Varese - 19 novembre 2020, 10:08

La fotografa varesina si mette a nudo: «Il nostro settore vittima della pandemia, ma ci hanno dimenticato»

Il mondo della fotografia e dell'arte in generale si sente abbandonato in questo periodo di emergenza. Elisabetta Vitellozzi, fotografa di Varese, ha aderito alla campagna immortalandosi senza vestiti: «Noi catalogati come categoria non essenziale, ma l'arte è essenziale e per noi lavorare lo è anche lavorare»

Elisabetta Vitellozzi nello scatto che partecipa alla campagna di protesta pacifica

«Senza arte sei nudo anche tu». E' lo slogan con il quale il mondo della fotografia e dell'arte più in generale sta facendo sentire la sua voce in questo periodo di emergenza Coronavirus.

Un modo originale ed espressivo per ribadire l'importanza delle arti nella vita delle persone, ma anche per dare visibilità a categorie spesso dimenticate da ordinanze e decreti. Un modo per mettersi a nudo, fisicamente e idealmente, reclamando più tutele per chi svolge un lavoro con passione e dedizione oggi messo in ginocchio dalla pandemia.

Elisabetta Vitellozzi, fotografa varesina, ha aderito all'iniziativa e rilancia in provincia di Varese questo protesta pacifica «che non ci faccia rimanere sempre nell'ombra. Tutta quella che è la categoria artistica è spesso lasciata da parte e in questo momento ancora di più».

E così anche Elisabetta ha deciso di posare senza vestiti, coperta solo da un cartello colorato con le parole "Senza arte sei nudo anche tu". Un'idea partita dalla Francia e che sta raccogliendo sempre più consensi anche in Italia e nel Varesotto, diffondendosi su Facebook e Instagram e trasformandosi in una vera e propria campagna di sensibilizzazione. 

«La cosa che più mi è dispiaciuta - spiega Elisabetta - in questo periodo è stata la classificazione di categorie essenziali e non. Siamo tutti essenziali, perché ognuno è un lavoro, dà da vivere e mangiare a tutti noi, e non si può catalogare, non si può dire "tu servi e tu no". Serviamo anche a noi stessi»

Da qui la convinzione che servisse qualcosa di forte per dare visibilità a tutti i settori dell’arte e a tutti i lavori creativi in Italia. «Sono fotografa, ma soprattutto mi sento un'artista e tutti insieme siamo pronti a farci sentire - continua - Hanno chiuso teatri, cinema, musei, ma non la nostra voglia di fare arte, in tutte le forme. Chi canta, chi danza, chi recita, chi dipinge, chi fotografa: in tanti oggi vogliono dare voce a ciò di cui l'Italia si nutre, ovvero l'arte».

«Ci hanno definito non essenziali - conclude Elisabetta - ma credo che noi fotografi siamo essenziali, perché sappiamo prenderci cura dei ricordi delle persone, quelli che ci e vi salvano dai momenti bui. Siamo essenziali perché grazie al nostro lavoro le famiglie possono ricordare un momento intimo della loro vita. Le fotografie uniscono, scaldando i cuori». E senza di loro siamo tutti un po' più spogli.

Bruno Melazzini