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Varese | 01 gennaio 2021, 10:35

L'OPINIONE. Il fioretto per il 2021: un bel lockdown dei social. Per dire la nostra andiamo al bar e confrontiamoci faccia a faccia

Abbiamo lavorato, studiato, chattato, flirtato, litigato e fatto la pace via web: ci è parso di accorciare le distanze ma abbiamo scavato voragini tra noi e gli altri, bannando chi la pensa diversamente. Eppure bastano un pipistrello stronzo e il suo virus a metterci in crisi

L'OPINIONE. Il fioretto per il 2021: un bel lockdown dei social. Per dire la nostra andiamo al bar e confrontiamoci faccia a faccia

Il 2020 se ne è andato senza alcun rimpianto. 

Anno bisesto, anno funesto dicevano i nostri nonni che sapevano fare tesoro degli insegnamenti della storia. La loro e quella di chi li aveva preceduti. Noi invece preferiamo fare riferimento ai social e ai nuovi media, dove si trova tutto e il contrario di tutto. Compresi gli oroscopi per il 2021 che qualcuno compulsa con spasmodico impegno alla ricerca di indizi che lascino presagire ciò che in realtà sperano. Non si ricordano che lo scorso anno, di questi tempi, astrologi paludati e non raccontavano una narrazione assolutamente diversa da quella che poi ci hanno riservato gli ultimi dodici mesi. 

Qualcuno ha detto che ieri è storia, domani è un mistero, l’oggi è un dono. Ed è proprio per questo, aveva anche aggiunto, che si chiama “presente”. Lasciamo perdere il 2020, smettiamola di fantasticare sul 2021 e concentriamoci su cosa siamo oggi, su quello che abbiamo e su ciò che ci manca. Sono queste le basi del nostro futuro, prossimo o remoto, non importa.

Allo scoccare della mezzanotte sono saltati meno tappi di spumante. E non perché sia aumentata la percentuale degli astemi: è aumentata, e di molto, quella delle persone che ci hanno lasciato. Secondo l’Istat nel 2020 sono morte 84.000 persone in più rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Non sono numeri: sono uomini e donne, storie, affetti, famiglie, compagni di lavoro, imprese. Una Spoon River infinita che il Covid lascia dietro di sé. E siamo tutti più poveri, perché il Pil, forse, tra alti e bassi potrà anche risalire la china e tornare a livelli accettabili, ma quegli 84.000 volti li ritroveremo solo al cimitero, non potranno più raccontarsi, non ci potranno più insegnare, non ci potranno più coccolare.

A mezzanotte i tappi di spumante nella stragrande maggioranza sono saltati in remoto, come si dice adesso. Significa che io stappavo la bottiglia qui e tu rispondevi “Auguri” a chilometri di distanza, uniti solo dall’esile filo della connessione Internet. Abbiamo lavorato, studiato, chattato, flirtato, litigato e fatto la pace via web. Ci è parso di accorciare in questo modo le distanze, in effetti abbiamo scavato voragini tra noi e gli altri. Già eravamo impegnati da tempo a chiuderci nel nostro mondo fatto di rassicuranti certezze e abitato solo da chi ammettevamo noi. Ora l’accessorio si è fatto centrale. E il messaggio che ci contamina è devastante: l’altro, lo scomodo, il diverso, quello che la pensa in modo diverso da me esiste solo fino a quando io lo “banno”.

Anche i classici auguri scambiati tra il tintinnare dei calici quest’anno sono stati meno convinti. Abbiamo imparato, nostro malgrado, di non essere padroni del mondo, della natura, della nostra stessa vita. Non siamo i supereroi che l’onda consumistica ci aveva fatto credere. Siamo deboli. Bastano un pipistrello stronzo e il suo virus a mettere in crisi un’intera civiltà, a chiuderla in casa, a fermare le fabbriche e le scuole, a svuotare cinema e teatri, ad affamare la cultura. Chi se la sente di augurare cosa, di questi tempi? Che il vaccino faccia piazza pulita delle nostre paure? Che il mondo torni come prima? Che l’orchestrina del Titanic globale intoni l’ennesimo valzer e poi se l’iceberg si avvicina chissenefrega?

Eppure non si vive senza sogni, non si vive senza auguri. E allora auguriamoci che Varese esca a testa alta da questa pandemia. Che la prova vergognosa di colpevole disorganizzazione messa in mostra dai vertici della sanità lombarda, prima nella fase primaverile, poi nella tragicomica campagna per la vaccinazione anti influenzale, abbia insegnato qualcosa ai cervelloni di Palazzo Lombardia.

E auguriamoci anche che la campagna elettorale per le amministrative non si trasformi in uno scontro di campo frontale, teso più a screditare l’avversario che a tracciare possibili soluzioni per i tanti problemi. Qui qualche segnale incoraggiante, se Dio vuole, si scorge. Galimberti e Maroni, i due capisquadra, sono persone di buon senso, poco sensibili al fascino della polemica. La speranza è quella che tengano a bada i loro supporter, spesso più inclini a tweet da 150 caratteri che ai discorsi compiuti. 

Anzi, perché non lanciare l’idea di un buon proposito di inizio anno? Un fioretto come dicevano i preti del catechismo. Un bel lockdown dai social. Sei mesi di disintossicazione mediatica. Se uno proprio vuol dire la sua, vada al bar ed esprima il suo pare di fronte agli avventori. Mettendoci la faccia (con mascherina fino a quando sarà necessario, ovviamente) e aspettando a piè fermo le contestazioni immediate. Si aiuterebbero l’igiene sociale e anche i bilanci dei bar. Non mi pare poco.

Marco Dal Fior

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