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Varese | 07 settembre 2020, 07:00

Dall'Isolino a Cazzago un viaggio in barca che diventa poesia: «Vivere l’alba sul lago allarga il cuore e il respiro»

Mario Chiodetti e l'obiettivo della sua macchina fotografica ci accompagnano tra le meraviglie nascoste del lago di Varese. Dimenticato e a volte sfregiato, ma sempre capace di affascinare e donarci un'oasi di pace e silenzi

Dall'Isolino a Cazzago un viaggio in barca che diventa poesia: «Vivere l’alba sul lago allarga il cuore e il respiro»

«Ormai mi mettono su anche sui telefoni, arrivano e mi fanno la fotografia, mi conoscono dappertutto, nel mondo!». Il Luigi Giorgetti detto Negus, anni 84, è appena sbarcato con due secchi di scardole e gardoni, gamberi americani e qualche gobbino, scortato da due cigni reali e un airone cenerino, mentre la gatta non spreca energie e lo attende sotto il portico della “casetta” dei pescatori, pronta a ricevere gli scarti della pulitura. Va a motore il Negus, ma non sono tempi lontani quelli dei remi e del barchèt, adesso ormeggiato fuori dal darsenun e a disposizione di qualche matto come il sottoscritto, che all’alba salpa per sognare un po’, lontano dai virus.

Il lago è pieno di alghe, ma dall’America è arrivata da tempo un’altra pianta acquatica infestante, che si chiama naturalmente “peste d’acqua”, per i botanici Helodea canadensis, che sta ovunque, anche in mezzo al lago, e quest’anno, per alchimie climatiche, è esplosa, tappezzando di verde ogni angolo possibile. Il Zanett, l’altro pescatore che fa base all’Isolino, scuote la testa: «Sa cata pü nagott. Ieri ho steso 300 metri di reti, «nanca un pess».

«Il lago è morto. Dopo i temporali arriva in acqua di tutto, le fogne tracimano, ma nessuno fa niente», dice il Gianfranco, che “mette giù” sulla riva di Calcinate. A lago ci vanno i vecchi e pescatori tecnologici con barca e tuta mimetica, canne in carbonio ed equipaggiamento da marine. Pescano carpe e le ributtano a lago, un po’ suonate ma vive, si fanno un selfie col pesce boccheggiante e via, domani è già lunedì. Eppure vivere l’alba sul lago allarga il cuore e il respiro, sull’acqua non c’è nemmeno un’increspatura, anche i gabbiani stanno zitti prima che il sole si alzi spuntando da Bodio, solo gli svassi si tuffano incessantemente in cerca di prede. Punto la foce del Brabbia, luogo incantato regno del martin pescatore che fischia appena mi scorge da lontano, il canale è percorribile per un bel tratto, la Lipu provvede a tenerlo navigabile, così mi addentro col barchèt nel silenzio assoluto, in mezzo alle tife e alle cannucce palustri, con i tuffetti che pare saltellino sull’acqua. 

Ontani neri e saliconi, l’odore dell’autunno è già arrivato, le foglie cadono e ricamano l’acqua, la scompongono in mille riflessi, per la gioia dei fotografi. Lontano ci sono gli ospedali e i positivi, la scuola che riapre, le lotte politiche, infinite chiacchiere e venditori di fumo, il calciomercato, Maroni sindaco sì no forse, un altro mondo, complicato e frastornante, qui assolutamente inutile. Al lago governa ancora la natura, in maniera semplice e assoluta, acqua sole vento pioggia, luci che cambiano in pochi secondi, basta una nuvola per dipingere un mondo.

Davanti all’isola c’è un infinito tappeto di loto, i fiori rimandano a Schumann e al suo lied su testo di Heine: «Il fiore di loto ha paura dello splendore del sole, e con la testa cadente attende sognante la notte. La luna, lei è la sua amante. Lo sveglia con la sua luce e a lei svela felicemente il suo devoto volto fiorito. Fiorisce, risplende e risplende e guarda muto nei cieli. Esala, piange e trema con amore e pena d'amore». La luna è ancora visibile, le corolle sono chiuse e sulle foglie luccicano gocce d’acqua come perle di ghiaccio, da secoli riflettono l’umore delle nuvole e a volte i visi degli uomini. 

Il barchèt conosce la strada, la remata è sciolta, nonostante gli anni di ruggine, cerco un approdo da Virginia e sbarco, accolto da un volo d’anatre. Siedo sulla panchina vistalago e osservo il cielo che scurisce, la pietra antica del molo è amica delle ombre, sono trascorsi dieci anni dall’ultima fotografia che scattai da qui, la faccio di nuovo, sperando ancora in un domani.

Il ritorno è veloce, il campanile di Cazzago è il riferimento per la rotta, come le sue campane lo erano per i pescatori un tempo persi nella nebbia, e sul contrafforte davanti al darsenun siede una figuretta vestita di blu, assorta nella lettura di un grande taccuino di appunti. Una ragazza che ama il silenzio, prepara un esame di fisica all’università, gli occhiali sono da studiosa, il sorriso dei meravigliosi vent’anni. Ci salutiamo e guardiamo lontano, l’acqua si increspa appena, forse è un po’ invidiosa e vuole entrare anche lei nella conversazione.

Mario Chiodetti

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