Visioni Reali - 14 dicembre 2020, 00:01

Piazza della Repubblica: da non luogo a piazza della Rinascita

#VISIONIREALI Il terzo appuntamento della nostra rubrica ospita la parabola di un'area a lungo controversa e oggi pronta a mutare volto, dopo diverse transizioni che ne hanno smarrito l’identità. Quella che un tempo fu piazza Mercato si sta giocando il proprio futuro: perché non ancorarlo alla Visione nuova della nostra città?

Piazza mercato Varese foto storica

Una foto storica della prima versione di piazza Repubblica, quando c'era il mercato

Una piazza è come la mamma, ti accoglie sempre. Ti vuole bene e sa sempre essere diversa, colorata o grigia, malinconica o fibrillante, sempre pronta a consolare. Somiglia a un viso, ha rughe e sorrisi, lacrime e ammiccamenti, strizza l’occhio e alza il sopracciglio, ma alla fine ti abbraccia.

Sempre.

Una piazza è uno specchio, riflette lo stato d’animo di una città,  l’umore, il grado di civiltà, la passione per la sua storia e il carattere di chi vi abita, appare immobile e in realtà non sta mai ferma, cambia pelle ogni giorno, vive o muore in consonanza con chi la frequenta, perché le sue pietre, gli alberi e le panchine vibrano come antenne.

Una piazza è un libro aperto, in cui scriviamo il racconto delle strade, dei quartieri, dei negozi, le parole della nostra vita, in fondo uno spazio aperto da riempire con i sogni.

Se si intende discettare di quelle aree libere e spaziose che in ogni città, da sempre e ovunque, macchiano il dedalo delle strade, interrompendone la fluida narrazione come un punto fa in un discorso, iniziare da queste parole significa gettare delle fondamenta. Significa - almeno per un attimo - spogliare un luogo delle sue coordinate oggettive (fisiche, geometriche, architettoniche) al fine di guardargli davvero nel profondo, rendendolo provvisto di quei sensi con i quali noi stessi a lui ci approcciamo.

La piazza, in effetti, non è solo un luogo: ben lo comprendeva il giornalista e studioso varesino Mario Chiodetti, che - con le pennellate qui sopra riportate - dava il là a un poetico e nostalgico articolo comparso sulle pagine de La Provincia di Varese alla fine di gennaio 2015

La piazza di Chiodetti non era solo la piazza ideale, una sorta di Sublime settecentesco cui tendere al massimo delle proprie aspirazioni: era il vestito di sogni, di vissuto e di ricordi con cui pietosamente coprire le vergogne di una piazza ferita, abbandonata, persa. Una piazza realmente esistente. Una piazza varesina. Piazza della Repubblica.

Una piazza è uno specchio, riflette lo stato d’animo di una città. Nel 2015, ormai da quasi un anno, Varese aveva davvero iniziato a chiedersi cosa fare di quel sito così centrale eppure così avulso dalle proprie connotazioni. Lo aveva fatto dopo lustri in cui si era accontentata di abbandonarsi agli eventi, alle visioni parziali, alla ruggine di un tempo cui si smette di dare significato: ripassata, quasi per caso, davanti a quello specchio, si era vista brutta, sciatta, irriconoscibile. E ha deciso di agire.

GLI OCCHI DEI BAMBINI DI IERI

Per decenni, fin dal culmine del diciannovesimo secolo, piazza della Repubblica riflesso di Varese - e delle sue necessità - lo era stata per davvero. I ragazzi di un tempo che fu la ricorderanno ancora oggi viva e pulsante nella sua forma primordiale, quella di piazza Mercato. I banchi multicolore, i chioschetti, il pellegrinaggio di carretti trainati da cavalli e colmi di ogni ben che il Dio dei campi faceva germogliare, comandati in resta dai casbenatt o dai bobbiatesi, in uno dei tanti derby (non certo l’unico) della frutta e della verdura più buona. E poi le giostre, i bambini curiosi attaccati ai cappotti dei grandi, i saltimbanchi, i tigli, le voci dei soldati che uscivano dagli androni della Caserma Garibaldi

Allora Piazza della Repubblica era Varese. Quella Varese. La sua parte più popolare e forse più autentica. Era il simbolo di un mondo contadino ancora preponderante: tutti, o tanti, avevano un pezzo di terra da coltivare e quindi verdura da vendere. E il mercato non poteva che essere il centro di questi scambi e dell’esistenza semplice che vi fioriva intorno.

