Visioni Reali | 30 novembre 2020, 00:01

Cara Varese, cosa vuoi essere da grande?

#VISIONIREALI - Nel secondo appuntamento della nostra rubrica immaginiamo insieme quattro possibili vocazioni per la città del futuro. Università, salute, turismo, sport: i germi della crescita sono già qui, basterebbe guardarli e non solo vederli. Ma soprattutto ben comunicarli

Cara Varese, cosa vuoi essere da grande?

«Non siete altro che un mazzo di carte…» disse Alice (sì, quella Alice…) alla fine del processo, ritrovando la giusta misura della realtà a sintesi di un viaggio che le aveva riservato paradossi, assurdità e non sensi in rapida serie.

Non tutte le gite nei paesi delle meraviglie sono però costretti o destinati a finire così, ovvero nella ricognizione di un qualcosa che non esiste, di un bello che si ritorce in brutto e in un’unica, perentoria e non appellabile verità. 

La ricerca del fantastico può infatti essere anche meta, non solo aspirazione: il sogno la alimenta, poi diventa desiderio, cammino, fatica, possibilità, risultato.

Così è, o vorrebbe essere, la Visione Reale che tende alla Varese incredibile: un traguardo che, da fantasia incapace di immaginare nient’altro che la perfezione, sappia arrivare a un futuro concreto, limpido, a tutti disponibile e per tutti godibile.

Nella prima puntata abbiamo capito che la rivoluzione geografica e filosofica che prende la condanna a perenne periferia e la trasforma in nuovo centro è possibile solo a patto di considerare le infrastrutture come una non derogabile scintilla esistenziale. Treni, strade, collegamenti intelligenti e ramificati, assenza di code, libertà di andare, venire e soprattutto tornare: tutto parte da essa. Ma non è sufficiente.

Per Seneca “nessun vento è favorevole al marinaio che non sa in quale porto vuol approdare”. Tradotto alla bosina quasi 2000 anni più tardi: dove vuole andare la Città Giardino nei prossimi lustri? Cosa vuole diventare da grande? Quali sogni custodisce nel suo cassetto?

DOVE SONO GLI STUDENTI?

Ogni vocazione è una disposizione d’animo autentica e attuale che induce a determinate scelte: è, insomma, un piccolo capolavoro già compiuto ma ancora nascosto. La Varese del futuro conosce già la sua professione, ha già dentro di sé i germi della sua crescita. Ed essi sono già visibili a coloro che sanno usare gli occhi, a chi sa guardare e non solo vedere. 

Per esempio: quante obiezioni incasseremmo se ipotizzassimo per la nostra città una connotazione universitaria? I numeri parlano chiaro: siamo una cittadina di 80.694 abitanti (dati 2017) che ha una popolazione “accademica” pari a 7019 studenti (2017), tanti sono gli iscritti all’Università degli Studi dell’Insubria nella sede di Varese. Di essi il 23% arriva da altre province lombarde, il 6,2% da altre regioni, l’1,4% dalla Svizzera, lo 0,6% da paesi esteri (2019). Significa che l’ateneo fondato nel 1998 sta perdendo sempre di più la dimensione di università della porta accanto per acquistarne una ben più autorevole: quella di università che viene scelta all’interno di un vasto bouquet di offerte.

L’inseguimento di tale connotazione, però, non è solo questione di cifre impilate una sull’altra, ancorché testimonianti una crescita. L’essenza di una città universitaria sta anche - se non soprattutto - nel mettere gli studenti al centro. Al centro di un progetto, al centro della stessa città, al centro dei suoi servizi, al centro delle sue scelte. 

Absit iniuria verbis (ovvero: nessuna presunzione di paragonare realtà, tradizioni e numeri che non sono paragonabili tra loro): a Pavia gli studenti li vedi ovunque, a ogni crocicchio, a ogni bar, a ogni evento, spesso cucito su misura per loro da una comunità che gli stende tappeti rossi. Qui no. Qui gli studenti non si vedono. O meglio: sono confinati.

Intendiamoci, Bizzozero non é esattamente la Barbagia che una volta veniva evocata a mo’ di minaccia dai commissari di polizia come punitiva collocazione per i sottoposti indisciplinati: è luogo di una sede che nel tempo si è dimostrata funzionale, ben sfruttata e capace di evolversi alla stregua delle migliori cittadelle universitarie. Essa però - nella sua esclusività - tiene gli studenti lontani, separati dal cuore della vita cittadina.

Riportiamoli al centro. Aggiungendo, non togliendo. Ben vengano allora due progetti a indicare che siamo sulla strada giusta e che il sogno si è fatto cammino: il campus diffuso di Biumo, con 64 posti letto che daranno a chi studia una dimora tutt’altro che periferica, a un letterale passo dai locali e da tutti i servizi, e la riqualificazione dell’ex Caserma Garibaldi (nella foto qui sopra), futura biblioteca e palazzo della cultura a tutto tondo.

