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Varese | 05 agosto 2020, 11:58

LA TESTIMONIANZA. Ghassan, libanese da vent'anni a Varese: «Mio fratello doveva essere al porto ma si è salvato grazie alla quarantena»

Ghassan Skaini: «Sento parlare di incidente, come se una città fosse "volata via" per un incidente... Più che le foto della gente insanguinata il giorno dopo, oggi pubblicherei quelle di Beirut il giorno prima. C'è un video in cui il governatore piange ma c'è anche quello di una giornalista che dice: tutti devono dimettersi»

Ghassan a Beirut nel 2016 con la bandiera del Libano sullo sfondo

Ghassan a Beirut nel 2016 con la bandiera del Libano sullo sfondo

«Mio fratello vive a Beirut: ieri pomeriggio avrebbe dovuto essere nella zona del porto per lavoro ma è stato salvato dalla quarantena. La sua azienda, infatti, ha lasciato i dipendenti a casa in via precauzionale per il Covid. Lui mi ha detto: nel momento dell'esplosione sono volato dalla sedia e mi sono trovato distante tre metri. Il consiglio ora è di non uscire per evitare di respirare il fumo che avvolge la città»: a parlarci è Ghassan Skaini, che ha lasciato il Libano da vent'anni per trovare la sua "seconda casa", forse ormai la prima, a Varese, dove è conosciutissimo e dove lavora come social media manager facendo anche consulenza a chi vuole creare un'attività attraverso l'e-commerce.

Ghassan è originario di Sidone, città sul mare quaranta chilometri a sud di Beirut dove ha i genitori, uno dei fratelli, gli amici e i parenti: «Compio quest'anno 20 anni in Italia - ci dice lui, 40 anni il 25 agosto - ieri sono rimasto scioccato, oggi vedo solo confusione. Sento parlare di incidente... mah, non so... proprio a due giorni dalla sentenza per l'omicidio di Rafiq Hariri, ex primo ministro assassinato il giorno di San Valentino del 2015 (alla sbarra ci sono quattro imputati in contumacia, membri di Hezbollah, ndr). Il porto di Beirut è una porta sul Medio Oriente, che ha un solo e unico porto concorrente... ripeto: mah, non so. Non so se parlare di incidente è un modo di fare tragica ironia oppure è la verità. All'inizio ero sconvolto ma anche un po' abituato perché i libanesi si abituano a tutto».

Ghassan ha sentito i suoi amici a Beirut e la maggior parte sta bene: «Uno di loro era a letto che dormiva, i vetri della casa gli sono volati addosso e ora è ferito. All'inizio non volevo nemmeno vedere i video, anche se poi ho dovuto farlo: sembra un'apocalisse, lo scoppio di una bomba nucleare. C'è anche un filmato di una ragazza che si stava sposando e si ritrova improvvisamente sbalzata su un ponte...».

Quando parliamo delle immagini che arrivano dal Libano, di un padre che tiene in braccio il figlio bendato, Ghassan ha quasi un moto di rifiuto: «Queste sono le stesse immagini di piccoli in braccio al papà o della devastazione che circolano sempre il giorno dopo una tragedia, ma contano di più quelle del giorno prima, soprattutto oggi: io farei vedere le fotografie di com'era prima Beirut, di come si riprende sempre come se niente fosse mai successo, di come era avanzata con tutta la gente al lavoro. Se questa cosa fosse successa negli Stati Uniti, la prima parola scritta e detta da tutti sarebbe stata "terrorismo", qui invece leggo e sento dire "ma sì, forse è un incidente". Mezza città vola via per un incidente... Perfino Trump ha parlato di un attacco... ma queste sono soltanto mie riflessioni personali».

«Non ho ancora letto dichiarazioni politiche per non arrabbiarmi - conclude Ghassan, probabilmente un po' ferito e un po' orgoglioso, sicuramente molto "vero" - C'è il video del governatore che piange, ma c'è anche il video di una giornalista che dice: questo è il momento in cui tutti devono dimettersi. E in Libano si dice: "Tutti vuol dire tutti"».

Andrea Confalonieri

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