I bambini curiosi di quei tempi, gli ultimi che hanno fatto in tempo a godere di uno spettacolo di vita semplice e rigogliosa, oggi padri di famiglia e uomini del mondo, nella stessa piazza ci hanno poi fatto sostare le loro auto. Sopra, non sotto come accade oggi. Ancora Chiodetti: «…era la piazza dove il sabato noi ragazzi, bulletti neopatentati, parcheggiavamo la 126 arancione per farci poi vedere in corso: la macchina messa lì ci dava un senso di conquista, un pezzo di Varese era nostro, lì solo qualche anno prima andavamo a far la spesa con la mano in quella del nonno, e il Lungo Francesco ci regalava una mela, rossa e profumata». 

Piazza della Repubblica era diventata una spianata per ricoverare la stanchezza dei motori e ospitare la frenesia consumistica degli anni rampanti, che imponeva comodità, velocità, tanti fatti e pochi fronzoli. A suo modo lo specchio non si era ancora infranto, o meglio, non inquadrava ancora uno sconosciuto. Varese, e tutta Italia con lei, aveva abbandonato il suo passato per iniziare a correre. Verso dove? Non era importante chiederselo…

I ventenni o i trentenni che si affacciano oggi all’esistenza adulta, invece e infine, piazza della Repubblica l’hanno conosciuta nella sua ultima transizione. Tre i capisaldi: il centro commerciale Le Corti, il silos sotterraneo e il rudere dell’ex Caserma a fare da pericolante sfondo. Contorni che hanno via via assunto maggior sostanza a discapito del centro, spogliato di ogni essenza, diventato una spianata vuota di mattoni, inutile esercizio architettonico. Piazza d’armi, si suole dire. Residuo legame con il passato il monumento ai Caduti, anch’esso però periferico rispetto a un luogo che - al netto delle esigenze commerciali ben rappresentate nell’epoca delle grandi strutture, del tutto in un unico posto - aveva abdicato al suo ruolo di rappresentanza, di specchio, di spazio aperto da riempire con i sogni. Se volto era, lo era di una Varese completamente smarrita in un mediocre anonimato.

IL BUIO E POI LA LUCE

L’inizio del buio, verrebbe da scrivere rammentando il titolo di un bel libro di Walter Veltroni, una notte artica di un inverno durato almeno vent’anni. Poi, come una goccia che fa traboccare il proverbiale vaso, nel caso di specie ricolmo di bruttezza, degrado ed episodi censurabili, ecco il dibattito, ecco le idee, ecco i progetti: nel 2014 la luce della ragione si è finalmente riaccesa.

Fare la cronistoria di quanto si è detto e scritto e pensato e programmato e ventilato e - infine - messo nero su bianco negli ultimi cinque anni è persino complicato. Il risveglio della consapevolezza nelle istituzioni (Comune, Provincia, Regione) ha inizialmente partorito la redazione di un mastodontico masterplan, documento amministrativo che avrebbe introdotto il totale rifacimento della piazza, contorni compresi: una nuova Caserma Garibaldi, che sarebbe diventata biblioteca, un nuovo teatro in luogo dell’Apollonio tenda, e persino un nuovo edificio al posto dell’ex Collegio Sant’Ambrogio, da rasare al suolo per far sorgere complessi residenziali e commerciali che avrebbero aiutato a finanziare l’intera, costosa opera, rimpolpando i già ingenti contributi pubblici.

Si indisse addirittura un concorso di respiro internazionale, con ben 230 proposte di riqualificazione arrivate da ogni parte del mondo. Quindici i progetti selezionati, due in sintesi i vincitori: lo studio Galantino di Milano per piazza ed ex Caserma e lo studio di Fernando Pardo Calvo di Madrid per la parte inerente il nuovo teatro e il complesso di via Ravasi (ex Collegio Sant’Ambrogio).

Tale opulenza ristrutturale, tuttavia, in un secondo momento si è scontrata con dubbi, costi esagerati, opposizioni e soprattutto cambiamenti di casacca politica che hanno portato a una revisione degli intendimenti e dei piani originari.

Da Masterplan ad Accordo di programma, da sogni forse troppo grandi alla realtà. Nemmeno disprezzabile, in verità: ogni cambiamento deve partire dai blocchi, cioè da zero. Le certezze odierne sono il ritorno del mercato, su una nuova pavimentazione e in una geometria finalmente sprovvista degli odiosi gradoni, e il completo restauro dell’ex Caserma Garibaldi, che diventerà non solo la nuova biblioteca civica, ma polo culturale a 360 gradi, ospitando l’Archivio del Moderno direttamente dall’Accademia di Architettura di Mendrisio, un traguardo raggiunto battendo la concorrenza di Novara e Como. 

