Chi erano i bosini? Se si va a prendere il dizionario, uno qualsiasi, si scopre come siano stati i cugini milanesi a connotare il significato di tale termine, in un modo abbastanza birbone peraltro, con quel pizzico di bauscia sempre serpeggiante sotto l’industriosa favella.
I bosini, per loro, erano - all’inizio del Novecento - quei “rozzi campagnoli” che si trasferivano in città, cercando di dare un senso alla loro esistenza periferica con una nuova vita. Più centrale. Che venissero dalla Brianza o da quel Nord un po’ più spostato a Ovest, diciamo il Varesotto, il giudizio dei metropolitani che gravava sprezzante su di essi era il medesimo: “girovaghi e cantastorie” (ecco il secondo significato del termine), alla ricerca di una dimensione che non possedevano.
Avevano ragione, i milanesi. Non sul “rozzi”, per carità, ma su quella perdurante e intima battaglia - di un popolo e di una regione supposta marginale - alla conquista di un’identità. Tale battaglia infuriava allora, nei fatti persa in una necessaria migrazione, e infuria oggi, quando ormai da anni è chiaro come Varese si stia giocando una buona fetta del proprio futuro, degli obiettivi esistenziali del suo essere città e provincia, di una possibile grandezza contrapposta all’anonimato.
Cosa essere?
Confine di un piccolo Stato, con le spalle al muro,
o centro di un impero nuovo, molto più sconfinato,
importante ed entusiasmante di proposte e opportunità?
Periferia dell’Italia o centro dell’Europa?
La domanda è sempre passata e sempre passerà dalle infrastrutture, unico e vero criterio di differenziazione tra l’esilio e lo sviluppo, tra la costrizione e la scelta.
L’AUTOSTRADA E UN NUOVO SENSO
L’acquolina in bocca, il desiderio di affrancarsi dalla condizione di schiavi della cartina geografica, ha origini che si perdono ormai in cent’anni. Tanti ne sono passati - quasi (era il 21 settembre 1924) - dall’inaugurazione dell’Autostrada dei Laghi, opera avveniristica a livello globale che il “V Congresso Mondiale della Strada”, tenutosi a Milano nel 1926, certificò come prima autostrada al mondo (New York e Berlino, con i loro modelli “ricreativi”, precedenti di qualche anno, hanno sempre protestato… Ci interessa il giusto, qui…). Quel nastro d’asfalto di 42 km, riservato finalmente solo alle auto e bandito agli altri rappresentanti del popolo della strada, 12 lire di pedaggio da capo a fine, progettato dal Puricelli e inaugurato da Re Vittorio Emanuele III in persona, fu il primo passo oltre la cortina dell’isolamento, regalo concesso dallo Stato come premio per una bellezza che comprendeva monti e laghi e dal bramoso desiderio dei metropolitani di raggiungerli senza perderci ore e “senza callaie insidiose o ciclisti o simili da mandare all'altro mondo” (lo scrisse il cronista della Tribuna mandato da Roma il giorno dell’apertura).
Turismo dunque. Con un granello (eufemismo) di lungimiranza industriale se si guarda a cosa sarebbe diventato nei decenni a venire il territorio attraversato da quel nastro di cemento liscio. L’A8 fu un’etero-determinazione che iniziò a dare un senso alla città di Varese come luogo inserito in un contesto, ponendo però anche le basi a un dibattito che avrebbe travalicato l’allora presente per rinsaldarsi in ogni futuro, attraversando fasi di quieta rassegnazione alternate a fasi di sogni accesi.
Spalle al muro o possibile centro? Quell’autostrada - che finiva un po’ lì perché solo un po’ lì poteva all’epoca finire - non sarebbe bastata a stravolgere il destino da retrobottega che la geografia aveva apparentemente disegnato per la Città Giardino.
