Visioni Reali | 15 febbraio 2021, 00:01

Storia della movida varesina: dalla febbre del sabato sera ai lockdown. Con una domanda: come si ripartirà?

#VISIONIREALI - Nella quinta puntata della nostra rubrica il sentiero ci porta a seguire le orme del divertimento cittadino, in un’evoluzione che diventa un racconto fatto di tendenze, locali e protagonisti. «A Varese non c’è un cavolo da fare»: dopo il Covid sappiamo cosa significano davvero queste parole. La pandemia che finirà sarà anche un’occasione da sfruttare, pena il restare in un’eterna e dannata Footloose

Storia della movida varesina: dalla febbre del sabato sera ai lockdown. Con una domanda: come si ripartirà?

C’era una volta un giovane ragazzo che si trasferì in un piccolo paese di provincia. Un paese particolare, un paese che aveva deciso di bandire la musica rock e il ballo. 

Questo ragazzo aveva in mente una rivoluzione per il catatonico borgo: organizzare un ballo di fine anno, un evento che segnasse il tramonto dei divieti che imbrigliavano l’anima e le abitudini di quelle genti obnubilate da una morale pavida e indotta. Nel suo incedere il giovane si scontra con diverse difficoltà, con la mancanza di alleati - se non pochi e incerti - e con la testardaggine di autorità che tentano di mantenere l’oscuro status-quo. Ma alla fine vince: il ballo si fa. E il paese e le persone che lo abitano arrivano a comprendere che la libertà e il divertimento sono sali indispensabili di quella pietanza che chiamiamo vita.

In fondo, lo ricorda anche la Bibbia: c'è un tempo per ogni cosa sotto il cielo… un tempo per ridere, un tempo per piangere, un tempo per soffrire e c'è un tempo per danzare.

Quella appena sintetizzata è la trama del celeberrimo film Footloose, che nel 1984 descrisse la realtà di una piccola comunità rurale dell’Oklahoma. Piccola come Varese? No, un po’ di più. Ma anche la nostra città ha dovuto talvolta scontrarsi con i limiti della sua morale tradizionalista e provinciale, con le relative dimensioni delle sue proposte di socialità e con un’indole tesa a considerare l’imprescindibile e necessario pizzico di piacere come secondario rispetto ad altri valori.

A Varese non c’è un cavolo da fare. Quante volte abbiamo pronunciato o sentito pronunciare questa frase? Non è sempre stato vero. E, soprattutto, la storia della movida cittadina non manca di annoverare protagonisti alla Ren McCormack (il personaggio centrale di Footloose), così come scatti in avanti fatti di sogni, novità, visioni e rinascimenti.

Capire quale sia stata l’epopea del nostro bosino svagarsi è allora fondamentale al cospetto del bivio che a breve le nostre esistenze incontreranno: come ci risveglieremo, noi varesini, dalla pandemia che ha ridotto ai minimi termini la voglia di volare nel mondo

La Gatta. Prima del Big Ben…

Quello che resta de "Il Muro" (foto di M Amerelli)Il serbatoio della benzina pieno. O almeno i soldi nel portafoglio per riempirlo. La barra di navigazione puntata su sparute ma ben riconoscibili stelle polari, seguendo le quali sapevi di trovare la tua voglia di evadere e quella di tutti i tuoi simili. In testa dolci chimere emulative che accarezzavano tutti quei film che profumavano d’America come una torta di mele lasciata a raffreddare sulla credenza (da Grease in giù), i musical (Jesus Christ Superstar) e tanti ideali. E quella voglia di ballare, immaginandosi per una sera fighi come Tony Manero o Stephanie Mangano. Il pericolo: le droghe, l’alcol? No, il terrorismo.

Voilà gli anni ’70. Anche nella Città Giardino. Poche e selezionate mete attiravano i giovinastri del luogo. C’era lo Zodiaco, in via del Cairo, nello stesso posto che avrebbe poi ospitato diverse evoluzioni di locale-tipo declinato alla di volta corrente movida: una bussola all’ingresso, tre scalini,  una tenda ed ecco una pista illuminata alla Saturday Night Fever. Un solo obiettivo, in quelle serate: danzare. Ed ecco anche Il Muro (nella foto sopra di Mimmo Amerelli, ciò che ne resta oggi), verso la fine di viale Valganna, stesse coordinate di divertissement. Ma si potevano anche lambire i confini dell’impero, spingendo l’auto fino al Caminaccio a Capolago, oppure varcarli, navigandola fino a La Gatta di Bodio Lomnago, il cui nome - che coi felini aveva in realtà ben poco a che fare - suscitava un certo pruriginoso e libertino fascino.