Il teatro? Pare si voglia puntare sull’ex Politeama, eliminando semplicemente il tendone dalla nostra piazza. Via Ravasi? Il Collegio Sant’Ambrogio? Nessun abbattimento, Dio sia lodato: l’obiettivo è una ristrutturazione che non ne modificherà la destinazione culturale, in accordo con l’Università dell’Insubria che ha deciso di non perdere il suo legittimo posto al centro della città (leggi qui).

UN CENTRO NUOVO PER UN NUOVO CENTRO

Cosa invece al centro, oltre al mercato, ovvero a quello che siamo stati? Non è ancora dato di sapere e, a noi, in questa sede, interessa fino a un certo punto. Il punto è un altro: piazza della Repubblica deve risollevarsi anche, se non soprattutto, dal punto di vista funzionale. Se Varese si è ri-scoperta centrale grazie alle infrastrutture (leggi qui) e ha capito che può inseguire il proprio futuro connotandosi come città universitaria, città della salute, città turistica e città dello sport (leggi qui), allora abbisogna di uno snodo nevralgico che colleghi tutte queste peculiarità. Una sorta di cervello che sappia far funzionare gli altri organi, diventando approdo e simbolo.

Quale luogo meglio di questo? Piazza della Repubblica è geograficamente (e dal punto di vista viabilistico) un biglietto da visita: a essa si giunge e si giungerà comodamente dall’autostrada, è a un tiro di schioppo dal comparto stazioni in rinnovamento e alle sue radici nasconde il parcheggio più capiente della città. Perché allora non avere la Visione Reale di una piazza da cui partano navette, completamente ecologiche, che trasportino cittadini e visitatori verso Bizzozero e le varie ramificazioni dell’ateneo cittadino, verso l’ospedale e le altre cliniche, verso il Sacro Monte, il lago, le ville Liberty e i parchi cittadini, verso il palazzo dello Sport (con il futuro Museo del Basket) e lo stadio?

Ma non solo di trasporto pubblico si può vivere. E allora perché non riproporre un servizio di bike sharing come si deve, con regole di accesso che acuiscano il senso di responsabilità degli utenti, evitando quelle storture avvenute durante le sperimentazioni del recente passato? E perché non suggellare il tutto con pannelli fotovoltaici ad alimentare l’energia necessaria, dando un senso green a una città che da sempre si definisce Giardino e agli occhi dei forestieri tale dovrà sempre essere?

La Varese nuovo centro deve avere un centro nuovo: piazza della Repubblica è lì per questo. È lì per allargare il piccolo cuore di questa città, anche nelle percezioni della sua gente, che oggi - abbandonata piazza Monte Grappa verso il silos e le Corti - già si sente lontana dall’ombelico del suo mondo. Un esempio tra tanti: le celebrazioni della Festa di Sant’Antonio, l’unica, autentica ricorrenza popolare varesina. Il loro fulcro in piazza della Motta non è in discussione per motivi storici e non solo, ma per quale motivo esse devono rimanere lì confinate senza coinvolgere il resto dei paraggi - piazza della Repubblica compresa - in quella che non è solo la festa di un quartiere quanto piuttosto di una città intera? Forse perché da una parte ci sono sempre stati luce e senso e dall’altra buio progressivo e smarrimento?

Nonostante ciò che ha passato, nonostante lo stato comatoso che l’ha imprigionata immobile per troppo tempo, nonostante gli scempi chirurgici a cui sono stati sottoposti i suoi mattoni, la più grande fortuna di piazza della Repubblica è quella di essere ancora un quaderno bianco, tutto o quasi da scrivere. Può diventare un figliol prodigo per noi varesini, a patto di aguzzare l’ingegno e di non perdere né tempo, né la spinta della fantasia. Le premesse attuali sono ottime, ma servono dei passi ulteriori in avanti. Serve un nuovo racconto, un qualcosa che arrivi addirittura a prescindere dagli elementi fisici che andranno a comporne la tridimensionalità. 

Fosse solo per quelli, noi piazza della Repubblica la immaginiamo coperta di un prato verde, oppure ospitante un grande acquario che faccia onore alla provincia dei Sette Laghi, un acquario mondiale della flora e della fauna d’acqua dolce.

E poi le cambieremmo il nome: piazza della Rinascita.

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