Un quartiere fragile e parzialmente degradato e un rudere: la Varese universitaria riparte da essi, da un brutto che non si dà per vinto fino a diventare bello (e chi sa se questo non sia solo l’inizio…?) 

UN’ALLEANZA PER LA CURA

Anche la seconda, possibile vocazione ha già un copione che la legittima. Non solo: anche una posizione. Fateci caso, mentre percorrete l’A8 verso Varese: fino al curvone di Gallarate, le montagne sono un punto dell’orizzonte maestoso (da sua maestà il Rosa) ma lontano, mentre - all’esito dell’ansa - ecco un altro paesaggio, ecco altre montagne. Più piccole, più verdi, ma soprattutto più vicine.

Quelle dolci alture che guadagnano scena sulla pianura e caratterizzano il nostro palcoscenico naturale sono sempre state sinonimo di una salubrità che i forestieri di varie epoche sono andati cercando. I milanesi si sono perfino costruiti l’autostrada per arrivarci più in fretta.

Sarà l’aria buona, ma sarà anche la storia: la Città Giardino - e non solo per meriti di geografia fisica - è sempre stata all’avanguardia nel settore della sanità, ben inserita in un contesto regionale non da meno, al netto di alcuni recenti accadimenti. Il professor Alessandro Dumassi ci racconta di un ospedale fondato da frate Alberto da Bregnano addirittura nel 1173, sito nel quartiere di Bosto, all’inizio di una transizione - durata secoli - che vide tali complessi assurgere alla moderna fisionomia di luoghi di cura e non più di semplici ospizi per indigenti e pellegrini.

Quasi novecento anni dopo a Varese ci si continua a curare bene. Nel pubblico ma anche nel privato, in un fiorire di investimenti che nel tempo ha fatto e continua a far sorgere diversi centri specializzati (nella foto, l'ex casa generalizia della Congregazione Ancelle di San Giuseppe Lavoratore, futura clinica Isber).

Dall’alleanza tra le due sfere può quindi nascere una nuova connotazione territoriale: diventare per lombardi, italiani in generale e svizzeri (in concorrenza con le strutture ticinesi, soprattutto di prezzo) il luogo in cui varietà, velocità ed eccellenza delle cure si uniscono. Basterebbe farlo sapere al mondo…

IMPERATIVI CATEGORICI E NIRVANA PER GHIOTTONI

Già, perché poi è sempre un po’ quello il nodo centrale: come e cosa comunichi. Lo si comprende appieno tendendo la barra a dritta verso un’altra vocazione tutt’altro che velleitaria, quella turistica. Solo vent’anni fa Varese nemmeno ci pensava al turismo, non gli serviva. E l’idea di promuoversi sotto tale aspetto quasi cozzava con la sua praticità ben declinata in altre virtù: bella era bella, ma di una bellezza che veniva considerata un bene non commerciabile, forse anche a causa di un po’ di timida ritrosia.

È cambiato tutto, in particolare nella forma mentis: oggi non solo attirare forestieri non è più il tabù di un calimero che si guardava intorno e vedeva tutti più belli e bianchi di lui, ma è diventata un’esigenza per la quale si spendono istituzioni e privati.

Sacro Monte e il lago, con il suo Isolino. Due siti patrimonio dell’Unesco in un territorio che ne conta altri due (monte San Giorgio e Castelseprio: è un record che resiste, in Italia). Poi il liberty, del quale siamo una vera e propria galleria d’arte en plein air. Infine i giardini, che hanno ispirato l’idea di un festival del paesaggio, riconoscimento a una bellezza verde che finalmente abbiamo concesso anche agli sguardi altrui.

Quanto elencato non basta, tuttavia, a definirsi città turistica. A Varese ci si arriva ancora troppo per caso, quasi per sbaglio. Ben vengano allora gli spot sui tram di Milano, a patto che non siano una fiche giocata solo sul tavolo dell’estate marchiata dal Covid, ma quello che servirebbe davvero sarebbe continuare a fare rete, mettendo il capoluogo al centro dei percorsi, soprattutto quanti fra essi guardano ai laghi (il Maggiore in primis) come meta assodata e frequentata ormai da tempo. 

Poi c’è il nostro, di lago, che merita un discorso a parte. Si pensa a come renderlo pulito, ed è più che doveroso, ma ancora in pochi si sforzano di immaginare una cosa ben più semplice: renderlo navigabile. Chiedetelo ai canottieri e agli sparuti pescatori rimasti quanto sia bello il Monte Rosa (e non solo quello…) visto da una barca in mezzo alle nostre dolci acque… 