La Varese contemporanea ha iniziato a divertirsi così e soprattutto colà. Le alternative non erano sconfinate e il cosmo della vita notturna non aveva ancora assistito al big ben che lo avrebbe dilaniato in micro-locali. Ma non si sentiva il bisogno di evadere verso la metropoli per passare una serata soddisfacente: bastava la cultura della musica, quella vera, capace di cementare interessi, discussioni e ritrovi.

La nascita della Piccola Brera

Non poteva durare per sempre: il mondo ha sempre corso - non lo fa solo oggi - portandosi a spasso il modo di divertirsi. Di più: si è sempre divertito a cambiarlo. 

Arrivano gli anni ’80 e le priorità si mettono a seguire un ordine radicalmente nuovo: è l’edonismo a conquistare la scena. Un pieno nel serbatoio e un film in testa iniziano a valere meno delle dieci lire: ora conta come ti vesti, come appari, cosa fai, che lavoro hai. Conta farsi vedere nei posti giusti, in una moviola esibizionista che si deve ripetere con le stesse azioni ogni sabato o domenica. Conta esserci. In corso Matteotti arrivano gli Yuppies. E la città muta pelle cercando di attirare la loro vanità: l’edonismo, ladies and gentlemen, è business tra i più puri mai inventati.

Lo si vede in primis nel food, termine che rubiamo al glossario dell’oggi. Lo Yuppie rampante ha il suo menu tipo. È un menu american style: hamburger, patatine e milkshake. E così arriva il Ciao, la prima gelateria cittadina a proporre quello strano e calorico miscuglio di latte, ghiaccio, sciroppi e zuccheri. E poi c’è l’Happy Burger in piazza dal Garibaldino, ispirato da un pellegrinaggio negli States: vado, torno e ti porto qui l’America. Il profumo dei panini si diffondeva per le vie del centro: si racconta di studenti che dal vicino istituto dei Salesiani saltavano - rischiando l’osso del collo e la pagella - la mensa per poter addentarne un boccone. E in viale Aguggiari c’è il Dorigos, anch’esso meta di costante pellegrinaggio.

È l’epoca dei locali: tanti, piccoli. Sbucano come fiori a primavera: appena uno dimostra di funzionare, ecco che il prato si riempie. Poi servono anche le idee, certo. Il Bottinelli (insieme ai fratelli) che vende vino sfuso a Bobbiate, vicino alla Sip, si chiede se non sia il caso di azzardare un’enoteca con somministrazione. La felicità, in fondo, è una bottiglia piena e sempre pronta per il gargarozzo, visto che per ora non contano le etichette: nasce l’Uva Rara di via Cavallotti. Marco Croci, detto il Crocino, figlio d’arte di colui che curava il catering del cavalier Borghi, decide di giostrarsi nella stesse lande professionali paterne: ecco il Clan Café, che poi sarebbe diventato il Conrad. Vicinissimo spunta il Balthazar, poco più in là il Cavallotti.

Benvenuti nella Piccola Brera di Varese. Un pezzo di Milano ricostruito su tre vie del centro storico, patria di quegli american bar che vanno a poco a poco a sostituire (non definitivamente) la discoteca e il ballo, meglio accordandosi alle esigenze del tempo. La miccia che accende un intero quartiere va riconosciuta nelle mani dei gestori della Brasserie, che fondano il Joy di via Vetera: è da lì che tutto parte. 

Lo stile? Ci pensa il maestro d’architettura Giani Pavesi a importare la city e i suoi vezzi, traducendoli in geometrie accattivanti come l’odore della notte e delle sue opportunità.

La gente sta dentro, ma anche fuori: davanti a ogni locale il popolo delle tenebre si ammassa, si mischia, si contamina. Le macchine non passano più (succederà anche a Sant’Imerio, dove nel frattempo è sorta la Vecchia Varese…): c’è posto solo per chi vuole divertirsi. 

Gli anni ’90 e poi il “tutto in uno”

La penultima decade del ventesimo secolo segna una traccia che non verrà più abbandonata. Qui come altrove. Gli anni ’90 marcano tuttavia anche il ritorno in auge delle discoteche: dove c’era lo Zodioco adesso arriva il Mozart (nella foto) e in centro a Varese si può rimanere sia per bere qualcosa che per poi danzare. Alla Brunella c’è l’Albert’s, vicino al lago si va alla Baia del Sole (una volta si chiamava Il Passatore), oppure al Filly’s a Bodio Lomnago e qualche tempo dopo al Village. Poi è vero che ci si spinge anche fino a Luino, dove c’è il Lido, una storia - prima bella e poi triste - che pare destinata a ricominciare.

