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Opinioni | 23 dicembre 2020, 09:18

L'OPINIONE. Cara Varese, dall'ex Malerba all'ex Aermacchi dov'è la memoria del luogo?

Perché non unire storia e tecnologia, trasformando l’hangar nel museo Aermacchi e mettendo accanto ai cimeli simulatori di volo che facciano capire ai visitatori come si pilotava un caccia o il M.C. 72 di Agello detentore del record mondiale di velocità su idrovolanti, come lo si costruiva e provava sul lago di Varese?

L'OPINIONE. Cara Varese, dall'ex Malerba all'ex Aermacchi dov'è la memoria del luogo?

«Te scrivi rabbiôs, Carlin, dal mè stanzin depôs al campanin de San Vittor di legnamee. Chi de dree l’è trii mes che fann tonina di cà de Milan vècc: e picchen, sbatten giò camin, soree, finester, tôrr e tècc, grondaj, fasend on catanaj in mezz a on polvereri ch’el par propri sul seri la fin del mond». 

(Emilio De Marchi, “Milanin Milanon”, 1902).

Scriveva arrabbiato, il buon Emilio De Marchi, nel vedere la sua Milano d’un tempo sventrata dal “piccone del rettifilo”, come lo definì Gian Pietro Lucini, per far posto a palazzoni, piazze, «su e giò per i tranvaj, su e giò per i vapor», in un gran putiferio di strade nuove e portici abbattuti. E non era ancora la Stramilano del 1930, di mussoliniana memoria, dove «ogni vicolo fu, strade non ce n’è più, con lo sfondar son tutti boulevard».

La cementite acuta, malattia mai domata contro la quale non c’è vaccino, assale da sempre politici, amministratori, architetti più o meno star, impegnati a progettare falansteri con la scusa della modernità e delle comodità, di lasciare un segno, un monumento in vita alle loro prodezze urbanistiche.

Varese, almeno in teoria, si sta apprestando a una piccola rivoluzione, una sorta di “Varesin Vareson” tutto da interpretare: lavori (non si sa fino a quando fermi) alle stazioni, rotatorie in largo Flaiano, Caserma sempre lì pencolante ma c’è un progetto, teatro sì teatro no al Politeama, nuovo parcheggio a Giubiano, rifacimento in piazzale Kennedy con voragine forse riparata, tutto nelle intenzioni per snellire il traffico e regolamentarlo, dopo anni di assoluta anarchia, con l’anacronismo mai sanato dell’autostrada che entra in città.

E poi lo snodo di via Gasparotto, con il mostro dell’Esselunga che protende i suoi tentacoli, l’ennesimo ipermercato sorto sulle ceneri dell’ex Malerba, solito compromesso all’italiana, con io offro questo e tu mi concedi quest’altro. Ecco in cambio due rotondone da far impallidire la buonanima di Fred Bongusto, migliaia di automobili pronte a invaderle riversandosi dappertutto, con buona memoria della città giardino o “in un giardino” come insiste a definirla il vice sindaco Daniele Zanzi

Possibile che ogni volta che capita un’area dismessa da riqualificare si pensi solamente a supermercati e parcheggi, rotonde e strade nuove, e mai a parchi, aree verdi con giochi per i bambini, spazi culturali per i giovani, toh, magari un bel campo di bocce per la terza età? 

Possibile. Tant’è che si vorrebbe piazzare un altro supermercato all’interno dell’area ex-Aermacchi ex-Cagiva, oltre alla piscina olimpionica, dopo aver buttato giù tutto, che del sudore e della memoria di operai e di manufatti che hanno dato gloria alla città non importa un fico secco a nessuno.

Scrive l’architetta Katia Accossato, che studiò attentamente il comparto Aermacchi qualche anno fa: «Le persone che avevano costruito l’Aermacchi avevano sicuramente i connotati esplicitati da Le Corbusier. (…) È possibile riconoscere delle precise tipologie costruttive. L’hangar principale di circa 4.600 mq affacciato su via Sanvito, ha adottato la soluzione di travi reticolari tridimensionali costituendo una struttura leggera che riesce a coprire luci molto importanti e ad accogliere grandi aperture. È un edificio con delle proporzioni molto interessanti. Ed è anche e soprattutto nelle proporzioni che sta la qualità di questi spazi, vera memoria del luogo».

Memoria, appunto. Ciò che manca ai varesini, schiavi come tutti in Italia del modello americano del gigantismo, in cui ogni cosa è mega e iper, dove si demolisce e stop, senza pensare al passato ma soltanto al presente in forma di profitto. Dove vuole andare Varese? Perché non difende la sua storia e la cancella omologando ogni cosa al brutto imperante, fatto di capannoni, parcheggioni, mercatoni tomba della socialità e trionfo del consumo? Ovvio, non si può salvare tutto il complesso, oltretutto occorre bonificare dall’amianto, ma perché non tutelare la parte storica dello stabilimento, trasformando l’hangar nel museo Aermacchi, unendo la storia alla tecnologia, mettendo accanto ai cimeli simulatori di volo che facciano capire ai visitatori come si pilotava un caccia o il M.C. 72 di Agello detentore del record mondiale di velocità su idrovolanti, come lo si costruiva e provava sul lago di Varese? Per esempio.

Così si protegge il nostro vissuto, non inserendo nel nuovo progetto un altro supermercato, con il Carrefour a duecento metri e l’Esselunga di Masnago a due chilometri. Si creerebbe l’ennesima isola di cemento, fuori contesto e scollegata alla città, una follia consumistica, una sorta di no man’s land priva di identità storica e culturale, in una zona che vide il fiorire del Palace Hotel e del Kursaal, con la funicolare che partiva da via Sanvito per arrivare sulla sommità del colle Campigli, e poi lo sciamare di centinaia di operai che contribuirono a far risuonare il nome della nostra città nel mondo.

Varese non può e non deve essere una sequenza di supermercati, rotonde e parcheggi, serve ripensare completamente la politica del verde urbano, implementando le aree verdi all’interno dei progetti di riqualificazione, con piste ciclabili vere e non segnate per terra con l’asfalto rosso, spazi per il divertimento e lo sport all’aria aperta, aree deputate alla cultura, con piccole biblioteche e videoteche, sale per ascoltare ed eseguire musica e allestire mostre d’arte e di fotografia.

Spazio ce n’è a volontà, manca la testa. E manca da anni, dalla demolizione del Teatro Sociale e delle funicolari, dallo smacco del mancato Guggenheim a villa Panza, dalla demolizione del Mercato coperto, dagli infiniti balletti per la riqualificazione della Caserma Garibaldi. Per far sì che Varese rientri “nel giardino” servono politici illuminati che sappiano distinguere tra speculazioni e benefici per la città e qualità della vita. E i consigli di intellettuali, imprenditori e professionisti che vedano oltre l’omologazione e la standardizzazione del pensiero. Tempo ne rimane sempre meno, la lotta contro il Covid-19 ci obbliga a ripensare il nostro modo di vivere, che non dovrà più prescindere dalla tutela ambientale e dall’abbattimento dei consumi e dell’inquinamento. Ce la possiamo fare, ma occorre darsi una mossa, e subito.

Mario Chiodetti

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