Ma poi torniamo sempre al principio, all’imperativo categorico della comunicazione. Dice: a Varese non si mangia granché bene… A Varese non ci sono prodotti tipici… Balle. E non scriviamo solo di quelli che a malapena conosciamo noi, eccellenze rimaste di nicchia come i Perzic de Munà o la Formaggella del Luinese, prodotto d.o.p. tutelato anche da un consorzio: scriviamo di nirvana del gusto che hanno un mercato italiano e mondiale consolidato come il cioccolato Lindt e la birra Poretti. Al di là delle vicende industriali che sono andate da annacquare la varesinità dei rispettivi gruppi di produzione, ciò che manca davvero è una storia. È un racconto che faccia sapere a tutti che Varese è sinonimo anche loro, che venire qui può significare andare a visitare un altro gioiello del liberty come il birrificio alle porte della Valganna, degustando nel contempo le note del luppolo, o immergersi in un paradiso per ghiottoni come il Factory Store della Lindt, poco lontano. Lo si è fatto e lo si fa troppo saltuariamente. O meglio: l’impressione è che si lasci il compito promozionale solo alle rispettive aziende, invece che stringere con loro un patto turistico di qualche tipo che gioverebbe a tutti. 

NON LASCIATE CHIUSA QUELLA PORTA

Infine c’è lo sport, un altro universo che può essere inteso in accezioni diverse. Che Varese possa esserne capitale, lo hanno ben compreso prima Villa Recalcati, che tanto ha spinto negli ultimi 15 anni sul canottaggio, forte di quel formidabile e poco ondoso campo gara che è il lago, poi la Camera di Commercio, che ha patrocinato la nascita della Varese Sport Commission. Quest’ultima riassume nella sua essenza i perché dell’investimento in materia: la Città Giardino possiede assets che vanno dalla natura alle competenze, dalle strutture alla tradizione, dall’ospitalità alla medicina dello sport.

E se un domani attrattivo per chi pratica le discipline sportive è saldamente nelle corde di questa città ed è già realtà, meglio si potrebbe fare - di nuovo… - nella narrazione di tutto ciò che è leggenda, impresa, passato indelebile. Basket, ciclismo, canottaggio, ginnastica, hockey: quante vette hanno raggiunto nella storia di tali sport varesini autentici o adottati (pensiamo a Yuri Chechi, che nel 2017 dichiarò che senza Varese non avrebbe vinto le Olimpiadi…)? Quante squadre e quanti singoli hanno scritto pagine che non si dimenticano?

Anche questo (se non soprattutto) è sport e anche questo può essere turismo e attrattiva a esso collegata. Entriamo nello specifico della pallacanestro. Dove si celebrano, come vengono ricordate e come vengono messe a disposizione altrui le vittorie che ci hanno fatto toccare il paradiso dei canestri? Il giornalista varesino Flavio Vanetti qualche anno fa ebbe la brillante intuizione di creare il “percorso Ignis”, dodici tappe della memoria in giro per la città, dodici luoghi simbolo di una squadra che fece tremare il mondo intero. Le targhe ci sono ancora, un po’ impolverate: la si poteva cavalcare meglio quell’onda. 

Perché Varese è davvero un ombelico nel mondo del basket, a partire dal suo palazzetto. E a chi non crede che certe cattedrali come il Lino Oldrini possano essere approdo di pellegrinaggi (e quindi di turismo) da parte di adepti della palla al cesto provenienti da tutta Europa, raccontiamo una vicenda. 

In un assolato e placido pomeriggio di agosto 2020 a Masnago si presentò un turista spagnolo, in sella alla sua motocicletta. Sotto al casco gli occhi gli brillavano e il cuore gli fremeva: avrebbe finalmente avuto la chance di ammirare la casa di campioni come Dino Meneghin, Aldo Ossola e Bob Morse. Si recò alla porta dell’impianto… E la trovò chiusa. Per sua fortuna nel piazzale gli venne in soccorso un volontario del trust di Pallacanestro Varese Il Basket Siamo Noi, Guglielmo Magistro, che lo accompagnò nella sede dell’associazione - ricavata con sudore dai trusters in un vecchio magazzino abbandonato sul lato est della struttura - e gli fece fare decine di foto con maglie, coppe e cimeli vari, sanando la sua sete di emozioni. Menomale che c’è il BSN…

Come si può pensare che un mito che in settantacinque anni ha vinto tutto non possa essere cercato? Come si può non valorizzarlo? Come si può lasciare chiusa quella porta di cui sopra? Vi lasciamo con una speranza: salvo imprevisti e disaccordi sul fronte dei contributi pubblici, in un futuro non poi così lontano il Lino Oldrini vedrà un restyling che implementerà il suo mezzo anello ancora incompiuto, arricchendosi - tra l’altro - di un museo e di servizi che consentiranno di tenerlo aperto e vivo ben oltre partite e allenamenti cestistici.

Insomma, cara Varese, cosa vuoi essere da grande? Hai l’imbarazzo della scelta…

«Io non voglio andare fra i matti - osservò Alice. - Oh non ne puoi fare a meno - disse il Gatto - Qui siamo tutti matti. Io sono matto, tu sei matta». «Come sai che io sia matta?» domandò Alice. «Tu sei matta - disse il Gatto, - altrimenti non saresti venuta qui».

Però è anche vero questo: “I matti aprono le vie che poi percorrono i savi…” (Carlo Dossi)

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