La spinta dell’evoluzione ha ancora delle cartucce da sparare prima di arrestarsi e lo si ammira con l’avvento del 2000. Il locale tipo perde la connotazione settoriale (o bar, o ristorante, o discoteca) per aprirsi a un nuovo bisogno: l’avere tutto a propria disposizione in sole quattro mura. Risparmiando in tempo e guadagnando in esclusività. Useremmo la parola club, se non rischiassimo di intercettare anche altri significati. Il punto però è chiaro: la gente ora desidera fare l’aperitivo nello stesso posto in cui poi resterà a cena e poi ancora farà quattro salti. E allora il Mozart diventa Yan (con il suo Mini Beach nella versione estiva). Si vede il Film, ma non c’entra nulla con le pellicole cinematografiche: è un’altra mecca che suddivide il proprio calendario in serate, fasce diverse, volti differenti che rispondono a differenti modi di intere la vita sociale e il tempo libero. Tutto in uno.

Un concerto sul lago

Pensare col senno attuale a tutto ciò che abbiamo finora narrato fa una certa impressione. Dietro il nostro tempo c’è un racconto che, pur nel suo essere così cangiante di forme, colori tratteggiati ed eroi, mai avremmo immaginato potesse arrestarsi in una pagina improvvisamente bianca. Il Covid, costringendoci a chiudere noi stessi in solitarie enclavi anti-contagio, ha minato la nostra vitalità sociale, colpendo al cuore - al contempo - l’industria che la intercettava e la corroborava. È una guerra che stiamo ancora combattendo: un giorno finirà, lasciandoci prima il tempo di piangere sulle macerie, poi quello di ricostruire, infine la speranza di non averci sterilizzato per sempre. 

La ripartenza dovrà essere un’occasione anche per la movida varesina, che avrà il compito di combattere le eredità pandemiche dell’individualismo e della paura, di intercettare i nuovi bisogni e di evolversi come non le accade da tempo. Pena la morte del divertimento, un eterno Footloose in cui tutti noi ci spegneremmo definitivamente.

Ripartire da dove? Innovazione, intrattenimento, cultura. Anzi, la buttiamo lì subito: oggi la cultura è divertimento. Ed è un essere multiforme per antonomasia. Lo aveva capito undici anni fa il Twiggy di via De Cristoforis, con la genialità che hanno in dote solo i precursori. Oggi la sua storia è finita e l’implosione lascia un vuoto in tutti coloro che hanno amato la sua libertà d’interpretazione e la sua capacità d’accoglienza. Avrebbe potuto essere un locale guida per la movida del futuro: forse lo sarà il suo esempio, per gli imprenditori che prima o poi proveranno a rilanciare le sfide.

Ma non di sole iniziative private si dovrà vivere. La spinta dovrà essere anche pubblica, raccolta da amministrazioni comunali che avranno il dovere di creare i presupposti per il ritorno della primavera. Varese ha delle carte da giocare che altro non sono che le sue peculiarità più riconosciute: i parchi, le ville, il lago. Sono questi i teatri naturali da sfruttare seguendo il filone già collaudato del Festival del Paesaggio, Nature Urbane, in una chiave che però sappia intercettare maggiormente i giovani d’oggi e i giovani di domani

Ci mancano i concerti, come l’aria che una volta respiravamo. Chi ha qualche anno nelle gambe e nel cuore ricorda l’entusiasmo per Miriam Makeba (nella foto in alto) al Sacro Monte, i Freak Power ai Giardini Estensi, Vasco all’Ippodromo e Baglioni al Franco Ossola. Come dimenticare, più recentemente, la folla oceanica (nella foto a lato) in piazza Repubblica per Gigi d'Agostino? E si narra che un privato e vulcanico cittadino, un giorno di ben più di qualche anno fa, sia andato a bussare alla porta del sindaco dell’epoca per proporgli di invitare il maestro Ennio Morricone a tenere un concerto su una piattaforma in mezzo al Lago di Varese. Fu preso per pazzo. E Morricone nel frattempo ci ha lasciati.

Cosa risponderebbe il sindaco di oggi? E quello di domani? Tornerà il coraggio di rischiare? E di fare un bar sulla Torre Civica? Chi avrà la visione reale di una città che per uscire e divertirsi non sarà costretta a migrare verso Milano? Chi saranno i Crocino e i Bottinelli del 2000?

Troppe domande? E allora torniamo a un’affermazione, quella da cui tutto è iniziato. A Varese non c’è un cavolo da fare. Ecco: dopo un anno (and counting, direbbero gli inglesi) di lockdown a impilarsi l’uno sull’altro, forse adesso abbiamo davvero compreso cosa voglia dire non avere un cavolo da fare.

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