I TRE ALLEATI
Venne l’Europa, venne il treno e vennero gli svizzeri. E quel destino iniziò a sgretolarsi per risorgere in un’araba fenice dal volo ancora non del tutto determinato.La prima ha riscritto il significato e le coordinate del tutto di cui sentirsi parte, sdoganandolo (letteralmente) in ogni ambito possibile e immaginabile, infrastrutture comprese. Il secondo è diventato il mezzo che ha consentito al nostro territorio di prenotare un invito alla nuova festa della pace fra gli Stati, insieme a un aeroporto di Malpensa che, tuttavia, diciamoci la verità, è sempre stato inevitabilmente considerato più una pertinenza milanese capitata per caso nel perimetro provinciale che non qualcosa di varesino (al massimo varesotto). I terzi, al di là della comune e storica militanza insubrica, si sono dimostrati infine dei preziosi alleati, con il loro rigore, con la loro precisione e - perché no - con le loro visioni. Spesso più logiche e rapide delle nostre.
FUORI DALL’IMBUTO
E le ruote? Ci fermiamo solo all’autostrada e a quella concessione del 1924? La Pedemontana - pur incompleta e costosa - ci ha permesso di guardare con più fiducia a Est: e a Nord?
Calma: ci sono altre questioni prioritarie da risolvere. Perché la città che può dirsi libera di scegliere cosa essere e dove andare è solo la città che è facile da raggiungere. Varese, oggi, non è ancora un luogo facile da raggiungere sulle quattro (o più o meno…) ruote, pur disponendo di una più unica che arteria autostradale che arriva fino al suo cuore urbanistico.
Rammentiamo come fosse ieri il dilemma di quel bravo cardiologo milanese nostro amico che - un tempo studente - valutava la possibilità di frequentare gli anni di specializzazione tra Università degli Studi dell’Insubria e ospedale di Circolo, entrambi assai rinomati in ambito medico. Sarebbe una grande opportunità, diceva, pari se non superiore a tante altre che avrei a Milano. Non solo: per lui che abitava nella parte nord della provincia meneghina, l’idea poteva avere un senso anche dal punto di vista logistico. Un giorno fece una prova: prese la sua auto e si diresse verso Varese, per testare i tempi di viaggio. Coda, e poi coda, e poi ancora coda. Alla fine dell’A8 fu preso dal panico, al bivio con la bretella verso largo Flaiano dall’angoscia, al secondo semaforo di via Gasparotto aveva già preso in mano il telefono per comunicarci che il perfezionamento pratico della scienza d’Ippocrate lo avrebbe fatto da un’altra parte… Ma possibile che una città così piccola abbia così tanto traffico?
MANCANO 12 CHILOMETRI…
Solo una volta valutato l’impatto di tali interventi, integrati anche in un apparato parcheggi che oggi soffre ancora di alcune incongruenze (chi ha detto piazzale Kennedy? Chi ha detto il silo delle Corti sempre semi vuoto, tranne che dal 15 al 24 dicembre?), si potrà immaginare di andare oltre e di correre con la fantasia. Dove? Ma che domande: in Svizzera, è ovvio. Come? In macchina, senza fare ore di coda al Gaggiolo.
Sì, lo sappiamo: c’è il treno e tutto quel pistolotto che vi abbiamo fatto prima. Ma visto che le nostre sono sì Visioni, ma anche Reali, la realtà oggi dice che Varese ha una tangenzialina (costosetta anziché no…) che finisce a 6,5 km dal confine con il Ticino. E che da tale confine all’Autostrada 2 svizzera (che dalla ridente Ligornetto parte per raggiungere l’Europa…) ci sono altri 5,6 km. Insomma: siamo a 12 km di asfalto dal collegare l’Italia al resto del continente anche passando per Varese, non solo in treno…
Questa è una Visione. Non fosse possibile, pazienza: a noi, irriducibili eroi dell’utilitaria, rimane sempre la scorciatoia della Valsorda. Ma non ditelo a nessuno.
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