anzitutto per divertirsi. I genitori non devono creare troppe aspettative e devono lasciar giocare tranquillamente i loro figli, avendo fiducia in noi allenatori che sapremo sicuramente tirarne fuori il meglio. Riuscirci è una gran bella soddisfazione che ripaga il nostro lavoro. 

Claudio Ferretti


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